Iran. Cosa sta succedendo in questi giorni

Quattordici giorni di manifestazioni, 100 morti per la reazione dellle forze di sicurezza, 2mila arresti, proteste in 270 località. Non si era mai visto nulla di simile in Iran, dove da tempo è evidente la stanchezza della popolazione iraniana nei confronti del regime di terrore installato dagli ayatollah. Significa che comunque vadano le cose in questi giorni si sta verificando una svolta che potrebbe portare, presto o tardi, alla caduta del regime e ad una successione del capo supremo Ali Khamenei, il quale intanto ha messo in atto una repressione brutale.
Secondo l’Agenzia degli attivisti per i diritti umani Hrana, al 12 gennaio le persone uccise sarebbero almeno 538: 490 manifestanti e 48 membri delle forze di sicurezza. L’Ong Iran Human Rights ha invece confermato almeno 192 manifestanti uccisi, precisando che il numero reale potrebbe essere molto più alto. E la fondazione del premio Nobel per la pace Narges Mohammadi parla invece di almeno 2.000 morti. Testimonianze e video, nonostante il blackout quasi totale di internet che dura da oltre 60 ore, raccontano di spari sulla folla e di ospedali al collasso per il numero dei feriti. Il governo ha imposto una censura ferrea: secondo Netblocks, la connettività nazionale è scesa a circa l’1% dei livelli ordinari, una misura che l’Ong definisce una minaccia diretta alla sicurezza e al benessere della popolazione.
Tutto è iniziato il 28 dicembre con il tracollo del rial, la valuta locale, schiacciato dalle sanzioni e dall’inflazione galoppante. Ma in poche ore le lamentele per il carovita si sono trasformate in manifestazioni di massa, dove si urlavano slogan politici durissimi. Come racconta l’Associated Press, in poco tempo la gente ha cominciato a chiedere non più solo pane e lavoro, ma la fine del potere clericale. Il Guardian parla di oltre 570 cortei in tutte e 31 le province del Paese. A Teheran, Mashhad, Tabriz, Shiraz, Rasht, le voci della folla si uniscono ai cori: “Morte a Khamenei”, “Viva lo scià”. A Mashhad, città natale della Guida Suprema Ali Khamenei, i falò illuminano le strade in segno di sfida. Come sottolinea la BBC, le proteste hanno ormai superato le due settimane e coinvolto più di cento città: un movimento che non si era visto così diffuso dai tempi della rivolta per la morte di Mahsa Amini nel 2022.
Sui social, sta diventando virale sui social una nuova protesta lanciata dalle donne iraniane all’estero, che si filmano mentre accendono sigarette da una immagine in fiamme del leader supremo, l’Ayatollah Khamenei. I video, rilanciati dai media internazionali quali il Daily Mail ed Euronews, rappresentano per le donne una forma di resistenza alle rigide regole dell’Iran: fumare per le donne è infatti un gesto fortemente disapprovato nella Repubblica islamica, mentre dare fuoco alle immagini della Guida suprema è contro la legge.
Il presidente Usa Donald Trump ha dichiarato di essere pronto ad aiutare i manifestanti “che lottano per la libertà” e, secondo fonti citate dal Wall Street Journal e dal New York Times, ha ricevuto briefing su possibili opzioni di risposta, comprese ipotesi di attacchi militari contro obiettivi del regime a Teheran. Tra le possibilità discusse figurano anche supporto informatico e strumenti per aggirare la censura, come i sistemi Starlink. Trump ha affermato che l’Iran avrebbe chiesto di negoziare e che un incontro con i leader della Repubblica islamica è “in preparazione”, senza però escludere opzioni militari. Il presidente Usa ha aggiunto che Teheran starebbe oltrepassando una “linea rossa” legata al numero dei manifestanti uccisi e che l’esercito sta valutando “opzioni molto forti”, lasciando intendere che un’azione potrebbe arrivare anche prima di eventuali colloqui.
La Guida suprema Ali Khamenei ha intimato a Trump di “occuparsi del suo Paese” e, in un messaggio pubblicato su X, ha evocato il destino dei despoti della storia, sostenendo che anche il presidente americano farà la stessa fine “quando sarà all’apice della sua superbia”. Intanto, da Israele il primo ministro Benjamin Netanyahu ha dichiarato che, se il regime degli ayatollah dovesse cadere, Israele tornerebbe a collaborare con l’Iran, mentre dall’Italia il vicepremier e ministro degli Esteri Antonio Tajani ha espresso sostegno alle aspirazioni democratiche del popolo iraniano, chiedendo il rispetto dei diritti umani e la rinuncia alla pena di morte come strumento repressivo.



