L’inquietante ascesa degli eserciti mercenari nel Golfo

Nel corso della devastazione della guerra civile sudanese, recenti rapporti hanno evidenziato una scomoda realtà: i combattimenti vengono condotti non solo da sudanesi, ma anche da mercenari stranieri.
Secondo un’indagine dell’Agence France Presse, centinaia di ex soldati colombiani hanno combattuto contro l’esercito sudanese per conto di Mohamed HamdanDagalo e dei paramilitari delle Forze di Supporto Rapido.
Sono stati reclutati su whatsapp e addestrati negli Emirati Arabi Uniti, pagati generosamente dalla Global SecurityServices Group, un appaltatore emiratino specializzato nella sicurezza privata.
Nuovo modello di guerra per procura
Il reclutamento di questi mercenari fa parte di una tendenza che va verso un nuovo modello di guerra per procura, sia in Medio Oriente che in Nordafrica.
Rappresenta uno sforzo deliberato delle monarchie del Golfo, guidate dagli Emirati Arabi Uniti e dall’Arabia Saudita, volto a rimodellare le regole del conflitto armato.
Non si affidano più esclusivamente agli eserciti nazionali o ai tradizionali gruppi di soldati intermediari per promuovere i propri interessi nei conflitti regionali, ma impiegano sempre più una rete di Compagnie Militari Private (PMC), che spesso sono legate alle élite dirigenti.
L’uso incontrollato di queste compagnie sta ridefinendo l’ordine di sicurezza regionale in modi che erodono ulteriormente la sovranità statale sugli affari di sicurezza e militari, minando così la legittimità della violenza controllata dallo Stato.
In questo processo, chiunque possa permettersi di contrattare con queste società acquisisce potere, permettendo ai proprietari di “eserciti in affitto” di bypassare i vincoli interni, combattere su più fronti contemporaneamente e – adottando la formula della“negabilità plausibile” –eludere la responsabilità legale e penale per crimini internazionali.
Fino all’inizio del XXImo secolo, l’uso della forza da parte degli Stati del Golfo avveniva tradizionalmente attraverso eserciti nazionali sotto istituzioni militari e di sicurezza gerarchiche formali.
Con il tempo, è tuttavia emersa la tendenza globale verso l’uso delle PMC per proteggere particolari progetti o fornire servizi di sicurezza.
Gradualmente, gli Stati hanno iniziato a credere che l’uso di tali compagnie riducesse sia i costi che le perdite. Inoltre, le imprese – in particolare le industrie estrattive gestite da attori commerciali- così come le ONG e organizzazioni internazionali hanno incaricato PMC per proteggere il proprio personale e strutture, sopratutto durante le operazioni in zone di conflitto.
PMC che operano nel Golfo e in Occidente: due realtà diverse
La dipendenza degli Stati Uniti da aziende come Blackwater durante l’invasione dell’Iraq nel 2003 ha per la prima rivolto l’attenzione degli Stati del Golfo sul potenziale ruolo delle PMC.
Tuttavia, il loro diffuso coinvolgimento non è avvenuto fino a dopo la Primavera Araba nel 2011, l’ascesa dell’Isis nel 2014 e – soprattutto – lo scoppio della guerra civile in Yemen dal 2015 in poi.
Da allora, gli Emirati Arabi Uniti sono diventati lo Stato leader nel dispiegamento delle PMC in Yemen, Libia, Sudan e Corno d’Africa, mentre l’Arabia Saudita le ha utilizzate – anche se con maggior cautela –in Yemen e per grandi progetti economici interni e legati al petrolio.
Tre fattori chiave in particolare hanno reso le PMC attraenti per gli Stati del Golfo: in primo luogo, la loro adozione di politiche economiche liberali; secondo, la mercificazione della sicurezza e del know-how nel campo della sicurezza; infine, l’integrazione delle aziende di sicurezza privata nelle reti di sicurezza “ibride”.
La principale differenza tra le PMC in Occidente e le loro controparti degli Stati del Golfo risiede nella loro natura, scala, motivazione e livelli di trasparenza.
In Occidente, queste aziende solitamente vanno ad integrare le loro forze ufficiali e operano sotto rigidi regimi regolatori. Viceversa, a causa delle deboli istituzioni di controllo negli Stati del Golfo, sono diventate di fatto sostituti strategici delle forze ufficiali, impiegate in tantissimi settori, dalla guerra a operazioni trasfrontaliere, fino al controllo interno.
Inoltre, nelle Monarchie del Golfo il confine tra aziende private e Stato è spesso sfumato. Qui, queste compagnie mantengono spesso legami organici con reti di sicurezza e individui vicini alle famiglie regnanti.
Un esempio sorprendente si trova nella figura di Erik Prince, fondatore di Blackwater: dopo aver lasciato la sua azienda è stato assunto dal Principe ereditario di Anu Dhabi, Mohammed Bin Zayed, dove si è trasferito nel 2010 per fondare la Reflex Responses, un’unità di circa 800 combattenti stranieri al servizio degli Emirati Arabi Uniti.
PMC, non più semplice guardia armata
Sebbene molte analisi si concentrino sulle tensioni geopolitiche e della sicurezza regionale, oggi le PMC non sono più semplici “guardie armate”. E non è un dettaglio da poco.
A loro vengono affidate ampie responsabilità in campo di sicurezza, dalla protezione fisica alla cybersicurezza, sorveglianza, analisi della sicurezza, consulenza, protezione delle informazioni, protezione delle infrastrutture digitali e servizi di sicurezza avanzati –esigenze che le forze tradizionali non posso più soddisfare.
L’economia digitale svolge un ruolo fondamentale in questo mercato dei servizi di sicurezza che vale 14 miliardi di dollari, con oltre il 67% delle aziende private della regione che hanno visto un espandersi della propria infrastruttura digitale e investimenti nella sicurezza elettronica con un aumento di oltre il 20%negli ultimi anni.
La rapida crescita economica dell’Arabia Saudita e i suoi importanti progetti, coma la città futuristica NEOM, richiedono una sicurezza moderna e integrata che vada proprio dalla protezione fisica alla cybersicurezza.
Di conseguenza, il mercato della sicurezza fisica per il 2024 in Arabia Saudita – valutato oggi a 1,24 miliardi di dollari – è previsto che raddoppierà quasi fino a 2,36 miliardi entro il 2031.
Di fronte a tale domanda, le strutture di sicurezza tradizionali come la polizia e l’esercito non sono più adeguate. Ecco perché circa 300 PMC autorizzate, tra cui aziende come la svedese Securitas e la statunitense Allied Universal, operano oggi nel regno, molte delle quali sono responsabili della sicurezza dei suoi mega progetti.
Questo modello è stato ulteriormente rafforzato dagli eventi sportivi mondiali ospitati nella regione, come la Coppa del Mondo FIFA 2022 in Qatar, che aveva stretto partnership con società turche, americane, francesi e inglesi.
Potenziali conseguenze dell’utilizzo delle PMC nel Golfo
L’uso crescente delle PMC negli Stati del Golfo comporta conseguenze significative sia a livello nazionale che regionale, tra le quali – anche se in una prospettiva più a lungo termine – la ridefinizione degli schemi di sicurezza e l’indebolimento delle istituzioni statali formali.
A livello nazionale, il primo effetto è la frammentazione del potere e l’erosione del monopolio statale sull’uso della forza.
Quando gli Stati delegano compiti di sicurezza, intelligence o paramilitari ad aziende private, il confine tra istituzioni ufficiali e attori non statali della sicurezza diventa confuso.
Un esempio importante è il “Progetto Raven”, negli Emirati Arabi Uniti, dove ex dipendenti della statunitense National Security Agency lavoravano come appaltatori privati per hackerare telefoni e computer di dissidenti emiratini senza dover così coinvolgere direttamente la polizia o i servizi di intelligence ufficiali.
Questo mostra che l’esercizio del potere coercitivo si è spostato verso un dominio semi-privato, limitando il controllo delle istituzioni statali sugli strumenti di violenza.
Un secondo effetto è la formazione di strutture di sicurezza doppie o parallele.
La privatizzazione della sicurezza economica e nazionale porta alla creazione di entità che operano insieme ad eserciti, Ministeri dell’Interno e della Difesa, e guardie nazionali o di palazzo, ma prive di qualsiasi affiliazione ufficiale.
Questo favorisce la competizione istituzionale, l’ambiguità delle responsabilità e una minore trasparenza sulla sicurezza.
Un chiaro esempio sono le “SecurityBeltForces” affiliate al Consiglio di Transizione Meridionale dello Yemen, che, con finanziamenti e addestramento degli Emirati dal 2015, sono diventate una forza semi-autonoma che controlla infrastrutture critiche come aeroporti, porti e centri di detenzione di Aden – un’istituzione di sicurezza parallela di fatto al di fuori del quadro ufficiale dello Stato yemenita.
Una terza conseguenza è la crescente dipendenza della forza lavoro straniera. Molte PMC attive nella regione del Golfo impiegano personale nepalese, sudanese, ugandese, keniota e colombiano.
Gli osservatori hanno spesso sottolineato che gli sforzi di reclutamento in Africa occidentale ignorano sistematicamente il controllo dei precedenti penali, aumentando la possibilità di assumere persone con passato violento o criminale, favorendo così nel tempo il rischio di violenza organizzata.
A livello regionale, l’espansione delle PMC normalizza la sicurezza come merce, intensifica la competizione sugli armamenti e istituzionalizza l’intervento per procura.
Questo modello a basso costo e basso rischio può essere facilmente fatto proprio da altri attori regionali.
Nello specifico, Iran e Turchia – in particolare attraverso il PMC SADAT turco(o Wagner turca), coordinato da Ankara con combattenti proxy siriani –rappresentano due stati particolarmente preparati e pronti ad adottare questo modello.
Questa tendenza potrebbe veramente creare un nuovo schema nella sicurezza mediorientale, sempre più dipendente da reti private e forze per procura piuttosto che dalle istituzioni statali.
Non propriamente una tendenza favorevole per una regione già destabilizzata da conflitti civili e guerre per procura.




