L’Etiopia sull’orlo della guerra civile

L’Etiopia sull’orlo della guerra civile

Una rapida escalation porta l’Etiopia sull’orlo della guerra civile. La regione settentrionale del Tigrai, zona dell’etnia minoritaria Tigrina, per decenni al potere, è l’epicentro di una crisi degenerata da settembre e oggi sul punto di esplodere.

Cosa è successo

Nella notte tra il 3 e il 4 novembre si sono verificati scontri a fuoco nella capitale regionale del Tigrai, Macallè, e nella cittadina di Dansha, dove si sono fronteggiate le forze dell’esercito federale e quelle regionali agli ordini del Tigray People’s Liberation Front (TPLF). Entrambe le parti si sono accusate a vicenda di aver dato inizio ai combattimenti.

Secondo il presidente della regione del Tigrai, Debretsion Gebremichael, le sue forze di sicurezza avrebbero sventato un piano delle truppe federali per usare armi e artiglieria stoccate nella regione per attaccarli.

Il primo ministro Abiy Ahmed, nobel per la pace 2019 per aver messo fine alla guerra con l’Eritrea, ha invece accusato le autorità ribelli del Tigrai di aver attaccato una caserma dell’esercito federale. In un tweet Abiy Ahmed ha scritto che: “La linea rossa è stata superata” ed ha annunciato l’invio di truppe nel nord “per salvare le persone e il paese”. Per impedire ulteriori insubordinazioni, il governo centrale ha tagliato le comunicazioni telefoniche e i collegamenti ad internet in buona parte delle province settentrionali. Inoltre, venerdì 6 novembre l’aeronautica militare etiope ha bombardato obiettivi del TPLF con l’intento di “ripristinare lo stato di diritto e l’ordine costituzionale”.

Intanto, nonostante gli appelli internazionali di fermare i combattimenti, continuano gli scontri. Secondo quanto riportato dalle Nazioni Unite, le truppe locali e le forze del Tigrai si sono scontrate in otto diverse località. Se il conflitto dovesse aggravarsi, ammonisce l’ONU, 9 milioni di persone rischiano di essere sfollate.

Ieri il primo ministro Abiy Ahmed ha deposto e sostituito il capo dell’Esercito e altri funzionari del governo di Addis Abeba. I cambiamenti arrivano dopo che la Camera alta della Federazione (una delle due Camere del Parlamento), in una sessione di emergenza, ha votato per sciogliere il governo di Macallè, accusandolo di aver “violato la costituzione”.

Cosa ha portato alla tensione?

La politica etiope è strettamente legata alle varie etnie, che rappresentano i partiti politici del paese. Con una popolazione di più di 100 milioni di abitanti, l’Etiopia si caratterizza per la presenza di un articolato mosaico etno-nazionale e linguistico composto da circa 80 gruppi etnici. I gruppi etnici maggioritari sono gli Oromo, gli Amhara, i Somali e i Tigrini.

Nel 1991, la lotta armata condotta dal TPLF si concluse con la destituzione del dittatore comunista Menghistu. La caduta del regime del “negus rosso” pose le basi per un profondo rinnovamento dello stato, fino ad allora fortemente centralizzato. Fu avviato un processo di decostruzione della narrazione pan-etiopica – e amhara-centrica – su cui si fondava l’idea dello stato-nazione Etiopia, e le relazioni interetniche furono istituzionalizzate in un etno-federalismo con l’obiettivo di garantire un’equa spartizione del potere tra le diverse etnie.

Tuttavia, il sistema etno-federalista ha sancito la sedimentazione del peso politico dei Tigrini che, nonostante costituiscano appena il 6% della popolazione, di fatto controllavano il paese. Al contrario, gli Oromo, nonostante rappresentino il gruppo di maggioranza (30% della popolazione) sono sempre stati discriminati ed esclusi dalla gestione della cosa pubblica. Almeno fino all’ascesa di Abiy Ahmed nel 2018.

Abiy Ahmed, primo Premier Oromo, ha avviato una stagione di profonda riforma politica, volta all’inclusione e alla reintegrazione delle etnie marginalizzate e al superamento del modello etno-federalista. Come conseguenza, il TPLF, alla guida del paese per quasi trent’anni, è stato gradualmente estromesso dalle stanze del potere, e ciò ha provocato crescenti attriti tra il governo centrale di Addis Abeba e la regione del Tigrai.

Le tensioni si sono acuite a settembre, quando nel Tigrai si sono tenute le elezioni regionali nonostante il divieto del governo centrale, che le aveva sospese a causa del Covid-19. Da allora l’escalation non si è fermata, esplodendo la scorsa settimana.

Cosa potrebbe succedere ora?

Scopo di questo conflitto sarebbe l’autodeterminazione e quindi il distacco formale dalla federazione etiopica. Se il Tigrai scegliesse la via della secessione, si potrebbe creare un effetto a catena che potrebbe portare alla balcanizzazione dell’Etiopia.

 

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