Esplosione al porto di Beirut. Devastata mezza città

Esplosione al porto di Beirut. Devastata mezza città
Fonte immagine: nbcnewyork. Editing: g2r

Paura, morte, devastazione, polvere e detriti. Beirut si è svegliata in preda ad un nuovo senso di vulnerabilità, il giorno dopo uno degli eventi più scioccanti che abbia colpito la città.

Esplosione a Beirut. Fatti, ipotesi e scenari

Nel pomeriggio del 4 agosto, due violentissime esplosioni, avvertite anche a Cipro (a 150 miglia di distanza), hanno colpito un silos nel porto di Beirut, portando devastazione per chilometri. Secondo i sismologi la deflagrazione è stata pari ad un terremoto di magnitudo 4.6.

Il bilancio provvisorio fornito dalla Croce Rossa Libanese è di oltre 100 morti, più di 5.000 feriti e 300.000 sfollati. Tra i feriti anche un militare italiano che fa parte del contingente italiano presente nel paese. Secondo quanto riferito ad Al Jazeera da Farhan Haq, vice Portavoce del Segretario Generale dell’ONU, tra le vittime figurano 48 impiegati delle Nazioni Unite e 27 membri delle loro famiglie. Nell’esplosione ha perso la vita anche Nazar Najarian, il segretario generale del partito libanese Kataeb. Si prevede che il bilancio finale delle vittime aumenterà notevolmente man mano che le squadre di soccorso cominceranno a setacciare i moltissimi edifici danneggiati. Nella città è stato proclamato lo stato di emergenza per due settimane.

Non si hanno ancora indicazioni certe su cosa abbia provocato l’esplosione. Il presidente Trump ha subito fatto riferimento ad un attentato, ma al momento non ci sono conferme riguardo alla pista terroristica. Alcune agenzie di intelligence occidentali hanno parlato di un deposito di armi del movimento sciita Hezbollah. Il ministro dell’interno libanese, Mohamed Fehmi, ha dichiarato che a esplodere sarebbe stato un deposito dove erano conservate 2.750 tonnellate di nitrato di ammonio, un composto chimico usato come fertilizzante ma anche per produrre esplosivi, immagazzinato per anni dopo essere stato sequestrato.

«I responsabili della catastrofe dovranno darne conto», ha dichiarato il primo ministro libanese Hassan Diab in un messaggio televisivo. «Inaccettabile», ha aggiunto il presidente Michel Aoun.

Le reazioni internazionali

Diversi paesi stanno inviando operatori di emergenza e personale medico per aiutare il Libano a riprendersi dal disastro. Tra questi, il Qatar e l’Iraq si sono subito detti pronti a mandare ospedali da campo completi. La Francia ha inviato due aerei militari con a bordo un’unità medica e 20 tonnellate di aiuti. La Giordania ha dichiarato che invierà un ospedale da campo militare con tutto il personale necessario, mentre l’Egitto ha aperto un ospedale da campo a Beirut per ricevere i feriti.

Anche Israele, che ha sottolineato di non avere nulla a che fare con le esplosioni, ha offerto al governo libanese, attraverso intermediari internazionali, aiuti umanitari e immediata assistenza di emergenza. Per quanto riguarda l’Italia, il ministro degli Esteri Luigi di Maio ha espresso la solidarietà del paese agli «amici libanesi» e il Dipartimento della Protezione Civile sta coordinando l’invio di due aerei con aiuti umanitari.

L’attuale situazione in Libano

L’ultimo dramma di una nazione già in difficoltà a causa della pandemia e della peggiore crisi economica degli ultimi decenni. Due giorni fa il ministro degli Esteri Nassif Hitti si è dimesso, esprimendo la propria insoddisfazione per la mala gestione da parte del governo della crisi che attanaglia il paese.

Non ci sono soldi per l’elettricità, che ogni giorno subisce tagli fino a 20 ore al giorno, e metà della popolazione vive sotto la soglia della povertà, con un salario medio sprofondato in meno di un anno da circa 900 dollari mensili ai 150 attuali. Rimane anche alta la tensione al confine con Israele, che ha dichiarato di aver respinto la settimana scorsa un commando di cinque uomini di Hezbollah che ha cercato di infiltrarsi nel territorio israeliano nei pressi dell’avamposto militare Har Dov.

Il governo libanese ha descritto Beirut come «una città disastrata», e per molti abitanti è come essere tornati ai momenti peggiori della guerra civile tra il 1975 e il 1990. A rendere tutto più complicato saranno le tensioni politiche in vista del verdetto, previsto per domani ma rimandato al 18 agosto, del Tribunale Speciale dell’ONU per il Libano (TSL), riguardo l’omicidio dell’ex premier sunnita Rafiq Hariri, ucciso con un’autobomba a Beirut il 14 Febbraio 2005 insieme a 21 persone tra passanti e guardie del corpo.

La sua morte mise fine, dopo più di 29 anni, all’occupazione siriana del Libano. Dopo oltre 15 anni, saranno processati in contumacia 4 imputati, presunti membri di Hezbollah, accusati di complotto a fini terroristici e omicidio preterintenzionale. E un quinto, Mustafa Badreddin, uno dei massimi comandanti militari di Hezbollah e considerato dall’accusa la mente dell’attacco, che si ritiene sia stato ucciso in Siria nel 2016.

Se ti è piaciuto questo articolo seguici su Twitter e Facebook