Libano: c’è poco tempo per capitalizzare i cambiamenti
Se c’è un Paese che ha sofferto per l’intrecciarsi dei molteplici conflitti in Medio Oriente nel corso degli anni, questo Paese è il Libano.
Oggi, nel bel mezzo di uno storico cambiamento dei suoi equilibri di potere, il Libano sta cercando di capitalizzare questi rinnovamenti, sperando di emergere da quella che è stata molte volte vissuta come una spirale discendete di disperazione.
L’opportunità è concreta, ma la strada da percorrere è piena di difficoltà e la possibilità che una nuova tragedia possa colpire di nuovo la popolazione esausta del Libano è altrettanto reale.
Aoun e la risoluzione 1701
Per evitare un altro disastro, il Presidente Joseph Aoun sta viaggiando molto da quando è stato eletto lo scorso gennaio, nel tentativo di raccogliere il massimo sostegno regionale.
Questa settimana è stato al Il Cairo, dove ha chiesto aiuti materiali per l’esercito libanese, mostrando anche una certa dose di coraggio affermando, durante una conferenza stampa congiunta con il Presidente egiziano Abdel Fattah al – Sisi, che la pace in Libano doveva iniziare con la piena attuazione della risoluzione 1701 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite.
Ai più questo può sembrare un riferimento criptico, ma in Libano tutti sanno che quelle parole equivalgono a un grido di battaglia.
La risoluzione 1701 ha segnato la fine della guerra del 2006 tra Israele e Hezbollah.
Tra le varie richieste, si afferma che “non ci saranno armi o autorità in Libano se non quella dello Stato libanese”. In altre parole, la piena attuazione della risoluzione richiede il disarmo di Hezbollah, la milizia affiliata all’Iran che ha a lungo dominato il panorama politico e di sicurezza del Libano, almeno fino all’anno scorso, quando tutto pare abbia iniziato a cambiare.
Hezbollah nella regione
Hezbollah, che ha sfidato la risoluzione 1701 per quasi due decenni, è irremovibile sul fatto che non rinuncerà alle armi come recentemente ribadito dal suo nuovo capo, Naim Qassem. Qassem ha rafforzato il punto affermando che “questa idea di disarmo andava eliminata dal dizionario”.
Tuttavia, le dichiarazioni di Hezbollah non incutono sugli ascoltatori la stessa paura di una volta. La potente milizia come attore politico è stata in gran parte neutralizzata, almeno per ora.
Quando Hamas ha attaccato Israele il 7 Ottobre 2023, innescando la sua devastante offensiva su Gaza, l’allora capo di Hezbollah, Hassan Nasrallah, decise di iniziare a bombardare il nord di Israele per solidarietà con il gruppo palestinese, promettendo di non mollare fino a quando la guerra di Gaza non fosse finita.
Dopo l’evacuazione delle comunità di confine israeliane che erano finte sotto il fuoco di Hezbollah, Israele ha contrattaccato, pretendendo da Hezbollah che si fermasse.
Nel 2006 Hezbollah aveva continuato a combattere fino al raggiungimento di una sorta di pareggio, e forse si aspettava un risultato simile in questo confronto.
Ma lo scorso luglio, dopo 9 mesi di attacchi e ritorsioni progettati per consentire ad entrambe le parti di salvare la faccia senza rischiare però un’escalation, Israele ha cambiato strategia.
Ricordiamo l’esplosione dei cercapersone di Hezbollah, che hanno ucciso e ferito migliaia di suoi combattenti, ma anche civili.
Poi Israele ha bombardato le scorte di armi del gruppo e alla fine decapitato l’organizzazione uccidendo Nasrallah e i suoi principali luogotenenti.
A novembre, Hezbollah ha accettato un cessate il fuoco che fino ad allora aveva sempre rifiutato sempre in nome della vittoria a Gaza.
Il ruolo dei ribelli siriani
I ribelli siriani, che combattevano il regime dell’allora Presidente Bashar al-Assad, hanno visto nella devastazione del Libano una via di uscita.
Per anni Assad ha fatto affidamento sul sostegno dell’Iran e della Russia, ma anche di Hezbollah. Con un Hezbollah vacillante per i colpi di Israele, i ribelli siriani hanno organizzato un’operazione lampo che ha finito per rovesciare il regime decennale di Damasco.
La caduta di Assad ha reciso l’ancora di salvezza di Hezbollah: la strada via terra dove scorrevano denaro e armamenti provenienti dall’Iran.
Anche Teheran, principale benefattore di Hezbollah, ha visto il suo potere regionale affievolito, lasciando la sua rete di mandatari e alleati lasciati con l’ombra del potere che avevano in precedenza.
Per il Libano rappresenta una speranza, ma solo se lo Stato libanese riuscirà a coglierne la piena essenza.
Pericolo Hezbollah
Hezbollah è congelata, ma non ancora propriamente fuori dai giochi.
Non ci sono dubbi che il gruppo, con il sostegno non solo dell’Iran ma da molte figure presenti nella numerosa popolazione sciita del Libano, lavorerà per riguadagnare la sua forza.
Al suo apice, la forza militare di Hezbollah, la rete di sostegno sociale e le operazioni politiche gli avevano permesso di prendere quasi tutto il controllo del Libano.
Quella che era iniziata come una forza di resistenza finanziata dall’Iran che combatteva contro l’invasione israeliana negli anni ’80 era cresciuta fino a diventare molto di più di una fazione.
Nel 2008, quando il governo libanese cercò di impadronirsi della rete di comunicazione di Hezbollah, Nasrallah schierò i suoi uomini armati fino ai denti per le strade di Beirut.
Un Paese che si era appena ripreso da una devastante guerra civile durata 15 anni sperimentava nuovamente scontri a fuoco settari per le sue strade, con i Sunniti che combattevano gli Sciiti e Hezbollah che imperversava.
Da quel momento, Hezbollah è diventato inarrestabile.
Il potere politico del gruppo ha raggiunto i suoi massimi quando il Libano è arrivato al collasso economico frutto di una classe dirigente corrotta. Nel 2018, Hezbollah e i suoi alleati dominavano il Parlamento libanese.
Negli ultimi due anni ha utilizzato la sua influenza per bloccare la scelta del nuovo Presidente. Ma a gennaio, con il potere di Hezbollah quasi ormai nullo, il Libano ha finalmente avuto il suo nuovo Presidente, Aoun, che fino ad allora era stato il rispettato capo dell’esercito del Paese.
Aoun in corsa contro il tempo
Il primo pensiero di Aoun è riaffermare la sovranità dello Stato, ma la sua è una corsa contro il tempo: deve approfittare del momento di debolezza di Hezbollah ed impedire a Qassem e ai suoi uomini di riarmarsi.
E con Hezbollah che cerca di rialzare disperatamente la testa, deve farlo senza innescare una nuova guerra civile. Gioca sul filo del rasoio con una posta in gioco altissima.
Nel frattempo, Israele continua a bombardare quelli che secondo lui sono obbiettivi di Hezbollah.
Aoun da parte sua si lamenta della continua presenza militare di Israele nel sud del Libano e dei suoi attacchi aerei giudicandola una violazione della sovranità del Libano, ma per gli analisti non c’è dubbio che condividano lo stesso traguardo: impedire all’Iran di aiutare il suo alleato a rimettersi in piedi.
Ma anche Hezbollah ha i tempi stretti. Una delle sue principali roccaforti si trova nel sud del Paese, dove la popolazione a maggioranza sciita ha approfittato molto della sua generosità. Con le casse vuote però e sempre più persone che si chiedono perché Hezbollah li abbia messi nel mirino di Israele per il bene di Hamas, il gruppo non ha i soldi per risarcire la popolazione locale per le distruzioni di Israele.
Come parte della repressione di Hezbollah, il governo ha anche preso di mira l’aeroporto di Beirut, a lungo sotto il controllo del gruppo, licenziando dipendenti sospettati di lavorare per Hezbollah, aiutandolo a contrabbandare armi e denaro provenienti dall’Iran.
Oltre all’aeroporto, il governo sta cercando di riprendere il controllo del porto di Beirut, altro sito compromesso.
Il governo sta anche beneficiando del sostegno di Washington nel tentativo di interrompere gli aiuti finanziari a Hezbollah. È di pochi giorni fa il rinnovo dell’offerta di dieci milioni di dollari fatta dal Dipartimento di Stato a chi offrisse informazioni che portassero all’interruzione della rete di finanziamenti a Hezbollah provenienti dal Sudamerica, specificatamente dal triangolo delle frontiere tra Argentina, Brasile e Paraguay.
Con l’Amministrazione Trump impegnata nei negoziati sul nucleare con Teheran, in molti temono però che un accordo possa portare a guadagni inaspettati per l’Iran e che questi guadagni si traducano in un riarmo di Hezbollah.
Prima di recarsi al Cairo, Aoun aveva detto che Hezbollah aveva il diritto di esistere, ma come legale partito politico del Libano. Ovviamente non è quello che vogliono né l’Iran, né Hezbollah.
Il futuro del Libano viene visto con ottiche ben diverse. Ora rimane da vedere quale prevarrà, se quella della legalità o quella della forza.




