Donald Trump contro Twitter. Scontro aperto per la libertà di espressione

Donald Trump contro Twitter. Scontro aperto per la libertà di espressione
Editing: g2r

L’America è la terra della democrazia, si dice. I social network sono lo spazio dove le opinioni più varie trovano terreno fertile, si dice. Nelle ultime settimane il dibattito pubblico è stato attraversato da uno scontro che vede protagonisti il presidente degli Stati Uniti e il mondo dei social, chiamando in causa la libertà di espressione.

Il casus belli è un tweet di Donald Trump attraverso il quale, il 26 maggio scorso, il Presidente ha dichiarato le proprie perplessità in merito al voto postale che pare verrà adottato da alcuni stati americani in un’ottica di sicurezza e rispetto del distanziamento sociale. Secondo Trump questa modalità di voto favorirebbe la frode elettorale poiché, a suo dire, anche persone non aventi diritto potrebbero esprimere la propria preferenza durante le elezioni previste per il 3 novembre 2020. A fronte di queste dichiarazioni, ritenendo che il post veicolasse informazioni fuorvianti, gli amministratori di Twitter hanno ritenuto opportuno inserire la frase «get the facts about mail in ballot» (verifica i fatti rispetto a questa discussione) rimandando a un articolo della Cnn.

Qualche giorno dopo, mentre le proteste dei manifestanti scuotevano il paese dopo l’omicidio di George Floyd, un’altra dichiarazione del Presidente ha destato nuovamente l’attenzione del social network. «Non posso star qui a guardare quel che succede in una grande città americana, Minneapolis. Una totale mancanza di leadership. O il debolissimo sindaco di estrema sinistra Jacob Frey si dà una mossa, o manderò la Guardia nazionale per fare il lavoro che serve», ha affermato Trump, aggiungendo che «quando iniziano i saccheggi, si inizia anche a sparare». Questo post, come il precedente, non è stato censurato ma segnalato in quanto contenente affermazioni che istigano alla violenza e, di conseguenza, violano le linee guida di Twitter.

Al 3 giugno risale quello che per il momento sembra essere l’ultimo episodio dello scontro, quando lo staff per la rielezione di Trump ha pubblicato un video nel quale scorrevano le immagini delle proteste in atto negli Stati Uniti accompagnate da un discorso del Presidente in sottofondo. Video ritirato da Facebook, Instagram e Twitter per violazione della legge sul diritto d’autore digitale.

Trump, a questo punto, ha tuonato le sue invettive contro le piattaforme digitali «un piccolo gruppo di potenti social media in regime di monopolio controlla una vasta porzione di tutte le comunicazioni pubbliche e private negli Stati Uniti: hanno un potere incontrollato nel censurare, ridimensionare, editare, delineare, nascondere, alterare virtualmente ogni forma di comunicazione tra privati cittadini o con audience ampie di pubblico». E alle parole sono seguiti i fatti. Soltanto 48 ore dopo la segnalazione per istigazione alla violenza, il Presidente ha firmato un ordine esecutivo che si propone di modificare la sezione 230 del Communication Decency Act, legge che dispone in materia di pubblicazione di contenuti online negli Stati Uniti.

Communication Decency Act, cosa prevede la proposta di modifica

La Communication Decency Act è una legge del 1996 che nasce con l’obiettivo di regolare la pubblicazione di materiale pornografico su Internet, criminalizzando la distribuzione di materiale considerato osceno ai minori di diciotto anni. In seguito è stata approvata dal Congresso la sezione 230, la stessa che Trump si propone di modificare, secondo la quale di fatto si sollevano le piattaforme online dalla responsabilità penale e civile, disponendo che «nessun fornitore o utente di un servizio informatico interattivo dovrà essere trattato come editore o autore di qualsiasi informazione pubblicata da un altro fornitore di contenuti informativi».

L’obiettivo del presidente degli Stati Uniti è trattare i social network alla stregua delle testate giornalistiche, dal momento che i suoi gestori si pongono come moderatori, rendendoli dunque responsabili di ogni dichiarazione pubblicata da terzi. L’emendamento proposto da Trump, prima di entrare in vigore, dovrà essere valutato dalla Federal Communication Commission (FCC), l’ente indipendente che regola le telecomunicazioni negli Stati Uniti – composto tra l’altro da tre Repubblicani e due Democratici – ma intanto sono arrivate le prime reazioni da parte dei gestori dei principali social.

Donald Trump Twitter
Fonte immagine: magzine.it

Mark Zuckerberg ha dichiarato che «esponendo le aziende alla potenziale responsabilità per tutto ciò che dicono miliardi di persone in tutto il mondo, si penalizzano quelle che scelgono di consentire ai propri utenti di portare avanti controversi che non hanno il sostengo di prove. Stando alla modifica proposta dal presidente Trump si incoraggerebbero le piattaforme a censurare qualsiasi cosa possa offendere o disinformare chiunque», ma ci ha tenuto a ribadire un concetto espresso durante l’intervista rilasciata il giorno precedente all’emittente Fox News «credo fortemente che Facebook non debba essere l’arbitro della verità di tutto ciò che la gente dice online».

I dipendenti di Twitter si sono espressi in maniera più ferma, secondo loro «la sezione 230 protegge l’innovazione americana e la libertà di espressione, ed è sostenuta da valori democratici. I tentativi di indebolirla minacciano il futuro del dibattito online e della libertà su Internet». L’amministratore delegato, Jack Dorsey, ha ribadito l’intenzione di segnalare informazioni erronee o mancanti, pubblicando tra l’altro il link alla policy di Twitter poiché «una maggiore trasparenza da parte nostra è cruciale in modo che la gente possa chiaramente vedere la ragione dietro le nostre azioni».

I social secondo Trump: la mia libertà finisce se termina anche la tua

Comprendere la ratio che soggiace alla decisione di Trump non è cosa semplice. Il Presidente ha criticato aspramente Twitter in quanto – segnalando i suoi post – avrebbe leso il suo diritto di espressione in barba al primo emendamento della Costituzione americana, ma allo stesso tempo attraverso questo provvedimento – nel caso in cui venisse adottato – trasferisce ai social l’opportunità di intervenire in maniera più incisiva sui contenuti pubblicati dagli utenti. Su tutti i contenuti, anche i suoi. E forse la chiave è proprio qui.

Ricordate il principio «la mia libertà finisce dove inizia la tua?». Ecco, Trump sembra ribaltarlo e lo trasforma in «la mia libertà finisce se termina anche la tua», nell’ottica di quella che può essere letta come una vendetta personale. Dal momento che non può evitare di essere arginato, tanto vale assicurarsi di poter limitare anche gli altri. Ricordiamo che Trump ha accusato Twitter di parzialità nel dibattito politico «stanno lottando duramente per la Sinistra Democratica Radicale», ha affermato, «una battaglia unilaterale. Illegale».

Secondo Trump, insomma, se Twitter si prende l’onore di contestarlo – o correggerlo – a questo punto dovrà sobbarcarsi anche gli oneri e insieme agli altri social, garantendo il controllo su ogni dichiarazione online, dovrà preoccuparsi anche di non essere citato in giudizio.

Ora, al di là della vicenda personale Trump – Twitter, il dibattito relativo alla responsabilità civile dei social non è nuovo e pone questioni importanti in relazione a temi quali il potere e la libertà.

Quando il singolo si ritrova a dover pagare per tutti, è lui che decide qual è il discrimine tra ciò che è legittimo e ciò che non lo è. Siamo certi di voler instaurare un meccanismo grazie al quale sia possibile attuare la censura nel dubbio della liceità per evitare conseguenze onerose? Più che puntare all’onnipresenza di un giudice esterno che orienta i nostri comportamenti forse dovremmo “semplicemente” sperare di poter agire da cittadini: liberi e allo stesso tempo responsabili delle nostre azioni.

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