Xi a sorpresa in Tibet, non proprio una visita di cortesia

A fine agosto, il leader cinese Xi Jinping si è recato a sorpresa in Tibet.
Lo scopo ufficiale della visita era quello di celebrare il sessantesimo anniversario della fondazione della Regione Autonoma del Tibet. Ma, il vero obbiettivo di Xi era quello di lanciare un velato avvertimento ai tibetani in previsione di una, probabile, imminente crisi: l’aumento del controllo del Partito Comunista Cinese sul Tibet, regione che già a malapena tollera sottostare a Pechino.
La scelta che Pechino vuole “forzare”
Le tensioni tra il governo cinese e il popolo tibetano sono in aumento da mesi per via dell’avvicinarsi di un momento cruciale per le relazioni tra i due governi.
Tutto nasce dal novantesimo compleanno appena festeggiato dal Dalai Lama, leader spirituale dei Buddisti Tibetani e capo del governo tibetano in esilio, nonché icona per i Buddisti di tutto il mondo.
Si ritiene che sia in ottima salute dopo l’intervento subito al ginocchio lo scorso anno, ma la questione di chi succederà al 14mo Dalai Lama è in cima ai suoi pensieri, a quelli di Xi e dell’intero popolo Tibetano.
In un discorso tenuto nella capitale del Tibet, Lhasa, Xi ha dichiarato che la sua priorità assoluta fosse “mantenere in Tibet la stabilità politica, la stabilità sociale, l’unità nazionale e l’armonia religiosa”. Ha aggiunto che le misure prese dalle autorità dovevano essere in linea con “le esigenze di promuovere sistematicamente la ‘sinizzazione’ della religione… e il rafforzamento dello stato di diritto nella governance degli affari religiosi”. Tradotto: Xi vuole che il Tibet diventi più culturalmente e politicamente cinese (lavoro che sta portando avanti da anni), e mira a prendere il controllo della religione tibetana.
La tradizione Buddista Tibetana afferma che il Dalai Lama si reincarna dopo la morte. Il prossimo Dalai Lama sarà individuato tra molteplici bambini piccoli, e cresciuto per diventare il leader del suo popolo, proprio come lo sono stati i suoi predecessori.
L’attuale Dalai Lama, Tenzin Gyatso, aveva due anni quando il comitato degli anziani lo riconobbe come Dalai Lama, reincarnatosi nel Tibet occidentale, in quella che oggi è la Provincia cinese del Qinghai.
Con una mossa assurda, ma politicamente convincente, il regime ufficialmente ateo di Pechino, ha affermato che questa volta sarebbero stati i suoi funzionari ad identificare il Dalai Lama reincarnato.
Questo potrebbe garantire al regime al potere di controllare la futura leadership del Tibet e, almeno questo sperano le autorità, reprimere le aspirazioni di autonomia dei tibetani.
Cenni storici
La Cina ha annesso con la forza il Tibet nel 1951 con un’incursione militare nella regione, e nel 1959 la resistenza tibetana si trasforma in una vera e propria ribellione. Durante una feroce fase di repressione il Dalai Lama fuggì nella vicina India insieme a migliaia di suoi seguaci. Dalla sua base di Dharamasala guida la campagna per mantenere vivo il Buddismo Tibetano e l’identità tibetana. Per il suo prodigarsi senza violenza, nel 1989 gli viene conferito il Nobel per la Pace, e questo lo renderà una celebrità internazionale, trasformando il Movimento del Tibet Libero in causa globale, anche se in realtà negli ultimi anni la sua spinta internazionale ha perso un po’ di vigore.
Il Dalai Lama non chiede più la piena indipendenza dalla Cina, solo una reale autonomia.
Ma la Cina vede in lui e nei suoi sostenitori pericolosi separatisti che minacciano la coesione del Paese.
Inoltre, Pechino considera l’altopiano del Tibet, al confine con la sempre potenziale rivale India, un importante area strategica.
Escalation delle tensioni
Il nostro tempo sta creando nuove opportunità per Pechino e nuove sfide per i Tibetani, ma il Dalai Lama sta cercando di giocare d’anticipo, reagendo a quello che sarà probabilmente un periodo conflittuale.
Ad onor del vero, la Cina ha già messo mano alla tradizione della reincarnazione in Tibet. Nel 1995, fu identificato dai monaci un Panchen Lama reincarnato (il secondo monaco tibetano di rango più alto), ma Pechino organizzò il rapimento del bambino e nominò un altro Panchen Lama. Noto al mondo come il “prigioniero politico più giovane”, del Panchen Lama predestinato non si seppe più nulla.
Pienamente consapevole dei ben congeniati piani cinesi, il mese scorso, poco prima delle celebrazioni del suo compleanno, il Dalai Lama ha fatto una dichiarazione molto forte. In un videomessaggio ha ribadito che avrà sicuramente un successore dopo la sua morte, e che solo i massimi rappresentati della sua fondazione, la Garden Phodrang Fund, avranno l’autorità per riconoscere il suo successore reincarnato.
“Nessun altro ha l’autorità di interferire in questa materia”, ha duramente puntualizzato.
Il Dalai Lama ha dichiarato in passato che il suo successore reincarnato sarebbe nato fuori dalla Cina, per evitare che Pechino inquinasse il processo. Anche se nel video del mese scorso non ha apertamente reiterato la promessa di “nascita nel mondo libero”, l’annuncio è comunque stato una sfida diretta a Pechino che invece ha più volte detto che sarebbe stato determinante nella successione.
Appena dopo la pubblicazione del video, il Ministero degli Esteri cinese ha prontamente ribadito che la reincarnazione sarebbe stata approvata unicamente da Pechino. Anche se tutto ciò può sembrare una farsa surreale, la posta in gioco è molto alta e molto reale.
Le incertezze che nasceranno dalla successione
Al di là delle difficoltà che nasceranno dalla scelta del prossimo Dalai Lama, il periodo successivo alla morte di quello attuale sarà pieno di ostacoli e difficoltà. Anche se venisse riconosciuta la loro scelta, i Tibetani vivranno in un vuoto di leadership, poiché il prescelto sarà un bambino piccolo. Anche se esiste una gerarchia nella dirigenza, l’assenza dell’attuale Dalai Lama si farà sentire. La Cina è sicura di trarre grande profitto da questa opportunità, e alcuni Tibetani, potrebbero prendere provvedimenti visto che non tutti sposano la non violenza.
Xi non si è risparmiato nel cercare di riprendere il controllo di parti della Cina che considerava aver deviato dall’ortodossia di Pechino. Ha schiacciato le libertà democratiche di Hong Kong e si è imposto in pratiche oppressive nei confronti degli uiguri e altre minoranze etniche nella Provincia dello Xinjiang.
Ma la posizione del Dalai Lama in India crea una sfida unica perché la comunità in esilio che guida, con tanto di governo in esilio noto come Amministrazione Centrale Tibetana (CTA), mantiene viva l’identità e le aspirazioni tibetane al di fuori della portata di Xi, tra l’altro leader di un Paese che ultimamente ha affermato essere grande amico dell’India.
Xi e il Tibet
Xi ha sviluppato un interesse speciale per il Tibet ancor prima di diventare il leader più potente della Cina comunista dai tempi di Mao. Nel 2011, quando era vicepresidente, ha visitato il Tibet per celebrare il sessantesimo anniversario dell’annessione del territorio. Una triste commemorazione per i Tibetani.
All’epoca evidenziò l’esigenza della lealtà al Partito e all’unità nazionale. Nel 2021, quando si è consolidato il suo potere, si è recato in Tibet a sorpresa, diventando il primo leader cinese a visitare il Tibet dopo tre decenni.
Sotto la sua guida, Pechino ha inviato un gran numero di cinesi di etnia Han nel territorio, nel tentativo di diluire così la predominanza etnica, religiosa e culturale dei tibetani autoctoni. Ha imposto politiche in materia di istruzione che impongono l’insegnamento della lingua mandarina. E con una delle sue politiche più controverse, la Cina ha separato più di un milione di bambini tibetani dai loro genitori, mandandoli in collegi che li avrebbero portati all’integrazione forzata.
Gli attivisti affermano che negli ultimi tempi queste procedure si sono intensificate, con arresti di massa e distruzione di centinaia di siti religiosi. Le autorità avrebbero intensificato le misure repressive e trasferito in numero crescente sul territorio non Tibetani, come Han e Lhasa.
Subito dopo i messaggi provocatori lanciati dal Dalai Lama in occasione del suo compleanno, l’ultima visita di Xi a Lhasa è inequivocabilmente un avvertimento: la Cina è determinata a rendere la morte del Dalai Lama il momento culmine nella sua sottomissione del Tibet.





