Cosa è il fondo SAFE e perché il Regno Unito ha scelto di non aderire
I negoziati per l’adesione del Regno Unito al fondo europeo per la difesa SAFE si sono conclusi con un fallimento. La conferma è arrivata venerdì scorso dal ministro britannico per le Relazioni con l’UE, Nick Thomas-Symonds, segnando una battuta d’arresto significativa per i piani di riarmo del continente. Londra ha rifiutato di versare i 6,75 miliardi di euro richiesti da Bruxelles, giudicando la cifra “irragionevole” rispetto ai benefici concreti per l’industria britannica.
SAFE, acronimo di Security Action For Europe, rappresenta il primo grande investimento militare europeo con una dotazione di 150 miliardi di euro. Istituito nel maggio 2025 nell’ambito del piano ReArm Europe promosso dalla presidente della Commissione Ursula von der Leyen, il fondo è stato concepito per rafforzare l’autonomia strategica europea in un contesto segnato dall’invasione russa dell’Ucraina e dalle incertezze sul futuro impegno statunitense nella NATO.
Il meccanismo di SAFE prevede che gli Stati membri contraggano prestiti garantiti dal bilancio dell’UE per acquisti congiunti di equipaggiamento militare, con rimborsi spalmati fino a 45 anni. I fondi, raccolti sui mercati dei capitali, finanziano progetti comuni che spaziano dalla produzione di droni e missili allo sviluppo di capacità di difesa cibernetica, fino alla costruzione di uno scudo aereo europeo. Diciotto Stati membri – tra cui Italia, Francia, Germania, Polonia e i Paesi baltici – hanno già presentato richieste di accesso per un totale di almeno 127 miliardi di euro.
La mancata adesione britannica, però, rappresenta un problema strutturale per l’iniziativa. Il Regno Unito rimane uno dei maggiori produttori di armamenti in Europa, con colossi come BAE Systems, Rolls-Royce e le filiali britanniche di Leonardo e MBDA. L’esclusione di questo potenziale tecnologico e industriale riduce significativamente la capacità del progetto di creare un’effettiva autonomia strategica europea. Come hanno osservato funzionari europei al Financial Times, l’industria britannica avrebbe comunque beneficiato di 10-12 miliardi di euro in contratti senza aderire formalmente, ma la partecipazione avrebbe permesso alle aziende del Regno Unito di competere fino al 50% del valore degli appalti, contro l’attuale limite del 35%.
Il fallimento dei negoziati evidenzia i rischi più ampi per la sicurezza europea. La frammentazione tra Stati membri, con la Francia particolarmente rigida nel difendere quote di partecipazione elevate, e l’impossibilità di coinvolgere un partner chiave come Londra mettono in dubbio la credibilità del progetto di difesa comune. In un momento in cui l’Europa dovrebbe presentarsi unita di fronte alle minacce russe e alle incertezze transatlantiche e ad uno scenario globale che non permette divisioni, il mancato accordo con il Regno Unito segnala quanto sia ancora fragile la cooperazione industriale e politica post-Brexit.
La “porta resta aperta”, ha dichiarato la Commissione, ma i tempi stringono e le divergenze restano profonde.




