Quando l’acqua nel Sud-est asiatico diventa una arma geopolitica
La recente sospensione da parte dell’India del Trattato sulle acque dell’Indo con il Pakistan, che va ad aggiungersi al crescente dominio della Cina sulle risorse idriche e sulle infrastrutture regionali, ha acuito le tensioni nel Sud-est asiatico, una delle regioni del mondo maggiormente toccate dal problema idrico.
Queste tensioni geopolitiche sono esacerbate dagli effetti del cambiamento climatico, che ha alterato i modelli meteorologici in un’area che ospita quasi un quarto della popolazione mondiale.
Geografia politica
La maggior parte di questi abitanti dipende fortemente dai fiumi alimentati dalle montagne del sistema Hindu Kush-Karakoram-Himalaya.
Queste catene montuose vengono definite “Terzo Polo” del mondo per la vastissima riserva di ghiacciai, che sono secondi solo all’Artico e all’Antartico.
Ma questi ghiacciai stanno scomparendo, con pesanti implicazioni per i fiumi che alimentano a valle.
Un rapporto da poco pubblicato dal Centro Internazionale per lo Sviluppo Integrato delle Montagne (ICIMOD), ha mostrato che la regione ha registrato la sua più bassa persistenza della neve, ossia la durata della neve sul suolo, degli ultimi 23 anni, creando una grave minaccia per la disponibilità di acqua nelle principali arterie come i fiumi Indo, Gange e Brahmaputra.
L’ICIMOD ha anche evidenziato che fino all’80% dei ghiacciai della regione potrebbe scomparire entro l’inizio del prossimo secolo, compromettendo la stabilità a lungo termine dei sistemi idrici del Sud-est asiatico.
I risultati di questa pubblicazione sottolineano il crescente stress climatico su una regione che sta già affrontando un rapido ritiro dei ghiacciai, modelli meteorologici irregolari e inondazioni ricorrenti.
Il Sud-est asiatico è un punto caldo per le sfide poste dal cambiamento climatico globale e i bambini della regione potrebbero essere quelli che ne pagheranno il prezzo.
Secondo un rapporto UNICEF, qui, 347 milioni di bambini di età inferiore a 18 anni sono già esposti a una elevata scarsità di acqua, il numero più alto tra tutte le regioni del mondo.
Man mano che il cambiamento climatico e le tensioni geopolitiche convergono tra loro, gli esperti temono che la fragile politica idroelettrica della regione possa entrare in un’era pericolosa.
I recenti studi evidenziano che che dal 1948 al 2022 si sono verificati in totale1.158 conflitti per motivi idrici, nazionali e internazionali, nei bacini fluviali trasfrontalieri dell’Asia.
Tra questi, i bacini fluviali del Giordano e del Tigri-Eufrate/Shatt Al-Arab in Asia occidentale riportano il più alto numero di conflitti, seguiti dal bacino del fiume Indo nel Sud-est asiatico.
Questi studi, che esaminano le risorse idriche come fattore scatenante dei conflitti, rivelano anche una significativa tendenza al rialzo del trend.
Come dimostrano le recenti tensioni tra India e Pakistan, sommate alle tendenze espansionistiche della politica idroelettrica della Cina, l’acqua sta diventando sempre più un’arma geopolitica.
Sospensione del Trattato sulle Acque dell’Indo
Lo scorso 22 aprile, un orribile attacco terroristico a Pahalgam, nel Kashmir controllato dall’India, ha ucciso 26 civili, molti dei quali turisti Indù.
Oltre ad aver risposto con attacchi militari, il governo indiano ha annunciato che avrebbe “sospeso” l’IWT, il Trattato sulle Acque dell’Indo, accusando il Pakistan di non essere riuscito a prevenire gli attacchi terroristici trasfrontalieri provenienti dal suo territorio.
Il Primo Ministro indiano Narendra Modi ha dichiarato che “l’acqua dell’India doveva servire prima di tutto all’India”, mentre Islamabad controbatteva che qualsiasi mossa che andava a limitare il flusso dell’acqua sarebbe stata considerata “un atto di guerra”.
Le tensioni si sono allentate dopo che i due vicini dotati di armi nucleari, e acerrimi rivali, hanno raggiunto un’intesa reciproca lo scorso 10 maggio, votata a fermare tutte le azioni militari.
Nonostante ciò, l’IWT – uno dei rari esempi di cooperazione tra India e Pakistan, anche nei periodi di guerra aperta – rimane sospeso.
Nel breve termine questo non influirà sull’approvvigionamento idrico del Pakistan.
L’India non dispone di una capacità di stoccaggio sufficiente sui fiumi occidentali Indo, Jhelum e Chenab per interrompere immediatamente il flusso delle loro acque.
Tuttavia, secondo quanto riferito da fonti ufficiali, Nuova Delhi starebbe concretamente esplorando progetti infrastrutturali che potrebbero ridurre i flussi a valle nel corso del tempo.
Tali progetti potrebbero allora avere profonde conseguenze. Il Pakistan dipende dal sistema del fiume Indo per quasi l’80% della sua agricoltura. Si basa anche sui dati forniti a monte dall’India per gestire le inondazioni, prevedere la siccità e pianificare i cicli di irrigazione.
Senza informazioni tempestive sui flussi fluviali e sul rilascio delle dighe, la capacità del Pakistan di generare energia idroelettrica, garantire l’approvvigionamento di acqua potabile e mantenere la sicurezza alimentare potrebbe essere gravemente compromessa.
Precedente regionale?
La sospensione dell’IWT ha anche fatto suonare un campanello d’allarme sullo stato di altri accordi di condivisione dell’acqua nel Sud-est asiatico.
L’India ha diversi trattati bilaterali, tra cui il Trattato di Mahakali e l’Accordo sul fiume Kosi con il Nepal, e l’Accordo di condivisione dell’acqua di Teesta in Bangladesh.
Sebbene questi accordi differiscano per portata e costruzione giuridica, molti sono politicamente sensibili e dipendono dalla buona volontà piuttosto che da norme internazionali vincolanti.
Gli analisti affermano che gli Stati interessati vedranno probabilmente la sospensione dell’ITW attraverso la lente dell’unicità del rapporto tra India e Pakistan.
Tuttavia, questo precedente crea sicuramente uno stato di ansia.
Ricordiamo che questo trattato è stato mediato dalla Banca Mondiale ed è sempre stato considerato un esempio di successo. Se l’India si è ritirata da un progetto di così ampio respiro, cosa potrebbe succedere a trattati con basi meno solide?
Questo timore colpisce soprattutto il Bangladesh, dove sono in corso da anni tensioni con l’India sulla condivisione delle acque.
Il Trattato sull’Acqua del Gange, firmato nel 1996, dovrebbe essere rinnovato il prossimo anno. Ma le relazioni tra i due vicini si sono inasprite dopo la cacciata dell’ex Primo Ministro del Bangladesh Sheikh Hasina, fuggito in India nel 2024 tra le proteste popolari per il suo governo sempre più autoritario.
Le tensioni idriche stanno aumentando anche in Afghanistan, dove il governo guidato dai talebani ha rilanciato progetti di costruzione di dighe e canali su fiumi strategici come l’Helmand, l’Amu Darya, l’Harirud, Kabul e il Kunar.
Queste iniziative hanno scatenato aspre critiche da parte dei vicini a valle come Iran, Pakistan e Turkmenistan, che hanno accusato Kabul di usare l’acqua come merce di scambio in altri negoziati su energia, commercio e sicurezza.
Con la crescente insicurezza idrica dell’Afghanistan e un impegno diplomatico con il regime talebano ancora limitato, proprio mente il cambiamento climatico interferisce nelle risorse idriche dell’Asia centrale e del Sud-est asiatico, il rischio che le controversie sull’acqua si trasformino in scontri più ampi diventa sempre più alto, come già visto negli scontri di confine del 2023 tra Afghanistan e Iran.
L’incombenza della Cina
Nel frattempo, un attore molto potente continua a plasmare la politica idroelettrica del Sud-est asiatico: la Cina.
Pechino ha rifiutato di aderire a qualsiasi strategia regionale di condivisione dell’acqua, ma non si è risparmiato negli investimenti in dighe, energia idroelettrica e progetti infrastrutturali in tutta l’area.
Si è posizionato così come protagonista nella gestione del fiume Teesta, che scorre dall’India al Bangladesh e rimane fonte di contesa tra Nuova Delhi e Dhaka.
La Cina è anche coinvolta in diversi progetti idroelettrici in Nepal, nonostante l’opposizione indiana, perseverando nella sua ricerca di prestigio nella regione.
Secondo il South China Morning Post, Pechino, che gode di legami militari ed economici di lungo corso con Islamabad, ha anche accelerato la costruzione della diga Mohmand nella provincia di Kyber Pakhtunkhawa, nel nord-ovest del Pakistan e suo fiore all’occhiello.
Anche se l’India si trova a monte del Pakistan sul fiume Indo, il fiume nasce in Tibet, sotto controllo cinese, suscitando preoccupazione sul fatto che la Cina usi l’acqua come strumento geopolitico, cosa che ha già fatto in passato.
Ad esempio, dopo lo scontro nella valle di Galwan nel 2020, la Cina ha bloccato il fiume Galwan, un affluente dell’Indo, causando carenze di acqua in alcune parti dell’India.
Tuttavia, il progetto più ambizioso di Pechino si trova sullo Yarlung Zangbo, noto a valle in India come fiume Brahmaputra.
Alla fine dello scorso anno, Pechino ha annunciato l’intenzione di costruire la più grande diga idroelettrica del mondo. Una volta operativa, la diga darà alla Cina un controllo senza precedenti sui flussi d’acqua nel nord-est dell’India e in Bangladesh, innescando la paura di inondazioni improvvise, siccità e persino manipolazione strategica dei flussi fluviali in tempi di tensioni.
In risposta, l’India ha rilanciato i propri piani per la diga sul fiume Siang, un importante affluente del Brahmaputra nell’Arunachal Pradesh che alimenta anche lo Yarlung Zangbo.
Sebbene inquadrata come una misura difensiva per contrastare le infrastrutture cinesi, la corsa alle dighe sui fiumi himalayani comporta enormi rischi ecologici.
La regione è soggetta a terremoti di grandissima portata, frane e cedimenti delle dighe potrebbero minacciare milioni di vite.
Con l’intensificarsi degli effetti del cambiamento climatico e l’aggravarsi delle tensioni politiche, l’impossibilità di rafforzare le istituzioni regionali e aggiornare i trattati potrebbe spingere i già fragili accordi verso un punto di rottura.
Nel Sud-est asiatico, l’acqua è stata a lungo un salvavita condiviso. Ma se non viene protetto, può anche diventare una miccia innesca conflitti.




