Evoluzione della politica estera indiana nella crisi con il Pakistan

Lo scorso 10 maggio, il cessate il fuoco tra l’India e il Pakistan è stato interpretato come un atto di distensione tra i due Paesi.
Si metteva fine a giorni di scontri militari innescati dall’India nell’ambito dell’operazione Sindoor. Nome altamente simbolico perché fa riferimento al colore con il quale le donne indiane si tingono la fronte per indicare che sono sposate, chiaro riferimento al modo in cui gli aggressori hanno sparato alle loro vittime a Pahalgam il 22 aprile.
Ma questa tregua è ingannevole, nessuna delle motivazioni che ha scatenato lo scontro è stata risolta.
Cenni storici
L’annuncio di Donald Trump sulla fine delle ostilità è stato vissuto come un affronto in India.
Se dal 1948, Islamabad si è impegnata nell’ internazionalizzare il conflitto, New Delhi è stata più propensa a considerarlo come un contenzioso bilaterale, se non addirittura una questione nazionale.
Di fatto, le potenze terze hanno sempre attivato i canali diplomatici per influenzare l’una o l’altra parte, ma sempre un po’ in sordina per non mettere in difficoltà i rispettivi governi.
Cristallizzato sulla questione del Kashmir, la disputa dei due Paesi nasce dalla creazione di due Stati indipendenti. Per questo motivo, qualsiasi sia il governo al potere, viene percepita nell’ambito dell’integrità territoriale nazionale
Dal 2014, vi si aggiunge, in India, una dimensione xenofoba e di odio del musulmano veicolata dall’arrivo al potere del Bharatiya Janata Party (BJP, Partito del Popolo Indiano).
A questo si aggiunge il fatto che, per la prima volta, un capo di Stato straniero annuncia un cessate il fuoco e se ne dà il merito, viene percepito come un’ingerenza umiliante all’interno degli ambienti che si occupano degli affari nazionali indiani.
La questione si inserisce in un contesto già complicato per Narendra Modi: lo scorso febbraio si era autoinvitato a Washington con la speranza di negoziare i dazi, conscio che da quando è diventato Primo Ministro vanta la ritrovata sovranità dell’India e deve per questo mantenere alta la guardia.
Ricevuto sottotono e tornato a casa senza risultati, la sua base elettorale ha definito la visita un vero fallimento.
Stimolati da dieci anni di discorsi sovranisti, fomenta la volontà di vendetta contro il Pakistan, e strumentalizza questo incidente per prendere di mira gli Indiani musulmani, soprattutto quelli del Kashmir.
Induizzare la regione
In un passato più recente, il recente conflitto deriva da una politica di induizzazione della società e dello Stato, cuore pulsante del progetto di Modi.
Riguarda tutti gli Indiani di religione musulmana.
Tuttavia, in Kashmir, territorio dove la popolazione è a maggioranza musulmana, è ovviamente più marcata.
Nel 1950, lo Statuto speciale del Kashmir formalizzava la sua identità distinta: solo i sette milioni di Kashmiri potevano accedere al fondiario per preservare l’equilibrio demografico e favorire lo sviluppo autoctono di questo territorio ricco di minerali e idroelettrico, così come importante meta del turismo nazionale.
La violazione di questa disposizione aveva portato all’insurrezione del 1989, alla quale lo Stato aveva risposto con l’istituzione di una legge militare molto severa.
Ancora in vigore oggi, da 35 anni è all’origine di ogni ogni mobilitazione popolare nella vallata.
Delhi le reprime sempre con la forza.
A questo modo di agire storicamente fondato sullo sfruttamento economico e sulla sicurezza, Narendra Modi aggiunge una dimensione identitaria.
Nel 2019, lo Statuto speciale è stato eliminato con l’obbiettivo di riportare la “sicurezza” e la “normalità” nella regione.
Per i Kashmiri Modi vuole, da una parte di trasformare la demografia regionale per rendere invisibile la componente musulmani, e dall’altra parte, privarla delle risorse economiche.
Questa decisione tocca nel profondo l’esistenza stessa di questa gente, anche perché si accompagna da una spinta delle autorità verso il turismo religioso sui siti Hindu, e sul trasferimento sul posto degli Hindu per far loro aprire attività.
In sei anni, quasi 85.000 Indiani si sono stabiliti in Kashmir e vi hanno comprato terre.
Nel 2024, i turisti sono stati 3,5 milioni, l’equivalente della metà della popolazione residente.
È in questo contesto che nasce l’attentato del 22 aprile.
Ma questa dimensione è stata immediatamente nascosta da Narendra Modi che ha accusato il Pakistan di terrorismo.
Questo punto ha permesso di blindare da vallata, e ancora una volta prendersela con la popolazione. Sono state distrutte case, arrestate persone e chiusi giornali.
Stessa cosa è avvenuta nel resto dell’India dove le rare voci a favore dei Kashmiri sono state silenziate.
Nessuna soluzione è stata prospettata ai Kashmiri. Strumentalizzati o meno dal Pakistan, i fattori di rifiuto di uno Stato indiano percepito come colonizzatore, fermento della violenza locale, rimangono più vivi che mai.
Diritto internazionale travisato dall’India
Infine, il modo stesso in cui New Delhi ha portato avanti questo conflitto testimonia il travisamento del diritto internazionale a vantaggio della sola forza.
Senza aver mai sostenuto un suo coinvolgimento nell’attentato, l’India ha immediatamente accusato il Pakistan di esisterne l’istigatore, facendo partire da lì i primi colpi.
Narendra Modi ha anche sospeso – illegalmente – il Trattato delle due acque dell’Indo (Indo Water Treaty), che ripartisce dal 1960 le acque del fiume e non era mai stato sospeso nelle guerre precedenti.
Ad oggi il trattato è ancora sospeso da parte dell’India, al di fuori di qualsiasi contesto legale visto che l’ITW non prevede nessun meccanismo di sospensione.
L’India mette in pericolo milioni di civili utilizzando un diritto di prelazione, inesistente, nei confronti di una risorsa vitale nell’ambito di uno scontro militare, cosa che sembra andare a ritroso del diritto internazionale umanitario.
Soprattutto, questo atto crea un precedente pericoloso in una regione dove tra il 30 e il 40% dell’umanità dipende dai fiumi che nascono dall’alto piano del Tibet, ma molto colpito dal cambiamento climatico.
Sul modello Trump, l’escalation militare di New Delhi può essere vista come il perseguimento del commercio con mezzi alternativi visto che India e Pakistan sono in conflitto anche per questo, cercando la prima di rinegoziare l’IWT da molto tempo.
La prima democrazia della Regione contraddice sé stessa
I punti analizzati qui sopra mostrano un punto di rottura non banale: lo Stato che si definisce la sola democrazia della Regione, e per questo fino ad oggi ben voluta dalle democrazie occidentali, si trasforma in potenza aggressiva che viola il diritto internazionale.
Dal 2014 ad oggi, i colpi inferti allo Stato di diritto e alle libertà fondamentali si moltiplicano e vengono riportati da osservatori indipendenti come le Nazioni Unite o Human Rights Watch.
Qualche analista arriva a definire l’India “un’autrocrazia” elettorale.
Nonostante questi fatti, la dicotomia prevalente tra gli Stati occidentali che consiste nel classificare gli Stati in “autoritari” e “democratici”, senza attenzionare i processi che portano nel lungo termine a shiftare da un sistema all’altro, sembra aver reso molto più difficile la critica nei confronti dell’atteggiamento belligerante di New Delhi.
Non dimentichiamo che le due parti in causa sono potenze dotate di armi nucleari: le loro tensioni riguardano come minimo la sicurezza dell’intera Regione.
Il Ministro degli Affari Esteri indiano Subrahmanyam Jaishankar ha fatto un’affermazione che sembra voler mettere in discussione, da parte dell’India, il sistema internazionale che si basa sul diritto derivante dal dopoguerra: “non ci lasceremo dettare il nostro comportamento da regole che l’Occidente stesso non rispetta quando entrano in gioco i loro interessi”. Ma la più grande democrazia dell’Asia non può permettersi di scivolare verso derive pericolose.





