Starmer a Beijing: il riavvicinamento anglo-cinese nel caos americano

L’incontro tra Keir Starmer e Xi Jinping a Beijing giovedì segna un passaggio cruciale nella ridefinizione degli equilibri geopolitici globali. Il primo ministro britannico ha messo piede nella capitale cinese per la prima volta dopo otto anni, un’assenza che simboleggia il deterioramento della relazione dal 2020 in poi. Ma la tempistica di questa visita, come sottolineato senza nominarli direttamente da entrambi i leader, riflette una realtà più profonda: l’America di Trump sta scuotendo l’ordine mondiale e gli alleati occidentali cercano vie alternative.
Il messaggio è implicito ma inconfondibile. Xi ha parlato di un mondo che rischia di regredire in una giungla dominata da unilateralismo e protezionismo, mentre Starmer ha enfatizzato la necessità di stabilità globale e cooperazione su temi come il cambiamento climatico. Nessuno ha citato Trump per nome, eppure il peso della sua amministrazione permea ogni parola dell’incontro durato 80 minuti alla Grande Sala del Popolo. Non è casuale che Starmer sia il quarto leader occidentale a visitare Beijing questo mese: prima di lui sono passati i Premier di Corea del Sud, Canada e Finlandia. Anche la cancelliera tedesca è attesa a breve.
Quello che emerge è un pattern significativo. Gli alleati di Washington, di fronte alle minacce tariffarie e all’unpredictabilità americana, stanno praticando quella che potremmo definire una “diversificazione strategica”. Il Canada ha siglato un accordo commerciale con Pechino a gennaio. Londra sta negoziando riduzioni sulle tariffe del whisky scozzese e visti turistici senza restrizioni. Non sono briciole: sono segnali di una ricalibratura fondamentale.
Tuttavia, l’avvicinamento britannico-cinese deve fare i conti con fratture profonde che otto anni non hanno cicatrizzato. La sentenza contro Jimmy Lai, il magnate dei media britannico-hongkonghese condannato mesi fa per violazione della legge sulla sicurezza nazionale, rimane una spina nel fianco. Starmer ha “rispettosamente” sollevato questioni sui diritti umani, il dossier spionaggio, i cyber attacchi e il sostegno di Pechino all’invasione russa dell’Ucraina. Ammissioni di principio in un’arena dove i principi contano meno della realpolitik economica.
I numeri rivelano la vera misura del riavvicinamento: il commercio britannico verso la Cina è crollato del 52,6% anno su anno nel 2025, eppure Pechino rimane il terzo partner commerciale di Londra. L’economia parla una lingua che gli ideali non sempre riescono a contrastare. Per il governo Labour di Starmer, “affacciare la Gran Bretagna al mondo” significa anche accettare che quel mondo include compromessi con autocrazie quando l’interesse economico lo richiede.
Xi, dal canto suo, coglie l’opportunità di consolidare l’influenza cinese in un momento di fratture atlantiche. La visione di una “partnership strategica globale” proposta da Starmer risponde pienamente agli interessi di Pechino: dipingere la Cina come partner responsabile, affidabile, contrappuntato ai capricci di Washington.
Il paradosso geopolitico è evidente. Starmer viene a Beijing per rafforzare i legami commerciali e strategici, ma fatica a nascondere le crepe nel muro degli interessi comuni. La scena diplomatica odierna è quella di una Gran Bretagna sospesa tra due fuochi: l’alleanza atlantica che vacilla e il magnetismo economico del Dragone.





