Il canto delle sirene nel Balucistan: la regione contesa

“Una sottounità del Balucistan Liberation Front (Blf) ha sferrato un pesante attacco contro il complesso principale che ospita il personale straniero e gli ingegneri coinvolti nei progetti relativi alle miniere di Saindak e Reko Diq” Spiegano da Islamabad con leggerezza, minimizzando la gravità geopolitica dell’attacco. Ci troviamo a Nokundi, il cuore pulsante dei test nucleari del Pakistan, e soprattutto l’area di diverse istallazioni militari. Una ragazza del fronte di liberazione si è fatta esplodere per aprire il passaggio di Reko Diq ai compagni che hanno avuto uno scontro a fuoco con le autorità. A morire sono stati dei cinesi, forse degli occidentali. Ora il distretto di Chagai ha tutta l’attenzione degli Stati Uniti, da tempo interessato alle sue risorse minerarie.
Una gallina dalle uova d’oro: Reko Diq
Il progetto minerario di Reko Diq non è soltanto un investimento dalla bellezza di 1.25 miliardi di dollari per la banca Import-Export Bank (EximBank) e 7,7 miliardi di dollari, una partnership guidata da Barrick Gold (incasso tra canadesi e americani del 50%). Reko Diq significa minerali critici per la transizione energetica, per le innovazioni tecnologiche che portano prestigio allo stato: Il rame, l’oro. Ma, soprattutto, Reiko Diq significa addentrarsi nel corridoio economico Cina-Pakistan. Il piano di Washington è dare filo da torcere a Pechino appoggiandosi economicamente a Saindak, Duddar e Gwadar, in territori mai sfruttati dagli Stati Uniti.
Mentre decolla la sfida sino-americana sui minerali critici, il Fronte di Liberazione del Balucistan, composto da un popolo escluso dal profitto delle sue stesse risorse e vittima di un genocidio etnico, sparge sangue per combattere contro l’occupazione di Islamabad. Di conseguenza, l’arrivo di ingegneri e funzionari occidentali aiuta a dare visibilità alla causa: fattori sufficienti per aprire un significativo dilemma geopolitico. Scenario già previsto dagli analisti con l’ascesa della seconda amministrazione Trump.
Tutti gli occhi del mondo sul Balucistan
Islamabad prova a fare del suo meglio per rassicurare i grandi finanziatori. Definisce “gestibile” il Balucistan agli Stati Uniti e garantisce alla Cina lo spazio che si è ritagliata nelle miniere anni prima, ma il suo controllo militare sul territorio è evidentemente ristretto. Tuttavia, la convivenza tra Washington e Pechino è impossibile: la crescente partecipazione americana a Reko Diq è uno scontento sistematico della Cina. Certamente, quest’ultima entrerà in azione per affermare il suo dominio, ma senza far rumore. Strategie lente e metodiche, presto Islamabad comincerà a sentire le pressioni finanziarie di Pechino.
Neanche Delhi si sente al sicuro. Fedele all’America per le divergenze con il Pakistan, utilissima come partner affidabile nell’Asia. Per questo sgradisce l’impronta statunitense nel Balucistan, consapevole del possibile isolamento geopolitico con un’ipotetica intensificazione del conflitto. L’India prova a tenere il piede in due scarpe, riallacciando alcuni canali di dialogo con la Cina.
I minerali critici sono come il canto delle sirene per USA, Cina, Pakistan e India: un’area nuova da miliardi di dollari, l’occasione di portare prestigio alle finanze nazionali. Però, trovarcisi dentro significa affrontare un terreno martoriato da più di settant’anni da un genocidio, e ammettere che nessuno sia capace di gestire il Balucistan è difficile.



