Quelle fiamme hanno incendiato una generazione

Quelle fiamme hanno incendiato una generazione

Una giornata particolare

Quando Mohamed Bouazizi si è alzato dal letto il 17 dicembre, non poteva immaginare cosa sarebbe successo alla sua vita, alla sua nazione e al mondo in generale. Il ventiseienne tunisino viveva con la sua famiglia composta dalla mamma sposatasi in seconde nozze con il fratello del padre, morto per un attacco cardiaco quando Mohamed aveva appena tre anni, e i suoi sei fratelli a circa venti minuti dal centro della città tunisina di Sidi Bouzid. Svegliatosi, come sempre molto presto, acquista frutta e verdura a credito, le carica sul carretto e si reca al mercato cittadino per rivenderle. La mattinata non sta andando benissimo e Mohamed non riesce a vendere molto, come testimoniato dai commercianti, che l’hanno descritto in seguito come estremamente stanco e sfiduciato. Proprio in questo contesto entra in contatto con la poliziotta Faida Hamidi e questo incontro gli cambia fatalmente la vita, oltre che il corso della storia. Circolano varie versioni riguardo al loro incontro e per questo motivo è difficile ricostruire con certezza gli avvenimenti. Quando Marc Bloch faceva riferimento alla psicologia della testimonianza nell’Apologia della Storia e quindi alla possibilità che ogni testimone possa dare una diversa interpretazione di uno stesso evento, di certo non sbagliava. Secondo fonti più vicine a Mohamed, da subito la poliziotta constatando lo status di venditore ambulante del ragazzo gli avrebbe chiesto dei soldi in cambio della promessa di non arrestarlo e di non denunciarlo. La versione della poliziotta è invece diversa, in quanto secondo il suo punto di vista lei sarebbe limitata a un accertamento di routine e nulla più. Certo è quello che succede invece dopo, ovvero lo scoppio della lite fra i due che culmina nel sequestro della bilancia, senza la quale il lavoro di Mohamed diventa impossibile. Per questo motivo il ragazzo, intorno alle 11 di mattina, si reca negli uffici del Municipio proprio per richiedere indietro la bilancia. La sua richiesta non viene però accolta dalle autorità competenti e per questo motivo il ragazzo decide di andare ad acquistare una tanica di benzina, con la quale decide di darsi fuoco proprio davanti agli Uffici del Municipio. Queste fiamme non bruciano soltanto il corpo del ragazzo, ma infiammano tutto il Medioriente.        Il ragazzo viene immediatamente ricoverato, cambia più ospedali nel tentativo disperato di salvarlo anche a causa dell’interesse del presidente tunisino, in carica da 23 anni, Ben Ali, ma sarà tutto vano. Mohamed muore il 4 gennaio.

L’arrivo della primavera

Secondo Paulo Coelho, nel suo celebre romanzo Il Cammino di Santiago, “lo Straordinario risiede nel Cammino delle Persone Comuni”.  Tale considerazione risulta particolarmente vera in questo caso poichè l’apparente irrazionalità del gesto di Mohamed non rimane un tragico e isolato fatto di cronaca, ma si pone a tutti gli effetti come una scintilla più grande. Un pensiero non può che andare ad Emile Durkheim, secondo il quale il suicidio è un fatto sociale e tale pensiero del sociologo francese rivela tutta la sua ragion d’essere proprio in questa vicenda. Mohamed diventa immediatamente simbolo di una rivolta generazionale e di una protesta di massa, a tal punto che il suo nome è scandito ad altissima voce proprio nelle manifestazioni che si ripetono quotidianamente in particolar modo a Tunisi.
La morte del ragazzo renderà queste manifestazioni ancora più impetuose. Questa marea montante non può essere fermata e per questo motivo il 14 gennaio il presidente Ben Ali lascia il suo paese. Ma neanche lo scoglio dei confini nazionali può arginare il mare di queste proteste, che divampano anche in altri paesi, fra i quali devono essere menzionati l’Egitto, dove addirittura si riesce a cacciare Mubarak, lo Yemen, la Siria, la Libia, l’Algeria e l’Arabia Saudita. Tutti i cambiamenti e in generale le mobilitazioni di massa avvenute in questi paesi fra la fine del 2010 e il 2011 vengono chiamati con il termine di Primavere Arabe, secondo il termine coniato dal giornalista americano Marc Lync su Foreign Policy.

Ma quindi cosa rimane delle Primavere Arabe?

Questo termine viene utilizzato per tracciare un’analogia fra questi movimenti e quanto avvenuto in Europa nel 1848 e a Praga nel 1968. Effettivamente anche a Praga vi fu un giovane che si diede fuoco, vale a dire Jan Palach. Secondo l’umilissima opinione di chi scrive, questi paragoni risultano un po’ forzati e sono probabilmente figli di un eurocentrismo, da sempre malattia di questo continente, che pretende di guardare l’altro non solo senza provare a guardare il mondo con altri occhi, ma esigendo che l’altro abbia gli stessi occhi. Questo è probabilmente la più grande contraddizione del pensiero occidentale, la quale ha da un lato concepito l’universalità, ma senza rendersi conto che anche questa universalità rimane una particolarità occidentale e quindi non per forza valida per tutto il mondo nello stesso modo. Non è stato dato a quelle manifestazioni neanche il tempo di finire, che si è assistito a un proliferare di interpretazioni e di giudizi relativi a questi eventi. Anche chi scrive ha provato a dare un giudizio e a farsi un’opinione, ma è fortunatamente stato corretto da una persona più competente. Infatti, mesi fa ho chiesto a una persona a me molto cara quale fosse il suo giudizio definitivo sulle primavere arabe e sui suoi esiti, ricevendo una risposta che mi ha contemporaneamente illuminato e fatto sentire stupido. Mi è stato infatti risposto che le rivoluzioni non vanno giudicate e in particolar modo non possono essere valutate per i loro esiti, ma che l’unica cosa da fare è quella di provare a comprendere le cause e le speranze scatenanti di tali eventi per entrare realmente in contatto con quelle realtà rivoluzionarie.

Dopo essermi reso conto di aver posto una domanda arrogante e stupida, mi sono consolato pensando che se non l’avessi chiesto, non avrei mai ottenuto una risposta così intelligente e brillante. Nello scrivere questo articolo, ho quindi deciso di non abbandonarmi a considerazioni geopolitiche più o meno fondate su processi storici e politici ancora incerti, ma ho preferito ricordare e provare a ricostruire la storia di Mohamed Bouazizi. Se le sue fiamme hanno incendiato una generazione è perché esisteva una generazione di persone che conducevano la stessa vita di Mohamed e per questo consapevole di poter essere al suo posto in quella tragica giornata.

Da tale consapevolezza è partito uno spirito rivoluzionario, che merita considerazione, rispetto e approfondimento a prescindere da qualsiasi ordine possa essersi stabilito successivamente.

 

Articolo a cura di Paolo Castelli

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