Siria: Obama pronto all’attacco, ma solo dopo il sì del Congresso

Siria: Obama pronto all’attacco, ma solo dopo il sì del Congresso

Continua a slittare quello che era stato dipinto, da molti media statunitensi, come un imminente attacco militare, lampo, degli Usa in terra siriana.

Il presidente Barack Obama dopo aver perso l’alleato Cameron, costretto a fare un passo indietro dopo il ‘no’ espresso dal parlamento britannico sull’intervento militare in Siria, continua a spingere per una soluzione militare, ma prima aspetterà il consenso del Congresso degli Stati Uniti.

Il Senato statunitense è stato difatti chiamato ad esprimersi in merito ed un voto sulla risoluzione è atteso entro il 15 settembre. Nel testo della risoluzione, ‘Autorizzazione per l’Uso della Forza Militare in Siria’, è possibile leggere come per gli Stati Uniti l’uso della forza abbia lo scopo di: «scoraggiare, bloccare impedire e limitare il potenziale per un futuro impiego di armi chimiche o di altre armi di sterminio».

Proprio l’uso di armi chimiche, da parte del governo di Bashar al-Assad nei confronti della popolazione è stata la motivazione che ha spinto Obama a perseguire, il prima possibile, la soluzione militare, con o senza l’appoggio dell’Onu.

Prove e fonti. La situazione, come spesso avviene in questi casi, è resa ancora più complessa e delicata dalla cattiva informazione e comunicazione su quanto sta avvenendo realmente nel Paese, dalla mancanza di prove certe sull’uso delle armi chimiche e dall’attendibilità delle fonti da cui queste provengono.

Ricordiamo che finora l’Onu non si è ancora espressa in merito. Negli scorsi giorni un gruppo di ispettori Onu si è recato in Siria proprio per raccogliere informazioni in tal senso e il loro ‘verdetto’ sarà reso noto non prima di una decina di giorni. Le prove di cui hanno detto di esser in possesso Gran Bretagna e Usa provengono invece da fonti dell’intelligence israeliana e riguardano intercettazioni telefoniche e fotografie che provano la colpevolezza del governo di Assad.

Mentre il governo siriano rimane «col dito sul grilletto, pronto a colpire ovunque in caso di attacco», queste le parole del vicepresidente Qadri Jamil, gli Stati Uniti temporeggiano e cercano un valido alleato.

La Francia di Hollande, che subito si era proposta come sostituto della Gran Bretagna, ora comincia a mostrare segni di grande indecisione dovuti a mal di pancia interni al governo che chiede prevalentemente una soluzione diplomatica e non militare.

Il rinvio, quasi quotidiano, dell’attacco in Siria da parte degli Usa viene salutato dal fronte pro-Assad con sarcasmo mentre la Coalizione nazionale siriana, principale forza anti-Assad si è detta delusa per la frenata di Obama. Samir Nashar, un alto dirigente della Coalizione nazionale siriana, dopo aver appreso della decisione del presidente statunitense di voler chiedere il via libera al Congresso prima di attaccare ha dichiarato: «Abbiamo provato un senso di delusione. Ci aspettavamo che le cose fossero più veloci, che un attacco fosse imminente, ma riteniamo che il Congresso approverà l’attacco».

Enrico Ferdinandi

(Twitter @FerdinandiE)

1 settembre 2013

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