Al Board of Peace di Trump il “no” di Germania, Regno Unito e forse anche Italia
Il Board of Peace di Donald Trump è stato visto con forte scetticismo da molti partner europei: la Francia ha già rifiutato l’invito, criticando in particolare l’idea di un organismo che potrebbe “superare” o affiancarsi all’ONU, e anche Germania, Regno Unito e altri Paesi occidentali come Canada e Paesi Bassi stanno orientandosi verso un no oppure non intendono partecipare alle condizioni attuali. L’Italia è stata invitata ma la posizione definitiva è ancora in discussione, con dubbi legati alla Costituzione e alla natura dell’iniziativa in relazione al sistema multilaterale esistente.
Il “Board of Peace” è un’iniziativa promossa dal presidente Donald Trump come parte del suo piano di pace per la Striscia di Gaza e potenzialmente per altri conflitti globali: si tratta di un organismo internazionale che secondo la Carta istitutiva ha l’obiettivo di “promuovere stabilità, ripristinare una governance affidabile e garantire una pace duratura” nelle aree colpite da guerra, iniziando proprio da Gaza. Il testo prevede un ruolo di primo piano per gli Stati Uniti, con Trump stesso nominato chairman a vita, e offre posti permanenti ai Paesi disposti a versare oltre un miliardo di dollari, mentre altri membri avrebbero incarichi a rotazione di tre anni.
L’adesione della Germania al ‘Board of Peace’ di Donald Trump è “improbabile”, quantomeno “nella sua forma attuale”. Lo riferiscono fonti del governo di Berlino all’agenzia Dpa. Secondo quanto appreso da Dpa, il governo tedesco “sostiene, in linea di principio, qualsiasi misura che contribuisca alla pace e alla stabilità nella Striscia di Gaza” ma avverte che “tali misure devono rimanere nel quadro del diritto internazionale”. A differenza di Macron, Merz ha evitato di andare allo scontro diretto con il magnate e ha mantenuto un approccio pacato e dialogante. Secondo i media tedeschi, con l’ulteriore inasprimento dello scontro con l’Ue sulla Groenlandia, il cancelliere tedesco è ancora più determinato a provare a far ragionare il presidente americano, al quale ha chiesto domani un incontro bilaterale al Forum di Davos, su cui non si hanno però al momento conferme.
Fonti tedesche sentite dall’Agi aggiungono che, se al no del presidente francese Emmanuel Macron si aggiungesse quello, molto probabile, del premier britannico Keir Starmer, diventerebbe molto complicato per il cancelliere tedesco Friedrich Merz aderire a un organismo che sembra sempre meno destinato a gestire la ricostruzione di Gaza e sempre più funzionale al desiderio di Trump di costruire una sorta di Onu parallela su sua misura dove, per giunta, occorre sborsare un miliardo di dollari per entrare. Le fonti parlano di un certo imbarazzo a Berlino, accresciuto dall’estensione dell’invito al presidente russo Vladimir Putin.
Anche in Italia la decisione comune è quella di optare per il “no”. Lo scudo è l’articolo 11 della Costituzione, che consente all’Italia di far parte di organismi internazionali che si occupano di pace ma solo «in condizioni di parità con gli altri Stati». L’opposto cioè del Board of peace escogitato da Donald Trump, primus inter pares in quella che è una sorta di Onu privata con gettone d’ingresso da un miliardo di dollari (cui Netanyahu ha annunciato di voler aderire). «No, così non si può». È il primo dubbio che sta portando Giorgia Meloni a non entrare nel Consiglio di pace, che sarà battezzato domani tra le montagne di Davos. Forse la premier alla fine sarà presente, per questioni di buon vicinato con la Casa Bianca, all’appuntamento. Tuttavia è sempre più consapevole di non poter firmare a nome dell’Italia l’ingresso nel board.
E poi c’è un altro elemento, che è stato valutato ieri in tarda mattinata dalla premier durante una riunione con i vice Matteo Salvini e Antonio Tajani, e con il ministro Guido Crosetto. La ratifica di trattati internazionali dovrebbe passare da un voto del Parlamento con una legge ordinaria, e ormai non c’è più tempo. Inoltre il Quirinale, proprio in virtù dell’articolo 11, bloccherebbe subito il provvedimento. Palazzo Chigi fino a tarda sera non fornisce informazioni, segnale di un travaglio politico e diplomatico. La possibilità che la premier domani sia a Davos da «osservatrice» senza firmare accordi resta sullo sfondo.




