Netanyahu: dalla leadership vaccinale al processo per corruzione si appresta alla riconferma di primo ministro d’Israele

Netanyahu: dalla leadership vaccinale al processo per corruzione si appresta alla riconferma di primo ministro d’Israele

“Con 30 seggi Netanyahu è il vincitore, ma non riesce a mettere in piedi una coalizione che lo sostenga” i primi titoli dopo le elezioni di Israele del 23 Marzo davano una vittoria incerta al primo ministro uscente. Nel giro di pochi giorni dalle elezioni e la urgente ricerca di un governo – al ritmo di 4 governi in 2 anni – iniziavano le battute iniziali del processo per corruzione: ” Netanyahu accusato di uso illegittimo di potere, via dal governo” recitavano gli slogan delle proteste. In poco più di dieci giorni si sono susseguite diverse informazioni sulle posizioni politiche del criticato primo ministro Benjamin Netanyahu.

Era dicembre del 2020 quando la Knesset, il Parlamento monocamerale israeliano, bocciava la proposta di compromesso di una coalizione di governo. La data delle nuove elezioni sarebbe arrivata da lì a breve, e nei pochi mesi che dividevano, Israele è diventata modello ed esempio del piano vaccinale nel mondo, arrivando in brevissimo a vaccinare quasi il quasi 85% degli over 60. Se da un lato tutto questo è stato reso possibile dalle ridotte dimensioni di uno Stato indipendente, da un altro lato ci sono diversi punti che necessitano una analisi più approfondita. Israele, più che un modello, è stato un territorio di analisi scelto accuratamente come centro di un evento ben più grande. La guerra vaccinale e i servizi segreti israeliani sono stati gli unici a diventare parte attiva del processo. Ma procediamo con ordine.

fonte: Internazionale

 Il primato, i tre capi d’accusa e la prova di Israele

Subito dopo le elezioni del 23 Marzo che lo hanno visto in avanti nei sondaggi, seppur senza una maggioranza nella Knesset, prima raggiunge una leggera vittoria alle amministrative, subito dopo messo sotto inchiesta per uso illegittimo del potere, viene infine designato di formare un nuovo governo. I capi di accusa sono concentrati in tre punti: il primo sostiene che Netanyahu abbia ricevuto doni del valore di centinaia di migliaia di dollari da “amici” con affari internazionali. La seconda accusa riguarda il suo ruolo con i media del paese, viene accusato di corruzione verso il principale quotidiano israeliano per la diffusione di articoli pro-Netanyahu. Il terzo capo di imputazione, denominato Caso 4000, riguarda una legislazione sostenuta dal primo ministro a sostegno del gigante delle telecomunicazioni Bezeq in cambio di coperture positive sul sito di notizie Walla. Le accuse al primo ministro erano state formulate alla fine del 2019, prima volta che si formulava un’accusa ad un governatore in carica. Se da un lato il processo è alle battute iniziali, Netanyahu in questi giorni si divide tra due luoghi; tra il tavolo per il nuovo governo e il tribunale in cui deve rispondere delle pesanti accuse.

La posizione del premier uscente si è fortemente aggravata con le dichiarazioni di Ilan Yeshua, ex amministratore delegato di Walla, sito d’informazione al centro del terzo, e di maggior rilievo, capo di accusa. In particolare Yeshua racconta come lui stesso fosse sotto pressione per le richieste che diversi uomini dell’entourage di Netanyahu muovevano al fine di dirigere le “storie negative” contro i leader oppositori.

Nonostante i tre capi di accusa, lo scandalo Walla e la sempre meno chiara posizione di leadership mondiale nelle vaccinazioni, nelle ultime ore Netanyahu è stato incaricato dal presidente dello Stato d’Israele Reuven Rivlin della formazione di una nuova maggioranza. La questione nello Stato d’Israele è delicatissima con le sempre meno stabili dinamiche politiche tra palestinesi e Striscia di Gaza. Nel 2017, proprio Donald Trump era apparso più volte al fianco del primo ministro Netanyahu, dichiarando il suo appoggio allo Stato e riconoscendo Gerusalemme capitale d’Israele.

Il modello Israele: quando il Mossad raccoglieva dati sul virus e strumenti ospedalieri

La guerra ai vaccini nasce da una precedente guerra – in assenza del vaccino – all’accaparramento di strumenti utili a combattere il virus. Israele nel 2020 si è dimostrata una tra le uniche nazioni al mondo a delegare al Mossad – i servizi segreti israeliani – l’acquisizione di dispositivi medici per combattere la pandemia. Il Mossad ha legami con 140 paesi del mondo e il primo ministro Netanyahu delegò a Cohen la missione. Nei soli primi giorni di aprile il Mossad era riuscito a far arrivare nel paese 400 mila kit tamponi per i test. Proprio al ilfattoquotidiano.it l’ufficio del premier confermava che i tamponi erano di provenienza estera omettendo qualsiasi chiarimento. In un tweet del 19 marzo i media internazionali venivano a conoscenza dell’acquisto di 100.000 test da Stati del Golfo da parte dell’intelligenze israeliana poi confermato in un articolo sul New York Times

L’accordo (quasi) segreto tra Pfizer e Stato d’Israele: dati ut vaccini

Israele, ha firmato un accordo di cui lo stesso governo, obbligato dalle pressioni europee, ha reso in parte conto. La firma è stata messa in un patto con la casa farmaceutica Pfizer. Secondo l’accordo lo Stato di Israele si sarebbe impegnato a fornire alla casa farmaceutica tutti i risultati delle vaccinazioni, come ad esempio i dettagli di ciascuna singola somministrazione, in cambio di una fornitura tempestiva di vaccini utili a garantire l’immunità di massa. Si parla di circa 10 milioni di dosi. Il ministero della Sanità, nella pratica “dati ut vaccini” si è impegnata a fornire alla Pfizer minuziosamente i dati di ogni singolo paziente vaccinato e informazioni come sesso e cartelle mediche pregresse. Tutto questo ha poi portato il 6 gennaio 2021 a rendere nota – in alcune parti oscurata – della trattativa. Israele si è ritrovata così, sotto la presidenza Netanyahu, nel diventare un laboratorio di nove milioni di persone. Tutto questo è stato poi oggetto di una analisi/rapporto dal nome: “Patterns of COVID-19 pandemic dynamics following deployment of a broad national immunization program” condotta da diverse università in Israele sul modello di vaccinazione del paese delineandone i risultati relativi ai diversi cluster per età e mostrando l’arresto di ricoveri e di casi di positività

Ad oggi, come si evince dalla tabella, è stato superata la soglia del 60% di cittadini vaccinati in Israele.

Nel grafico si evince come l’accordo dello Stato d’Israele con i suoi 22 mila chilometri quadrati, alla pari in estensione di Slovenia o Macedonia, abbia portato gli israeliani ad uno status privilegiato a discapito di una distribuzione egualitaria dei vaccini. Lo stesso meccanismo Covax pensato da un gruppo di organizzazioni internazionali per ridurre il gap vaccinale ha consegnato un numero totalmente irrilevante nelle regioni palestinesi in Cisgiordania, ai confini di Israele o nella stessa striscia di Gaza, portando, a distanza di pochi chilometri, da una parte un modello vaccinale portato quasi al compimento, da un’altra parte neppure agli inizi. A farne le spese milioni di cittadini stremati da anni di lotte interne.

 

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