Decreto Missioni. La politica contro i diritti umani

Decreto Missioni. La politica contro i diritti umani
Fonte immagine: pinterest.com. Editing: g2r

Dallo scempio che viene perpetuato nei campi di detenzione libici non ci separano solo chilometri di terra e di mare, ma l’indifferenza. Quell’indifferenza dimostrata dai parlamentari italiani che hanno votato a favore di nuovi finanziamenti alla Guardia costiera libica.

Decreto Missioni. L’Italia conferma il finanziamento alla Libia

Il 16 luglio 2020 la Camera dei Deputati ha approvato il rifinanziamento della Guardia costiera libica prevista nel Decreto Missioni. Si tratta di un documento relativo alle missioni militari italiane all’estero, con un particolare rafforzamento della presenza militare italiana in Libia e nel Sahel, le aree in cui transitano la maggioranza dei migranti diretti verso l’Italia.

Il provvedimento prevede uno stanziamento di oltre 58 milioni di euro, di cui 10 (3 milioni in più rispetto allo scorso anno), destinati alla formazione e all’addestramento della Guardia costiera libica, un corpo militare creato nel 2017, addestrato per pattugliare le acque tripoline, fermare i migranti che vogliono andare in Europa e rispedirli in un paese dilaniato dalla guerra e che non riconosce la Convenzione di Ginevra sui rifugiati del 1951.

Nel testo si legge: «la missione EUBAM Libya […] è una missione di assistenza alla gestione integrata delle frontiere in Libia […]. L’obiettivo è fronteggiare il fenomeno dell’immigrazione clandestina e della tratta di esseri umani tramite l’addestramento dei militari libici». Per questo impegno hanno votato a favore Lega, M5S e Pd, nonostante le posizioni divergenti proprio sul ruolo dei membri della Guardia Costiera, responsabili di continue violazioni dei diritti umani nei confronti dei migranti nei centri di detenzione e di collaborare con gli stessi trafficanti di esseri umani.

L’approvazione del rifinanziamento è solo l’ultimo capitolo di una lunga vicenda cominciata nel febbraio del 2017, quando l’Italia ha deciso di firmare il controverso Memorandum d’intesa (MoU), tra l’allora governo Gentiloni e l’esecutivo libico di unità nazionale guidato da Fayez al-Sarraj, che prevedeva un sostegno diretto alla Guardia Costiera per riportare indietro le imbarcazioni di migranti dirette verso l’Italia. In tre anni, ammontano a quasi 22 milioni di euro i fondi stanziati dal governo italiano a favore della Guardia costiera libica.

Il quadro politico libico

Eppure sappiamo piuttosto bene quel che avviene in Libia. Dalla rivolta del 2011 e dalla guerra civile che ha causato la caduta del regime di Muammar Gheddafi, le condizioni di vita in Libia sono caratterizzate da persistente violenza e insicurezza.

Il Governo di Accordo Nazionale (GNA), riconosciuto a livello internazionale, continua ad essere violentemente sfidato dalle forze del comandante Khalifa Haftar, l’uomo forte della Cirenaica, per il controllo della capitale Tripoli.

Senza un governo centrale funzionante, gruppi armati e reti criminali hanno colmato il vuoto di potere, sfruttando le continue turbolenze politiche della Libia e l’aggravarsi della crisi economica per operare con relativa impunità, approfittando del fatto che il sistema giudiziario non è in grado di garantire la responsabilità per le violazioni dei diritti umani commesse nel Paese. In questo contesto, il contrabbando e il traffico di esseri umani si sono trasformati in un’industria multimilionaria, offrendo opportunità di lavoro a molti libici e una fonte di reddito importante per i gruppi armati.

A questa situazione si aggiunge il fatto che la Libia è un paese di transito fondamentale per i rifugiati e i migranti che cercano di raggiungere l’Europa. Da tempo infatti, il Paese è diventato il principale punto di partenza dei flussi migratori lungo la rotta del Mediterraneo centrale.

Dal 2017, quando l’Unione Europea ha approvato l’accordo tra Italia e Libia per reprimere l’immigrazione irregolare dall’Africa all’Europa, le autorità libiche e i gruppi armati locali hanno trattenuto nel Paese migliaia di rifugiati, migranti e richiedenti asilo. Molti degli intercettati sono detenuti in centri controllati dal Dipartimento libico anti-immigrazione clandestina (DCIM). Un numero crescente di rapporti di organizzazioni per i diritti umani hanno rivelato che questi centri sono un vero e proprio inferno. Soffrono di un massiccio sovraffollamento, di condizioni sanitarie disastrose e di cure inadeguate. Sono state documentate anche violazioni dei diritti umani e abusi diffusi contro i migranti, tra cui tortura, percosse, estorsioni e aggressioni sessuali.

Il rapporto di Medici per i diritti umani (MEDU)

Come riportato dal rapporto La Fabbrica della tortura diffuso a marzo da Medici per i diritti umani (MEDU) «tutti i migranti detenuti hanno subito continue umiliazioni e in molti casi oltraggi religiosi e altre forme di trattamenti degradanti. Nove migranti su dieci hanno dichiarato di aver visto qualcuno morire, essere ucciso o torturato. Alcuni sopravvissuti sono stati costretti a torturare altri migranti per evitare di essere uccisi. Numerosissime le testimonianze di migranti costretti ai lavori forzati o a condizioni di schiavitù per mesi o anni». Il rapporto si basa su oltre tremila testimonianze dirette di migranti transitati dalla Libia e raccolte dagli operatori di MEDU tra il 2014 e il 2020. Nel periodo considerato sono sbarcati in Italia 660mila migranti di cui il 90% è passato per la Libia.

L’età media dei migranti e rifugiati assistiti e intervistati dagli operatori MEDU è di 26 anni, e tra di loro erano presenti oltre 300 minori (il 13%). Fra i testimoni, l’85% è stato vittima di torture e trattamenti inumani e degradanti. Nello specifico, il 79% è stato detenuto in luoghi sovraffollati e in pessime condizioni igienico-sanitarie, il 75% ha subito costanti deprivazioni di cibo, acqua e cure mediche, il 65% gravi e ripetute percosse.

Tra gli oltraggi subiti figurano stupri, ustioni, percosse alle piante dei piedi, scariche elettriche, torture da sospensione e posizioni stressanti come essere sospesi a testa in giù o dover restare in piedi per molte ore.

Oltre ai segni fisici, vi sono poi le conseguenze psicologiche delle violenze subite. L’80% dei migranti, richiedenti asilo e rifugiati assistiti dagli operatori MEDU hanno mostrato un’alta vulnerabilità e disturbi mentali, in particolare, disturbi post traumatici da stress (Ptsd), psicosi, disturbi d’ansia, depressione e tendenza alla somatizzazione.

Tra le testimonianze riportate nel report vi è quella di Sabha, originaria della Costa d’Avorio, che con queste parole descrive gli orrori a cui è stata sottoposta: «mi hanno preso e portato in prigione, volevano da me dei soldi. Sono stata lì sette mesi: mi hanno fatto di tutto. Ogni giorno ci prendevano e ci portavano da alcuni uomini per soddisfare le loro voglie. Mi hanno preso da davanti, da dietro, erano così violenti che dopo avevo difficoltà anche a sedermi. Mi filmavano mentre mi violentavano. Mi urinavano addosso. Un giorno mi hanno costretta ad avere un rapporto con un cane e loro mi hanno filmato. Sono maledetta».

Il nostro contributo in questo inferno

L’abominio che si sta perpetrando in Libia è un oltraggio alla coscienza dell’umanità e ogni minuto in più in cui l’Italia tiene in piedi questa missione, si rende complice delle terribili violenze subite da migliaia di esseri umani. È imprescindibile che il nostro paese, così come la comunità europea e internazionale, cambi il proprio approccio alla mobilità internazionale. Invece di privilegiare politiche e misure liberticide e discriminatorie atte a bloccare il movimento dei rifugiati, dei migranti e dei richiedenti asilo, si dovrebbe intervenire in modo urgente e radicale per evacuare i centri di detenzione e salvare tutte quelle persone sfruttate e imprigionate in condizioni disumane.

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