Myanmar: a pochi giorni dalle elezioni il mondo guarda senza vedere una deriva autoritaria sempre più vicina

Quando in Myanmar nel 2020 si sono tenute elezioni relativamente libere e giuste, dominate dalla Lega Nazionale per la Democrazia di Aung San Suu Kyi, molte democrazie mondiali hanno elogiato questo importante risultato.
Poco dopo, con un colpo di Stato, le forze armate del Myanmar, conosciute come Tatmadaw, hanno annullato le elezioni, e alcune di queste democrazie hanno imposto sanzioni alla nuova giunta o hanno ridotto le loro relazioni diplomatiche con il Paese.
Oggi la giunta si sta preparando a nuove “elezioni” che si terranno in più fasi a partire dal prossimo 28 dicembre.
Questa volta però, non saranno né libere né giuste, visto che l’esercito è certo che il loro Partito, il Partito della Solidarietà e dello Sviluppo dell’Unione (USDP), vinca praticamente in ogni seggio.
Contesto elettorale
Analisti e osservatori hanno ampiamente condannato queste nuove elezioni definendole una farsa.
Il voto avverrà solo in “zone sicure”, cioè nelle aree controllate dal regime, che rappresentano meno della metà del territorio del Myanmar.
L’opposizione politica pacifica è stata annientate con il colpo di stato del 2021, attraverso lo scioglimento della maggior parte dei Partiti e con l’arresto di migliaia di persone, molte delle quali ancora in prigione.
Il Paese rimane inoltre impantanato in una drammatica guerra civile tra il Tatmadaw e una debole alleanza di gruppi armati, rendendo comunque impossibili elezioni corrette e libere, qualora ci fosse la volontà di indirle.
Nonostante questa situazione esplosiva, la giunta intende andare avanti, con una lista di candidati dominata da ex generali e funzionari militari in carica.
La regia è pronta per la scelta formale del generale Min Aung Hlaing, già Presidente ad interim, come Presidente.
Rinascita internazionale
Ma, per quanto antidemocratiche possano essere queste elezioni, gli analisti affermano che aumenteranno il riconoscimento internazionale della giunta, alleviandone l’isolamento.
Min Aung Hlaing ha già cercato il riconoscimento formale di Cina, India, Russia e altri Stati vicini.
Ha incontrato il leader cinese Xi Jinping e il Primo Ministro indiano Narendra Modi ai margini del vertice dell’Organizzazione di Cooperazione di Shangai che si è tenuto lo scorso agosto in Cina, ottenendo il sostegno dei due leader ai piani elettorali della giunta.
Ad aprile, il leader della giunta ha avuto incontri bilaterali con capi di Stato e di governo del Bangladesh, Bhutan, Nepal, Sri Lanka e Thailandia.
L’International Crisis Group ha rilevato che questi incontri hanno rappresentato “una notevole crescita dei contatti ad alto livello dopo il colpo di Stato”, visto che questi esponenti di punta avevano ignorato il capo della giunta per molto tempo.
Ma perché questo cambio di atteggiamento? Gli osservatori ritengono che parte della motivazione si trovi nel fatto che, in un mondo fatto di incertezza economica e diplomatica, la difesa della democrazia stia diminuendo. Come ha detto il Crisis Group, “la crescente stanchezza diplomatica” tra gli Stati sviluppati e i vicini del Myanmar – sommata all’assistenza diplomatica, militare e finanziaria della Cina alla giunta – ha incoraggiato il regime a riaffacciarsi sulla scena mondiale e dato ad altri Paesi la possibilità di riattivare i contatti.
Alcuni Stati ricchi che storicamente sostenevano le forze filodemocratiche in Myanmar, e che hanno successivamente sanzionato la giunta, stanno iniziando ad attenuare il loro atteggiamento.
Ad esempio, l’Amministrazione degli Stati Uniti di Trump ha sospeso gli aiuti all’opposizione filodemocratica del Myanmar, infliggendo un duro colpo alle forze di resistenza.
Dissonante legittimazione dei rapporti
La riduzione degli aiuti e della difesa da parte di alcune importanti democrazie ha permesso ad altri Stati di ridurre i costi dei rapporti diplomatici portati e riconoscere la giunta per lavorare direttamente con il governo militare.
Dopo le elezioni, sebbene ampiamente criticate, diventerà molto più facile per i vicini del Myanmar e le potenze mondiali collaborare con un governo “legittimo”, permettendo loro di costruire legami economici e contemporaneamente distogliere lo sguardo dalla distruzione del Paese da parte del regime.
Dal rapporto del Crisis Group si evince che molti Stati asiatici, più o meno liberi, “ritengono che ci sia poco da guadagnare dal prolungato isolamento del regime. È probabile che ristabiliscano rapporti normali con qualunque amministrazione emerga dalle elezioni”.
Anche altri membri dell’Associazione delle Nazioni del Sud-est asiatico che sono stati in passato più critici nei confronti del regime, come la Malesia, probabilmente silenzieranno le loro critiche dopo il voto.
L’ASEAN, che include il Myanmar, opera per consenso, e altri membri dell’Associazione come la Thailandia accoglieranno più apertamente la giunta per mera necessità, come il controllo delle frontiere.
Trump e altri leader di alcune democrazie di Stati sviluppati sembrano prepararsi ad utilizzare queste “elezioni” per rafforzare i legami con il regime del Myanmar, nonostante il suo abbandono della promozione della democrazia.
Gli Stati Uniti hanno recentemente revocato lo Status di Protezione Temporanea per i cittadini del Myanmar (TPS), che era stato loro concesso dopo il colpo di Stato del 2021, perché si riteneva che sarebbe stato troppo pericoloso per loro tornare a casa.
Nel giustificare la fine del programma, l’Amministrazione ha citato i “notevoli progressi del Myanmar nella governance e nelle stabilità del Paese, inclusa la fine dello stato di emergenza e i piani per elezioni libere e corrette”.
Questa dichiarazione ha suscitato un risentimento bibartisan da parte del Congresso.
Nel frattempo, anche il Giappone si è gradualmente riavvicinato al regime, ed è probabile che anche la Corea del Sud si muova in questa direzione.
Secondo diversi analisti giapponesi e sudcoreani, è probabile che Tokyo e Seul, che hanno ridotto i rapporti con il Myanmar dopo il colpo di Stato del 2021, ristabiliranno pieni contatti prima delle elezioni.
Va sottolineato che l’Europa e alcune altre democrazie, tra cui l’Australia e Regno Unito, hanno adottato l’approccio opposto, con il Parlamento Europeo che lo scorso novembre ha emesso una risoluzione che respingeva la legittimità delle prossime elezioni.
Uno schema ben rodato
Usare un’elezione fittizia per favorire legittimità non è una novità.
Naypyidaw sta seguendo lo stesso schema di altri regimi repressivi, inclusa la decisione di far seguire le elezioni da osservatori di Paesi amici per certificarne i risultati.
Mentre il declino democratico sta attraversando il mondo, il gruppo di monitoraggio di Freedom House ha registrato 19 anni consecutivi nel deterioramento della libertà globale, autocrati che utilizzano sempre più elezioni e osservatori, per quanto truccate e comprati, per legittimare il loro potere a livello regionale e internazionale.
L’Algeria ha utilizzato le elezioni, non propriamente libere, nel 2024 per arrivare al suo fine e migliorare così i rapporti con l’Europa e gli Stati Uniti.
L’Egitto, dal suo colpo di Stato del 2011, ha usato le elezioni accompagnate da una sembianza di monitoraggio per riconquistare gran parte della sua legittimità agli occhi del mondo democratico, così come il Presidente azero Ilham Aliyev, in carica da moltissimo tempo, che ha più volte indetto elezioni per rafforzare i legami del suo Paese con il mondo libero.
Il raggiungimento da parte della giunta del Myanmar, che sfrutterà il voto per prolungare il proprio governo e indebolire il sostegno esterno all’opposizione, avrà pesanti ripercussioni per il Paese.
Dal colpo di Stato del 2021, circa metà del Myanmar vive in condizioni sempre più precarie. Circa un quarto della popolazione non ha abbastanza cibo, e il Paese è diventato uno dei centri mondiali della criminalità organizzata.
Malattie che erano in remissione come malaria e tubercolosi hanno ripreso a decimare la popolazione. E secondo il centro di monitoraggio ACLED (Armed ConflictLocation & Event Data Project) il Myanmar è il secondo Stato al mondo per violenza.
Non c’è da meravigliarsi se negli ultimi quattro anni si sia registrato un numero sempre crescente di persone in fuga dal Paese.
Sotto un governo militare più sicuro di sé, legittimato da sedicenti elezioni, il Tatmadaw non avrà timore a commettere altre atrocità.
Purtroppo, vista l’esperienza di successo vissuta da altri autocrati che hanno indetto e vinto le loro personali elezioni per aggiudicarsi la legittimità, i militari in Myanmar non avranno dubbi nel credere che in fondo il prezzo pagato dal proprio Paese per riprendere lustro agli occhi del mondo non sarà poi così alto.





