Aspettiamo la reazione di Wall Street

Donald Trump ha minacciato dazi al 30% sull’export europeo dal primo agosto, avvisando che nel caso di un’eventuale risposta ritorsiva è pronto ad aumentarli della stessa percentuale. Ma il presidente americano lascia anche aperto uno spiraglio di trattativa, ipotizzando modifiche se – si rivolge a Ursula von der Leyen – “desiderate aprire i vostri mercati commerciali, finora chiusi, agli Stati Uniti ed eliminare le vostre politiche tariffarie e non tariffarie e le barriere commerciali”. Immediata la reazione della presidente della Commissione europea, che si è detta “pronta a continuare a lavorare per un accordo entro il primo agosto”, ma avvisando che allo stesso tempo l’Ue adotterà “tutte le misure necessarie” per salvaguardare i propri interessi, “inclusa l’adozione di contromisure proporzionate, se necessario”.
Bene ha fatto il governo a non inseguire sin da subito la strada dello scontro frontale. Una politica commerciale matura si misura sulla capacità di difendere gli interessi nazionali senza avventurismi. “Pieno sostegno” agli sforzi della Commissione europea nelle trattative da Palazzo Chigi, che auspica “un accordo equo, che possa rafforzare l’Occidente nel suo complesso, atteso che – particolarmente nello scenario attuale – non avrebbe alcun senso innescare uno scontro commerciale tra le due sponde dell’Atlantico”.
Parlando dei settori più colpiti, Coldiretti parla di una “mazzata” per il Made in Italy: con i nuovi dazi, i rincari arriverebbero al 45% per i formaggi, al 35% per i vini e al 42% per conserve e marmellate. Anche la viticoltura francese lancia l’allarme: gli Usa rappresentano il primo mercato estero, con esportazioni per 3,8 miliardi di euro nel 2024. In vista di questa analisi, è fondamentale valorizzare i nostri prodotti ad alto valore aggiunto, il design, la moda, il lusso, l’agroalimentare di qualità. Sono settori che possono reggere l’urto della competizione globale grazie alla forza del brand Italia e alla domanda inelastica dei consumatori internazionali. Investire su questi comparti significa rafforzare il nostro scudo competitivo, senza rinunciare alla vocazione internazionale del Paese.
I prodotti farmaceutici rappresentano la principale voce dell’export europeo verso gli Stati Uniti, pari al 22,5% del totale nel 2024. Per ora sono esentati dai dazi annunciati ma il settore rimane in allerta. Alcune aziende hanno già cominciato a rafforzare la produzione sul suolo americano, mentre chiedono all’Ue una semplificazione delle regole per restare competitive in un contesto globale sempre più instabile. Proprio per questa instabilità, serve un piano straordinario di sostegno per questi settori strategici che operano con margini ridotti ma ad alto impatto sociale.
Qualora fossimo costretti a una risposta più dura nei confronti della mossa statunitense, dovremmo guardare con attenzione ad altre leve strategiche. Le grandi multinazionali digitali statunitensi, che operano spesso in Europa con modelli fiscali elusivi, rappresentano un nodo non più rinviabile. Una digital tax equa e mirata, in linea con i principi di concorrenza leale, può essere uno strumento di pressione efficace e al tempo stesso una misura di giustizia fiscale. La Digital Service Tax si imporrebbe sui ricavi derivanti dalla fornitura di servizi digitali, come, ad esempio, la pubblicità online, i servizi legati alle piattaforme di e-commerce e quelli di streaming. L’obiettivo di questa imposta è proprio quello di allinearsi con le iniziative legislative internazionali, come quelle promosse dall’OCSE, allo scopo di evitare che le grandi aziende globali che ottengono ricavi da servizi digitali eludano le tasse nei Paesi in cui operano.




