Il Pakistan si affida al suo super-generale. Piace a Trump, comanda tutto ed è intoccabile
In Pakistan il potere ha di nuovo cambiato voce, ma non accento. Non parla più attraverso i governi civili fragili e litigiosi che si sono alternati negli ultimi anni, bensì con il tono secco e diretto delle uniformi. Il Parlamento ha approvato una riforma che concentra nelle mani di un solo uomo il comando di esercito, marina e aviazione. Quell’uomo è il generale Asim Munir. E, come se non bastasse, lo ha reso giuridicamente intoccabile, garantendogli un’immunità perpetua per tutte le decisioni prese in servizio.
In un Paese dove i militari non hanno mai davvero lasciato il centro della scena, la scelta ha il sapore di un ritorno all’ordine “naturale” delle cose. Per molti pakistani è un déjà-vu: quando la politica si inceppa, quando l’economia affonda e le piazze ribollono, l’esercito torna a presentarsi come l’unica ancora di salvezza. Stavolta, però, lo fa senza passare da un colpo di Stato. Tutto avviene dentro le istituzioni, con un voto parlamentare che legittima una concentrazione di potere senza precedenti.
Asim Munir non è un generale carismatico da slogan e proclami. È riservato, religioso, metodico. Ha costruito la sua carriera nel controterrorismo e nell’intelligence, lontano dai riflettori. Proprio questa immagine di uomo solido e prevedibile lo ha reso apprezzato a Washington, soprattutto durante la presidenza di Donald Trump. Nei palazzi americani Munir viene visto come qualcuno che “mantiene la parola”, che garantisce cooperazione militare e controllo su un arsenale nucleare che resta una delle principali preoccupazioni strategiche degli Stati Uniti.
Non stupisce quindi il silenzio prudente di Washington davanti alla riforma. Nessuna benedizione esplicita, ma nemmeno una vera condanna. In gioco c’è troppo: la stabilità del Pakistan, il confine afghano, l’equilibrio dell’Asia meridionale. Per gli Usa, un uomo forte e affidabile può sembrare un rischio calcolato migliore rispetto all’instabilità cronica di governi civili deboli e contestati.
Dentro il Pakistan, però, la decisione spacca il Paese. I sostenitori parlano di realismo: serviva una guida forte per affrontare crisi economica, inflazione, terrorismo e proteste. I critici vedono invece un colpo durissimo allo Stato di diritto. L’immunità perpetua concessa a Munir è il punto più controverso: nessun tribunale potrà mai chiedergli conto delle sue scelte. È un messaggio chiaro, quasi brutale: la sicurezza viene prima di tutto, anche della giustizia.
Sul fronte esterno, l’India osserva con crescente inquietudine. Nuova Delhi teme che la nascita di un “super-generale” riduca ulteriormente il ruolo della diplomazia e aumenti il peso delle logiche militari, soprattutto sul Kashmir. Anche se Munir non è considerato un falco, la concentrazione del potere rende ogni crisi potenzialmente più pericolosa. Quando a decidere è uno solo, gli spazi di compromesso si assottigliano.
Il Pakistan, ancora una volta, sceglie la scorciatoia della forza per compensare la debolezza della politica. Asim Munir diventa il perno su cui ruota il presente e il futuro del Paese: protetto dalla legge, rispettato dagli alleati, temuto dai rivali. Resta da capire se questa stabilità costruita dall’alto sarà duratura o se, come già accaduto in passato, il prezzo da pagare sarà un’ulteriore erosione della democrazia e un aumento delle tensioni in una delle regioni più fragili del mondo.




