Nelle Ande va in scena uno scontro commerciale in pieno stile trumpiano
Un Presidente che improvvisamente annuncia dazi stellari che giustifica citando minacce alla sicurezza del proprio Stato. Questo Presidente entra in una guerra verbale tutta personale con un omologo straniero, per poi fare retromarcia per evitare conseguenze assolutamente prevedibili.
Questo schema si è verificato diverse volte da quando Donald Trump è tornato alla Casa Bianca.
Ma qui, lo scontro si svolge in Sudamerica e gli Stati Uniti non sono assolutamente coinvolti.
Tuttavia, con l’ombra della retorica di Trump che incombe su praticamente tutto l’emisfero occidentale, i parallelismi non sono semplici coincidenze.
La guerra commerciale iniziata poco tempo fa tra Ecuador e Colombia, mostra come lo stile conflittuale di Trump stia cominciando ad influenzare le relazioni regionali.
Gli inizi
La disputa è iniziata lo scorso 21 gennaio, quando il Presidente ecuadoriano Daniel Noboa ha annunciato che il suo Paese avrebbe imposto un dazio del 30% sui beni importati dalla Colombia, con effetto dal primo febbraio.
Noboa ha fornito due motivazioni. Intanto sostiene che avendo l’Ecuador un deficit commerciale di circa un miliardo di dollari con la Colombia, si spera ridurlo aumentando il prezzo dei beni importati.
In secondo luogo, e nulla a che vedere con motivazioni economiche, Noboa ha definito i dazi alle importazioni “dazi di sicurezza”, attribuendo all’Amministrazione del Presidente colombiano Gustavo Petro la mancanza di cooperazione nella lotta al traffico di droga, all’estrazione mineraria illecita e alla criminalità organizzata.
Noboa vs Petro. Una questione personale?
Da quando è in carica, Noboa fatica a contenere la violenza in continuo aumento in Ecuador, incluso un tasso di omicidi arrivato quasi al doppio di quello colombiano.
Lo scorso anno, nonostante le strategie adottate da Noboa nel tentativo di contrastare le gang, o forse proprio a causa di essere, l’Ecuador ha registrato 9.215 omicidi, un aumento del 30% rispetto all’anno precedente.
Da quando è entrato in carica nel novembre 2013, Noboa ha cercato di attribuire almeno una parte della colpa della violenza ad attori esterni – inclusi mafiosi albanesi, bande venezuelane, cartelli messicani e oggi anche insorti colombiani –perché questo distrae l’attenzione pubblica dal suo reale fallimento nel gestire la violenza, in gran parte dovuta a bande interne.
Sebbene sia vero che ci siano molti gruppi criminali stranieri che operano in Ecuador, la maggior parte degli omicidi coinvolge bande ecuadoriane che uccidono cittadini locali. L’incapacità della polizia locale, dell’esercito e del sistema carcerario del Paese di mettere in sicurezza il Paese è un problema di sicurezza interna che Noboa sta cercando di risolvere con enorme difficoltà.
Anche la tempistica dell’annuncio dei dazi è rivelatoria della situazione tesa tra i due Presidenti.
Pochi giorni prima che Noboa rivelasse i nuovi dazi, Petro ha usato i social media per lanciare un post nel quale chiedeva il rilascio dell’ex vicepresidente ecuadoriano Jorge Glas, arrestato per ordine dell’Amministrazione Noboa durante una controversa perquisizione avvenuta nel 2024 presso l’Ambasciata del Messico a Quito. Glas si trovava lì dopo aver chiesto, ed ottenuto, asilo politico in seguito alla sua condanna per corruzione.
Nei suoi post, Petro, che lo scorso settembre aveva a sua volta concesso la cittadinanza colombiana a Glas, lo aveva definito “prigioniero politico”.
Visto attraverso questa lente, la guerra commerciale di Noboa sembra essere una vera rappresaglia personale nei confronti di Petro, rappresaglia avvolta dalla retorica messa in causa della sicurezza.
Petro vs Noboa. Un conflitto impari
Petro, che sappiamo non essersi tirato indietro neanche nelle discussioni contro Trump e altri leader di destra della regione, non ha fatto attendere la sua risposta neanche in questo caso.
Ha iniziato con dazi bilaterali del 30% applicati ad una ventina di non ben specificati prodotti ecuadoriani per un valore di 250 milioni di dollari.
La Camera di Commercio Colombiano-Ecuadoriana si è mostrata molto preoccupata per le proiezioni negative che riguardano la perdita di posti di lavoro e l’alterata proiezione nelle vendite, e le aziende partner hanno espresso molta preoccupazione per le possibili conseguenze economiche causate da queste azioni.
Ma ora Noboa si è reso doppiamente vulnerabile.
Per gli osservatori, i dazi annunciati da Petro probabilmente causeranno più danni all’economia del piccolo Ecuador rispetto a quelli imposti da Noboa alla Colombia.
E avranno anche diverso impatto politico in ciascun Paese, visto la differente base di sostegno dei due Presidenti.
Noboa considera la comunità imprenditoriale dell’Ecuador parte della sua base politica, cosa che lo porrebbe come unico responsabile per la sua mossa avventata.
Al contrario, Petro ha spesso avuto un rapporto conflittuale con la sua comunità imprenditoriale, cosa che lo rende politicamente meno esposto.
Petro è andato oltre la semplice imposizione di dazi di rappresaglia. Ha anche interrotto la vendita di elettricità in Ecuador.
Nel 2024, l’Ecuador ha affrontato un’ondata di blackout per via della siccità che ha compromesso l’efficienza delle sue dighe idroelettriche, fornitrici di gran parte dell’energia del Paese.
La rabbia dei cittadini scatenata da quei blackout e i danni economici associati ad esso ha fatto quasi perdere a Noboa le elezioni presidenziali all’inizio del 2025.
Durante la crisi del 2024, la Colombia ha fornito circa il 90% della sua energia esportabile per stabilizzare la rete dell’Ecuador.
Sebbene Noboa abbia promesso di rafforzare i sistemi di produzione di energia del suo Paese, questa dipende ancora dalle forniture colombiane per soddisfare almeno il 10% della domanda interna.
La mossa di Petro di tagliare quella percentuale colpisce direttamente uno dei punti deboli i Noboa.
L’Ecuador ha tentato di contrastare la minaccia energetica proponendo di aumentare le tariffe di trasporto del petrolio grezzo colombiano che transita attraverso il gasdotto OCP(Oleodotto de Crudos Pesados) che dal 2013 ad oggi ha trasportato 46 milioni di barili di petrolio colombiano dall’Amazzonia alla costa Pacifica dell’Ecuador. Colombia ed Ecuador, strumentalizzando la loro interdipendenza economica non fanno altro che danneggiare entrambe le loro economie.
Una guerra commerciale superflua per una regione che vuole crescere
Per gli osservatori, questa guerra commerciale è superflua e mina l’importante spinta nata per arrivare all’integrazione economica regionale.
Ecuador e Colombia sono entrambi membri della Comunità Andina, un quadro regionale nato 50 anni fa che include anche Bolivia e Perù, e che vieta agli Stati membri di imporre dazi commerciali sulle merci reciproche.
I dazi che l’Ecuador ha imposto alla Colombia rappresentano una violazione unilaterale di questi impegni, nonostante l’invocazione di Noboa dell’”eccezione di sicurezza” tanto indefinita quanto dubbia, sulla falsariga che quella che Trump ha usato per applicare i suoi dazi attraverso la Sezione 232(del Trade Expansion Act in vigore dal 2023) per proteggere le industrie dell’acciaio e dell’alluminio statunitensi.
Se le preoccupazioni di sicurezza venissero accettate per giustificare l’abbandono degli impegni commerciali, il quadro di integrazione regionale diventerebbe privo di significato.
I dazi possono segnare una drammatica inversione di tendenza nella traiettoria economica dell’Ecuador dall’uscita di scena del Presidente Rafael Correa nel 2017.
Ancora l’anno scorso l’Ecuador stava attivamente cercando di entrare nell’Alleanza del Pacifico, chiedendo con insistenza agli Stati Uniti un accordo di libero scambio e firmando accordi di libero scambio con Canada, Costa Rica e Cina.
L’Amministrazione Noboa stava posizionando il Paese su una linea favorevole agli affari, aperta al commercio internazionale. Il repentino posizionamento in chiave protezionistica mostra quanto rapidamente il populismo di destra possa portare all’abbandono dei principi aperti al libero mercato se “politicamente” conveniente. Una similitudine trumpiana in Stati che non sono gli Stati Uniti.
Ognuna di queste piccole dispute interne che fanno riecheggiare le politiche e il modo di operare del Presidente Trump, che hanno meramente cause politiche regionali portano anche a pesanti implicazioni economiche regionali.
Noboa ha cercato l’endorsement di Trump nelle ultime settimane della sua campagna dello scorso anno per la rielezione, e ha fatto pressione per ottenere una base americana sul territorio ecuadoriano, anche se gli elettori hanno poi respinto la proposta attraverso un referendum.
Oltre alla sua alleanza diretta con il Presidente degli Stati Uniti, Noboa – come altri alleati di Trump – sembra voler imitare il suo stile: avviare un conflitto commerciale volto a creare il massimo disagio per guadagnare visibilità, costringendo i cittadini e le imprese a pagare per le conseguenze della sua mossa politica.
La sovrapposizione tra politica commerciale e teatro di sicurezza, l’uso della coercizione economica e l’immagine da uomo forte sono diventati modelli per molti piccoli leader dell’emisfero occidentale posizionati a destra.
Sembra quasi uno scherzo della sorte vedere che sia stata l’Onda Rosa (Pink Tide), come era chiamata l’onda elettorale che ha portato al potere i leader di sinistra nella regione negli anni 2000, a rifiutato esplicitamente per prima il libero scambio neoliberista e l’integrazione economica voluta da Washington e dalle istituzioni finanziarie internazionali.
Quei leader – tra i quali Correa in Ecuador, Hugo Chavez in Venezuela, Evo Morales in Bolivia, Christina Fernandez de Kirchner in Argentina e Luiz Inacio Lula da Silva in Brasile – usarono il protezionismo e l’interventismo statale per opporsi all’egemonia economica statunitense.
Oggi, Noboa fa parte di una nuova generazione di leader di destra che adottano strategie protezioniste simili, ma in linea con Washington piuttosto che con l’opposizione.
Come mostra la disputa Ecuador-Colombia, il risultato di queste politiche è la sintesi del peggio dei due mondi: né una vera integrazione regionale né un’opposizione ideologica coerente, solo un nazionalismo economico opportunista impiegato in dispute politiche a breve termine che rafforzano la visibilità dei leader ma minano le economie dalle quali i cittadini dipendono.




