L’epurazione di Xi Jinping tra consolidamento del potere e preparazione bellica

Il 24 gennaio 2026, il ministero della Difesa di Pechino ha annunciato l’indagine per “gravi violazioni disciplinari e della legge” nei confronti di due figure colosali dell’apparato militare cinese: Zhang Youxia, 75 anni, vicepresidente della Commissione Militare Centrale e massimo ufficiale in divisa della Repubblica Popolare; e Liu Zhenli, capo dello Stato Maggiore Congiunto. Con una sola mossa, Xi Jinping ha completato quello che gli analisti occidentali stanno definendo come l’annientamento dello stato maggiore tradizionale. Nella Commissione Militare Centrale rimangono ora soltanto due persone: il presidente Xi stesso e il generale Zhang Shengmin, artefice delle stesse epurazioni.
È questo il momento decisivo del consolidamento personalista del potere in Cina? O rappresenta qualcosa di ancora più profondo: una trasformazione radicale della struttura bellica, con la rimozione sistematica di generali esperti per fare spazio a una nuova generazione di militari più giovani e, soprattutto, più malleabili alle strategie offensiviste che Pechino sta prefigurando?
Il significato della caduta di Zhang
La figura di Zhang Youxia incarna tutto ciò che la rimozione rappresenta. Veterano della guerra contro il Vietnam nel 1979, Zhang è uno dei rarissimi vertici militari cinesi con effettiva esperienza di combattimento. Era considerato uno stretto alleato di Xi: le loro famiglie provengono dalla medesima regione, e i loro padri combatterono fianco a fianco nella guerra civile cinese. Eppure, anche questa vicinanza storica non lo ha risparmiato. Secondo indiscrezioni riportate da fonti occidentali e analisti della Georgetown University, durante un briefing riservato ai massimi ufficiali è emerso che Zhang sarebbe sotto inchiesta per aver trasmesso agli Stati Uniti informazioni critiche sul programma nucleare di Pechino. Un’accusa di spionaggio di proporzioni epocali, che rappresenta una delle più gravi violazioni della sicurezza nazionale nella storia recente cinese.
Bisogna capire tuttavia se ci troviamo nel campo della propaganda o nella reltà-
Dall’ottobre scorso, quando è caduto He Weidon, il terzo in comando dell’esercito e altro membro prestigioso della Commissione, il tasso di ricambio ai vertici militari si è accelerato vertiginosamente. Nove generali sono stati rimossi dal Partito nelle ultime settimane. Tra loro figuravano comandanti di teatri operativi cruciali, come Lin Xiangyang, responsabile del Comando del teatro orientale (quello che sovrintende alle manovre contro Taiwan) e Miao Hua, che dirigeva il dipartimento politico dell’intera struttura militare.
Quello che colpisce non è soltanto l’ampiezza dell’epurazione, ma il suo carattere selettivo verso gli uomini nominati da Xi stesso. He Weidong e Miao Hua erano stati scelti personalmente dal leader supremo per assicurarsi fedeltà nei ruoli chiave. La loro caduta suggerisce un elemento di fragilità nella costruzione del consenso politico-militare di Xi, oppure, al contrario, una dimostrazione di forza assoluta.
Gli analisti occidentali oscillano tra le due interpretazioni. Dennis Wilder della Georgetown University sostiene che le recenti epurazioni siano dovute alla rivalità tra due fazioni interne: una guidata da Zhang Youxia, composta da figli di importanti rivoluzionari, che aveva consolidato un potere senza precedenti; un’altra emersa dalla Cina orientale, legata ai legami personali di Xi quando era funzionario locale. La prevaricazione della fazione di Zhang gli aveva conferito un’autorità incontrastabile, ma l’aveva anche trasformato in una minaccia potenziale per lo stesso Xi. Eliminandolo, il presidente cinese ha neutralizzato l’ultimo ostacolo alla sua supremazia assoluta.
La trasformazione bellica: giovani generali per nuove strategie
Ma qui arriviamo al cuore della questione geopolitica. Al di là dei giochi di potere interno, che pure sono reali, le epurazioni di Xi riflettono una decisione strategica di fondo: la sostituzione sistematica di un’élite militare conservatrice, ancorata al concetto di deterrenza e cautela, con una nuova generazione di comandanti ideologicamente allineati e potenzialmente più propensi alle operazioni offensive.
Zhang Youxia e gli altri generali rimossi rappresentavano un vincolo. Uomini che avevano combattuto, che sapevano il costo umano della guerra, e che, sebbene leali a Xi nella forma, potevano opporre resistenze soft nelle strategie più audaci. Particolarmente rilevante è la loro esperienza: non erano apparatchik, erano soldati. E i soldati che hanno sentito il fuoco dei nemici tendono a essere cauti.
Xi ha risposto a questa cautela non con la persuasione, ma con il ricambio totale. La Commissione Militare Centrale si ritrova ora con una struttura rarefatta e controllata personalmente dal presidente. Non c’è ormai mediazione istituzionale tra il capo supremo e l’esercito. Questa centralizzazione permette a Xi di accelerare le trasformazioni strutturali dell’Esercito Popolare di Liberazione verso una forza in grado di combattere e vincere una guerra moderna, come lui stesso ha ripetutamente richiesto.
Il costo operativo del terrore
Tuttavia, un prezzo esiste. Secondo il rapporto dello Stockholm International Peace Research Institute (SIPRI), le entrate delle aziende militari cinesi sono diminuite del 10 per cento nel 2024, mentre quelle di tutti gli altri grandi paesi crescevano. La Bundeswehr tedesca aumentava del 36 per cento, l’industria militare giapponese del 40 per cento. Questo declino suggerisce che l’Esercito Popolare di Liberazione, sebbene tecnologicamente modernizzato, sta incontrando difficoltà nel assorbire e integrare nuove capacità operative. Il clima di terrore instillato dalle epurazioni ha paralizzato la catena di comando. I generali preferiscono l’inazione al rischio di commettere “errori politici”.
Trump all’orizzonte: aprile 2026 come spartiacque
Su questa scena interna cinese, già complessa, avanza inesorabilmente l’ombra dell’incontro tra Xi Jinping e Donald Trump in aprile 2026. I precedenti negoziati a Busan (ottobre 2025) hanno fissato una tregua commerciale per un anno su terre rare e tariffe doganali, in cambio di una riduzione dei dazi statunitensi dal 57 al 47 per cento. Ma è una pace precaria, costruita sulla forza americana e sorretta da una ritrovata forza cinese.
L’incontro di aprile sarà cruciale per Xi almeno per due ragioni. Primo, avrà fretta di stabilizzare i rapporti commerciali con Washington prima della stagione elettorale americana di fine anno. Secondo, la pressione economica interna è reale: il nuovo piano quinquennale lanciato a Pechino punta sulla “modernizzazione socialista” attraverso investimenti in hi-tech, ma questo progetto rimane bloccato finché i conflitti tariffari con gli Usa non si risolvono o almeno in parte dato i notevoli investimenti fatti nel settore negli ultimi anni.
Secondo, perché un Xi militarmente “purificato”, cioè con un apparato bellico completamente sottomesso al suo controllo personale, entra in quella trattativa con una posizione diversa. Trump si troverà di fronte non a un leader condizionato da falchi militari, ma a un presidente che ha assoluto controllo sulla sua macchina da guerra. Questo potrebbe facilitare negoziati su Taiwan o su altre questioni strategiche, oppure potrebbe rendere Xi più intransigente, sapendo di avere una catena di comando completamente fedele.




