Islanda: il paese si rifiuta di aderire all’UE

Islanda: il paese si rifiuta di aderire all’UE

Il ministro degli Esteri islandese, Gunnar Bragi Sveinsson, ha annunciato giovedì sera di aver sospeso, per tutta la durata della legislatura, le negoziazioni di adesioni all’Unione Europea. Le negoziazioni furono già sospese lo scorso gennaio. In effetti, al fine di preparare al meglio le elezioni legislative di aprile, il governo di coalizione social-democratica ed ecologico, ha chiesto a Bruxelles una sospensione del processo d’adesione. Di fatto le negoziazioni hanno per ora raggiunto soltanto l’undicesimo dei trenta punti di discussione.

Ecco però che succede l’imprevedibile per Bruxelles e il governo islandese: è la coalizione di centro destra euroscettica per eccellenza ad imporsi nelle elezioni. Cinque mesi dopo, questa coalizione è riuscita a dissuadere il comitato di negoziazioni con l’UE. La principale ragione invocata dal precedente governo per l’adesione all’UE era secondo l’ex primo ministro, Jóhanna Sigurðardóttir, la volontà di “non trovarsi mai più di fronte alla crisi”. In effetti, nel 2009, l’Islanda subiva le conseguenze della crisi come molti. Tuttavia questo paese riuscì ad uscire dalla difficile situazione economica in cui si trovava in maniera piuttosto originale e completamente legittima. Nel 2009, dopo la nazionalizzazione delle tre banche islandesi, che erano sull’orlo del fallimento, l’Islanda si ritrovo fortemente indebitata. I creditori quali, il Regno Unito e i Paesi Bassi, reclamarono il rimborso di 3.9 miliardi di euro.

Il popolo dunque è stato interrogato, tramite un referendum, sulla questione dei rimborsi, e la risposta è stata “no”. Gli islandesi si rifiutarono di pagare il debito, dovuto dalle banche la cui negligenza dei rischi ha causato l’immensa perdita. Il rifiuto della popolazione provocò la nascita di un movimento popolare che causò la caduta del governo di allora e l’arrivo al potere della coalizione eco-socialista. E’ grazie a questa attitudine sovrana che l’Islanda ha potuto riequilibrare la propria situazione economica figurando oggi come paese che presenta un tasso di disoccupazione del +4,4% e un potere di acquisto ristabilito. Visto le condizioni perché aderire ad un’unione tentacolare e in piena implosione? La maggioranza degli islandesi l’ha ben capito dato che il 60% di loro sono contro l’adesione all’Unione Europea.

La protezione dell’ambiente è un altro freno alle negoziazioni tra l’EU e l’Islanda, principalmente per quanto concerne la pesca. L’economia islandese si basa al 90% sulle risorse dell’oceano atlantico. Di fatto l’aumento del numero di pesci ha comportato ovviamente un aumento considerevole delle quotazioni di pesca. Un aumento mal visto da Bruxelles. L’ingresso dell’Islanda nell’UE potrebbe dunque essere contrassegnato da pesanti sanzioni, una prospettiva certamente negativa per Rekyavik. L’Islanda in materia ecologica però non deve ricevere lezioni da nessuno in quanto l’energia del paese è fornita per il 70% da fonte di energia rinnovabili, principalmente quella geotermica.
Nonostante le tensioni legate alla pesca, l’Unione spera di vedere l’isola tornare sulla propria decisione. In effetti, l’arresto del processo d’adesione rivelerebbe che l’UE ha enormemente perso la sua attrattività e competitività. E questo è esattamente quello che i teocratici di Bruxelles vogliono evitare a tutti i costi. Nel processo di mondializzazione sfrenata, è un paese grande come un quinto degli Stati Uniti, e popolato da 320 000 abitanti, un millesimo della popolazione cinese, a tenere testa al mondo della finanza affermando la sua sovranità nazionale. Non ci sono dubbi: l’Islanda è un grande paese!

Manuel Giannantonio 

(Twitter @ManuManuelg85)
(Blog: http://www.fanpage.it/manuel-giannantonio/)

 16 settembre 2013

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