Covid-19 negli Stati Uniti. I disabili possono morire in uno Stato già morto

Covid-19 negli Stati Uniti. I disabili possono morire in uno Stato già morto
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Il covid-19 sta attaccando in maniera aggressiva gli Stati Uniti e la patria del capitalismo non può che rispondere: “si salvi il profitto, i debiti non servono”. Nel censimento americano degli aventi diritto alla vita, le persone affette da disabilità fisiche o psichiche sono agli ultimi posti e dunque possono morire.

Nella lotta alla vita, nella quale ognuno garantisce per se stesso, a dire l’ultima parola sono i centri del potere economico, dove non è necessario che capitale umano e valore esistenziale abbiano una corrispondenza. Il primo è strettamente correlato alla capacità produttiva delle persone, il secondo raccoglie il senso della vita in sé.

Capitalismo e liberalismo: le avanguardie contemporanee dell’individualismo nei momenti di crisi mostrano le loro piaghe più recondite e spietate, ma anche le loro menzogne. Siamo esseri sociali, viviamo da individui, è vero, ma pur sempre all’interno di uno Stato e se questo non ci salva, da soli non potremo farlo.

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Valere ciò che si è in grado di produrre equivale ad ammettere che siamo nulla. Pedine interscambiabili, “esseri gettati” nel mondo. È questo il destino dell’uomo del ventunesimo secolo, tutto il Novecento è stato una preparazione in questa direzione: gli uomini non scelgono di sacrificarsi per scopi di forza maggiore, sono gli scopi a sacrificarli.

Covid-19 negli Stati Uniti: i disabili respirino da soli

Il covid-19 negli Stati Uniti macina le sue prime vittime, sono già 2.000 su circa 100 mila casi, e in tutta risposta gli Stati Uniti prestano il fianco dei più vulnerabili. Soccomberà non soltanto chi perderà contro il virus, ma anche chi, essendo nato fastidiosamente imperfetto, ha perso in partenza contro lo Stato. I disabili possono morire in uno Stato già morto.

I «disabili psichici sono candidati improbabili per il supporto alla respirazione», è quanto riportato nel Scarce Resource Management, il documento con cui l’Alabama ha reso noti i criteri per la cura e il soccorso dei cittadini durante l’emergenza del covid-19.

A renderlo noto in Italia è L’Avvenire: su 36 Stati che hanno fornito i loro criteri, almeno dieci elencano considerazioni relative alle capacità intellettive e fisiche. Negli Stati di Washington, New York, Utah, Colorado, Minnesota, Alabama, Tennessee e Oregon i medici hanno il dovere – prima di intervenire – di valutare il livello di abilità fisica ed intellettiva delle persone che necessitano di essere soccorse.

Il Tennessee stabilisce che le persone affette da atrofia muscolare spinale verranno escluse dalla terapia intensiva; in Minnesota l’esclusione è rivolta ai malati di cirrosi epatica, di malattie polmonari e di problemi cardiaci. Il Michigan invece ha deciso che i lavoratori dei servizi essenziali avranno la precedenza nella ricezione dei respiratori.

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Di fronte a queste decisioni già tre Associazioni di difesa dei disabili (Disability Rights Washington, Self-Advocates in Leadership, The Arc of the United States) hanno fatto causa allo Stato di Washington per impedire che vengano negate le cure per il covid-19 a tutti coloro che riportano disabilità.

Andrew Cuomo, governatore di New York, nei giorni scorsi ha ricordato alle autorità federali che prima o poi dovranno giustificare e motivare le scelte fatte durante quella che ha definito la “Grande epidemia”.

Anche il Center for Public Representation ha presentato una denuncia al ministero della Sanità contro lo Stato dell’Alabama, considerando il piano di intervento per l’emergenza covid-19 una violazione della legge federale sui diritti dei disabili.

Nella lotta alla vita c’è chi non può garantire per se stesso. Quale sarà l’epilogo se nemmeno lo Stato lotterà per loro?

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