Lo Yemen sta pericolosamente scivolando verso una partizione di fatto

Anche se per il momento la guerra tra Israele e Iran si è fermata, le tensioni regionali rimangono.
Uno Stato particolarmente a rischio è lo Yemen, che sta silenziosamente scivolando nel caos violento se non una partizione di fatto.
Ritorno su alcuni cenni storici
L’attenzione mondiale nei confronti dello Yemen è diminuita dall’aprile del 2022, quando un cessate il fuoco mediato dalle Nazioni Unite ha trasformato la sua aspra guerra civile in un conflitto congelato senza guerra, ma anche senza pace.
Il Paese è tornato sotto i riflettori dopo l’attacco di Hamas a Israele del 7 ottobre 2023, quando gli Houthi – un gruppo ribelle islamico che oggi controlla gran parte del Paese – hanno iniziato a lanciare missili verso Israele e a prendere di mira le navi del Mar Rosso, in nome della “solidarietà” verso i palestinesi di Gaza.
Oggi però, il Paese rischia di scivolare nuovamente in un conflitto, se non arrivare ad una partizione di fatto.
Lo scorso12 giugno, il giorno prima che Israele lanciasse i suoi primi attacchi aerei contro l’Iran, Paese chr ha sostenuto e rifornito gli Houthi da quando è scoppiata la guerra civile dello Yemen nel 2014, l’inviato speciale delle Nazioni Unite nel Paese, Hans Grundberg, ha evidenziato che “il tempo non è dalla nostra parte”, specificando che “le molteplici linee di fronte in tutto lo Yemen rimangono fragili e rischiano di precipitare in combattimenti più attivi”.
Mentre il cessate il fuoco tra gli Houthi e il governo yemenita riconosciuto a livello internazionale, che è sostenuto da Arabia Saudita e Emirati Arabi Uniti, per ora regge, l’apparente calma nasconde il fatto che lo Yemen è sempre più frammentato sui confini economici, politici e geografici.
Anche se spesso semplificato come un conflitto per procura sciita-sunnita tra Iran e Arabia Saudita, le tensioni dello Yemen sono state a lungo guidate da rimostranze interne che risalgono all’unificazione dello Yemen del Nord e del Sud nel 1990.
Oggi le divisioni guidate da questi rancori si stanno irrigidendo. Nostra intervista a Boffo link
Gli Houthi, un movimento Sciita Zaydita che controlla la capitale, Sanaa, e gran parte del Nord, dopo il cessate il fuoco si sono sempre più affermati come governo legittimo.
I leader Houthi si considerano i successori dell’Imamato che governò gran parte dello Yemen settentrionale dall’897 fino al 1962, quando fu rovesciato da una rivoluzione repubblicana guidata dall’Egitto.
Nel frattempo, il governo riconosciuto a livello internazionale, noto come Consiglio Presidenziale di Leadership (PLC), esercita un controllo territoriale e un’autorità limitati in Yemen, e rimane diviso tra varie fazioni con agende divergenti.
In effetti il PLC è nato come tentativo di unificare i gruppi armati rivali sostenuti dall’Arabia Saudita e dagli Emirati Arabi Uniti, ma rimane diviso su questioni chiave, in particolare se perseguire l’unità nazionale o se rendere il Sud indipendente.
Nel Sud, il Consiglio di Transizione Meridionale (STC), appoggiato dagli Emirati Arabi Uniti, cerca di far rinascere lo Stato yemenita meridionale pre-1990, come dimostrano i suoi tentativi di consolidare, attraverso le sue milizie affiliate, il controllo su Aden e altri porti strategici meridionali.
Per gli Emirati Arabi Uniti, appoggiare l’STC è fondamentale negli sforzi fatti per garantire le rotte marittime dal Mar Rosso all’Oceano Indiano, con Aden e Socotra come primari punti d’appoggio.
Alla luce di queste fratture, l’escalation regionale tra Iran, Israele e Stati Uniti ha aumentato i timori che il Pese possa essere trascinato in una guerra più ampia, che a sua volta potrebbe riaccendere il conflitto interno.
Lo scorso giugno, gli Houthi hanno lanciato alcuni attacchi missilistici contro Israele in coordinamento con Teheran come rappresaglia per gli attacchi israeliani alle infrastrutture militari, politiche e nucleari dell’Iran, ma nel complesso hanno ricoperto un ruolo di secondo piano durante lo scontro.
Tuttavia, hanno ripreso gli attacchi contro Israele appena quattro giorni dopo il cessate il fuoco, evidenziando la loro crescente autonomia operativa dall’Iran.
Nel frattempo, gli attacchi di rappresaglia israeliani contro le infrastrutture militari degli Houthi sono stati sfruttati dal gruppo per raccogliere consenso interno, distogliendo l’attenzione dal totale collasso dei servizi e dalla insopportabile crisi economica che la popolazione vive sotto il loro dominio.
Questo potrebbe ricalibrare le loro priorità, lavorando sul consolidamento interno piuttosto che sull’essere una forza sotto il controllo dell’Iran.
Non dimentichiamo che gli Houthi sono diventati abili costruttori di armi, soprattutto droni.
Profonda disintegrazione
Nonostante gli Houthi siano riusciti ad assicurarsi il relativo controllo del nord dello Yemen, devono ancora affrontare sacche di resistenza tribale e di opposizione ideologica.
Questo vale ancor di più nel sud, dove devono affrontare l’aperta ostilità delle fazioni rivali, comprese le milizie allineate all’STC e alle forze filogovernative.
Ulteriore complicanza deriva dal fatto che queste fazioni opposte rimangono frammentate, rendendo più difficile contrastare gli Houthi. Ad esempio, nel giugno del 2023 è stato istituito il Consiglio Nazionale di Hadramaut (HNC), appoggiato dai sauditi, che vuole fare da contrappeso all’STC e cerca l’autonomia della regione orientale di Hadramaut, ricca di risorse.
La nascita dell’HNC evidenzia come anche il campo anti-Houthi si stia dividendo, mentre Riyadh e Abu Dhabi continuano a rivaleggiare per la loro influenza nel sud dello Yemen.
Le tensioni nella strategica provincia di Hadramaut tra Arabia Saudita e Emirati Arabi Uniti persistono da quando la guerra civile in Yemen si è congelata.
Nel frattempo, l’infrastruttura economica dello Yemen è sempre più tagliata in due.
Il Paese opera con due banche centrali, una sotto il controllo degli Houthi a Sanaa, l’altra sotto il governo internazionalmente riconosciuto di Aden.
Ognuno attua le proprie politiche monetarie, e anche la valuta si è divisa, con diversi tassi di cambio e banconote che circolano attraverso il confine.
Oltre ad esacerbare il crollo dell’economia, l’emergere di sistemi paralleli di governance e finanza rende la riunificazione più difficile ogni giorno che passa.
C’è anche una crescente minaccia alla sicurezza che proviene dalla penetrazione di Al-Qaeda nella Penisola Arabica (AQAP).
Anche se indebolito e portato ai margini di molte aree strategiche, il gruppo ha tentato di riprendere forza con il suo attuale capo, Saad Bin Atef al-Awlaki, che in un recente discorso pubblico ha criticato le azioni di Israele a Gaza e il sostegno degli Stati Uniti a Israele.
Anche se è improbabile che riacquisti il suo precedente controllo territoriale, la persistente presenza di AQAP rischia di alimentare l’instabilità in un sud già fragile.
In mezzo a queste sfide, gli sforzi diplomatici per superare l’attuale stato di limbo tra guerra e pace sono in fase di stallo.
Lo scorso maggio, il Presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha negoziato un accordo informale con gli Houthi per porre fine agli attacchi alle navi militari statunitensi nel Mar Rosso.
Ma la situazione rimane paralizzata e gli sforzi regionali, come quelli portati avanti dagli Stati Uniti, per arrivare a una soluzione politica unitaria sono sempre più tiepidi. Troppi gli ostacoli incontrati tra gli attori esterni che, tra l’altro, non sanno neanche molto bene quale approccio avere con gli Houthi.
Questa immobilità permette sempre più che si avveri la possibilità di un ritorno alla guerra, con le varie forze che sfruttalo l’opportunità per strappare territorio all’altro.
Negli ultimi mesi ci sono state mobilitazioni e anche piccoli scontri armati vicino alle zone di controllo territoriali in zone già contese, tra cui Marib, così come in altri governatorati come Hodeidah e Lahj.
Lo scorso 5 luglio le forze governative hanno sventato un assalto degli Houthi a est di Taiz, una città che il gruppo ha a lungo tenuto sotto assedio.
Lo Yemen sembra sempre più arrivare a un punto di rottura.
Coinvolgimento regionale
Nonostante le sue capacità militari e l’appoggio fornito al governo riconosciuto a livello internazionale, l’Arabia Saudita sembra diffidente nel riaccendere la guerra intera.
Secondo gli osservatori, Riyad si è mossa verso misure indirette, come il sostegno alle tribù settentrionali da usare come cuscinetto contro gli Houthi.
Questo tipo di strategia che vede lo sfruttamento delle fazioni tribali riprende il copione utilizzato dai sauditi sin dagli anni ’70, quando si è formata la Repubblica dello Yemen del Nord.
Si inseguono voci sui piani sauditi ed emiratini nel sostenere un nuovo conflitto, che entrambe le parti smentiscono.
In effetti, i due Paesi hanno brutti ricordi riguardo agli attacchi missilistici perpetrati dagli Houthi che hanno preso di mira i loro impianti missilistici nel 2019 e 2022.
Un nuovo conflitto minerebbe i loro piani di sviluppo economico interno, soprattutto il Vision 2030 dell’Arabia Saudita.
Eppure, sia l’Arabia Saudita che gli Emirati Arabi Uniti sperano che gli Houthi vengano in qualche modo affrontati, perché il gruppo rimarrà senza dubbio una minaccia per la sicurezza del Mar Rosso.





