Amnesty International lascia Hong Kong. Quando fare attivismo diventa pericoloso
Esteri
6 Novembre 2021

Amnesty International lascia Hong Kong. Quando fare attivismo diventa pericoloso

Amnesty Internation chiude i propri uffici nel territorio di Hong Kong, troppo pericoloso per gli attivisti continuare il proprio lavoro. Amnesty opererà da lontano per sostenere la causa, aiutata anche dagli attivisti sparsi in tutto il Mondo.

di Alice Chiarot

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È notizia di questi giorni la chiusura degli uffici nel territorio di Hong Kong da parte della ONG Amnesty International. Troppo pericoloso per gli attivisti continuare il lavoro per la tutela dei diritti umani e della democrazia a causa della legge sulla sicurezza nazionale approvata dal governo cinese un anno fa.

Quello che sta avvenendo nella realtà è la totale repressione delle proteste e dei movimenti a favore della democrazia nel paese. Hong Kong infatti è una regione amministrativa speciale della Cina, ovvero un territorio che gestisce in maniera autonoma alcuni campi del potere, al di fuori delle questioni relative alle relazioni diplomatiche e alla politica estera. La regione a tutti gli effetti è controllata dal governo cinese, che prende le decisioni più importanti.

I fatti

30 giugno 2020. La Cina approva a pieni voti una nuova legge riguardante la sicurezza nazionale che si pone come obiettivo quello di condannare chi commette atti terroristici, azioni violente e sovversive nel territorio di Hong Kong. Il decreto viene approvato con grande velocità dal governo cinese dopo mesi in cui in tutta la colonia britannica si erano diffuse molte proteste nei confronti del governo. Il testo della legge appare fin da subito poco chiaro e molto generico: la paura di tutte le associazioni non governative nel paese è che questo sia solo un pretesto adottato dal governo cinese per limitare ancor più le libertà personali e gli spazi d’espressione dei movimenti a favore della democrazia.

23 giugno 2021. La libertà di stampa viene limitata, il più conosciuto quotidiano e web journal di Hong Kong, l’Apple Daily, chiude le proprie attività. In seguito vengono arrestati 7 giornalisti del gruppo.

25 ottobre 2021. Amnesty, tramite le parole di Anjhula Mya Singh Bays, annuncia la chiusura dei propri uffici nella regione di Hong Kong perché ‹‹Per molto tempo Hong Kong è stata la sede regionale ideale per le organizzazioni internazionali della società civile ma le recenti campagne repressive contro gruppi per i diritti umani e sindacati hanno mostrato l’intenzione delle autorità di spazzare via dalla città ogni voce dissidente. Lavorare in questo ambiente è diventato per noi sempre più difficile››. La paura è quella di essere arrestati.

31 ottobre 2021 l’ufficio locale di Amnesty International, che si occupa di far rispettare i diritti umani ad Hong Kong chiude i battenti. A questa chiusura seguirà entro fine anno quella dell’ufficio regionale che muoveva le proprie azioni in un territorio più ampio, dall’Asia orientale fino ad alcune zone del Pacifico.

In questi mesi, oltre ad Amnesty, ad abbandonare la regione ci sono state anche diverse altre associazioni. La paura di una forte repressione che possa impedire di svolgere il lavoro della salvaguardia dei diritti umani, è più forte di qualsiasi altra lotta.

L’associazione non governativa a livello italiano e locale

Amnesty, anche se lascia Hong Kong sicuramente non abbandonerà la sua missione. L’associazione, che è attiva dal 1961 in tutto il mondo, può contare su tanti attivisti che in ogni parte del mondo portano avanti le battaglie nazionali ed internazionali. Come si legge nel sito ufficiale, ‹‹Raccolte di firme, manifestazioni e pressioni sulle istituzioni›› sono gli strumenti utilizzati dalla Ong per sensibilizzare sulle varie campagne e si può essere certi che troverà il modo di sensibilizzare anche non essendo più presente nella regione.  

Ma quali sono gli strumenti tramite cui Amnesty opera nel mondo e come funzionano i gruppi che agiscono a livello locale? Lo abbiamo chiesto a Giacomo Morandini, Responsabile del Gruppo Giovani di Venezia per Amnesty International.

Che idea ti sei fatto di quanto sta succedendo ad Hong Kong?
Parto con un piccolo aneddoto. Ricordo che qualche anno fa avevo preparato un intervento come attivista Amnesty per alcune classi di un liceo e avevo intitolato la presentazione “Hong Kong o se le onde del mare erodessero lo stato di diritto oltre che le linee costiere”. Quindi già qualche anno fa secondo me era chiaro in quale direzione si stesse andando e quale direzione stesse predendo. Adesso siamo al calar del tramonto, è chiaro che sia una situazione di progressivo deterioramento delle libertà d’espressione e delle libertà d’assemblea e di associazione a causa di questa legge sulla sicurezza nazionale che ha definizioni molto vaghe e di minaccia alla sicurezza. Pertanto questo è un chiaro tentativo di minare qualsiasi tentativo di dissenso e la capacità della società civile, nonché di associazioni esterne come Amnesty, di poter operare sul territorio e monitorare la situazione.

Come è organizzato Amnesty in Italia?
L’associazione italiana di Amnesty svolge un ruolo preponderante nell’attivismo e aspira ad essere un movimento dal basso verso l’alto, ovvero in cui le linee guida vengono prese a partire dalla consultazione degli attivisti. A livello più basso ci sono i soci, che sono coloro che supportano esternamente il movimento, e ci sono gli attivisti che sono invece quelli che prendono parte attiva e impiegano il loro tempo per la missione di Amnesty. Gli attivisti sono in buona misura organizzati in gruppi locali che operano sui vari territori e successivamente questi gruppi sono organizzati in circoscrizioni, che sono l’equivalente delle regioni o macro regioni in alcuni casi, che metaforicamente sono luoghi di coordinamento, formazione e anche riferimento locale.

Il livello successivo è la sezione dove vi è un comitato direttivo che è eletto annualmente nell’assemblea generale in cui ogni attivista è libero di portare mozioni e in questo modo far sentire la propria voce. Poi vi sono vari uffici di supporto agli attivisti o che per esempio si occupano di ricerca e di contatto con la sfera internazionale del movimento. Parallelamente a questo ci sono molti progetti e molte task force che si occupano di temi specifici e possono essere formati da attivisti che hanno competenze particolari.

Cosa fanno i gruppi organizzati a livello locale?
I gruppi locali si occupano di trasporre a livello dei singoli territori quella che è la missione generale di Amnesty, si occupano di sensibilizzare e in una certa misura portare un cambiamento culturale per un clima più favorevole ai diritti umani. Per fare questo c’è molta autonomia, infatti i singoli attivisti dei gruppi hanno più o meno la libertà di decidere come si vogliono attivare, in quale modo, nonostante vi siano molte occasioni di coordinamento e di cooperazione.

In cosa consiste il vostro lavoro e su quali temi siete attivi in questo periodo?
Passando al pratico, il mio gruppo si riunisce settimanalmente e queste riunioni sono occasione per ideare, organizzare e coordinarci su possibili azioni di sensibilizzazione sul territorio. Generalmente si organizzano manifestazioni o eventi, anche culturali, oppure ci si mette in opera per fare educazione dei diritti umani nelle scuole.

Recentemente siamo stati attivi sui diritti Lgbt, abbiamo fatto un’azione per la situazione ungherese ma anche per la situazione qui in Italia e in futuro stiamo organizzando un ciclo di cineforum sulla macrotematica dei diritti umani, toccando poi le questioni della rotta balcanica, dei diritti Lgbt, delle torture e carceri e il tema della crisi climatica. Poi i temi che stanno molto a cuore a Amnesty sono la vicenda di Patrick Zaki e quella dell’Egitto più in generale.

In relazione alla crisi sanitaria l’attivismo si era spostato online e quindi la sensibilizzazione è passata anche dai social e in passato è stato usato anche lo strumento dei webinar. Ora stiamo tornando nelle piazze.