La guerra nello Yemen va avanti mentre l’occidente, incoerente, ci guadagna milioni di euro

La guerra nello Yemen va avanti mentre l’occidente, incoerente, ci guadagna milioni di euro

Nello Yemen si sta consumando una delle più grandi, se non peggiore, crisi umanitarie contemporanee, eppure i media nazionali ed internazionali non ne parlano molto. La guerra che il paese sta combattendo contro l’Arabia Saudita lo pone in una condizione di grandissimo svantaggio e quello che è, a tutti gli effetti, uno dei paesi più ricchi al mondo -l’Arabia- continua  a compiere indisturbatamente stragi, in particolar modo contro i civili ovviamente indifesi.

Breve cronistoria della guerra nello Yemen

La guerra nello Yemen inizia nel 2015 e vede contrapporsi i ribelli houthi, appoggiati dall’Iran, con le forze governative, supportate da una coalizione internazionale guidata dall’Arabia Saudita.
In realtà lo scontro inizia ben prima, almeno nel 2011, con la primavera araba che invade anche lo Yemen, in cui i ribelli houthi compiono diversi attentai contro l’allora presidente Abdullah Saleh, il quale, sia per vari problemi di salute, sia per non rischiare la vita, va più volte via dal proprio paese, trovando ovviamente rifugio in Arabia Saudita. In tale contesto Saleh comprende che non può più candidarsi e presenta le sue dimissioni affermando anche che non si sarebbe più candidato.

Si arriva così alle elezioni del 2012, dove però c’è un solo candidato: Abdrabbuh Mansour Hadi. Ovviamente Hadi vince le elezioni e si prepara a governare per due soli anni, periodo nel quale avrebbe dovuto portare stabilità nel paese e formare un governo aperto alle varie opposizioni, ma la situazione nel frattempo si complica, così il suo mandato viene prorogato di un ulteriore anno. Questa proroga viene vista dagli houthi come una dimostrazione della sempre più determinante intromissione dell’Arabia Saudita nello Yemen e ciò porta ad un incremento degli scontri e di quella che ormai sta diventando a tutti gli effetti una guerra civile. Nel frattempo, inoltre, la crisi economica aumenta e la popolazione, già non benestante, diviene sempre più povera.

A fine 2014, dunque, si ha la parte nord del paese controllata quasi tutta dagli houthi sciiti, che ovviamente non nascondono frasi ed insulti contro USA ed Israele, motivo per il quale sono visti negativamente da tutto l’occidente e chiaramente anche dall’Arabia Saudita sunnita. Nel giro di poco tempo i ribelli riescono anche a conquistare la capitale Sana’a ed allora intervengono le Nazioni Unite che premono per un cessate il fuoco, peraltro quasi obbligatorio per il presidente Hadi che non può nulla.

La grande svolta, che viene generalmente riconosciuta anche come l’inizio della guerra, arriva nel gennaio 2015, con l’ex presidente Saleh che torna nel paese e si oppone alla presidenza di Hadi. Gli houthi, allora, appoggiati anche da Saleh, riescono ad assaltare il palazzo presidenziale di Sana’a e prendono il potere. Il paese, all’inizio del 2015, si presenta nettamente spaccato in due, con il nord controllato da Saleh e gli houthi sciiti, mentre il sud è nelle mani di Hadi, appoggiato dall’Arabia Saudita, che ovviamente non riconosce il potere insediatosi a nord. Nel giro di pochi mesi, inoltre, dal nord i ribelli riescono a conquistare sempre più territori e città.

Proprio quando anche la città di Aden rischia di cadere nella mano dei ribelli, intervengono le forze Saudite, che inizia bombardamenti a tappeto sulla capitale e le altre grandi città dello Yemen. Inizia proprio in questo punto la seconda fase della guerra nello Yemen, quella più cruenta e che ancora oggi continua a devastare la popolazione. In questo nuovo quadro bellico c’è la coalizione dell’Arabia Saudita con gli Emirati Arabi Uniti, il Kuwait, il Qatar, il Bahrain, l’Egitto di Al Sisi, il Marocco, la Giordania ed il Sudan, tanto che si è stata anche rinominata NATO Araba. Attualmente, comunque, Egitto e Qatar sono usciti ufficialmente dalla coalizione.
L’altra coalizione invece è composta dai ribelli houthi e dall’ex presidente Saleh, che può contare sulla guardia repubblicana guidata dal figlio. Tuttavia, nonostante ci sia un netto divario tra le forze in gioco, specialmente per la forza aerea controllata dall’alleanza Saudita, questa non è riuscita a fermare concretamente i ribelli e riconquistare delle zone nevralgiche dello Yemen.

Comunque, nei successivi 4 anni e quindi fino ad oggi, la guerra nello Yemen è rimasta in una situazione di stallo, in cui non ci sono state prese di territorio determinanti per lo svolgimento del conflitto, lasciando tutto il paese in una situazione stagnante, caratterizzata dalla quotidiana presenza di morte, ribadita peraltro dai missili che costantemente si abbattono sulla popolazione civile, chiaramente inerme.

L’avanzata dei terroristi

Molte zone dello Yemen sono ancora abbandonate e rurali, difficilmente controllabili anche da un governo stabile ed in tempo di pace. In questa situazione di instabilità politica, ovviamente, queste grandi aree del paese sono ancora più abbandonate. Approfittando dunque dello stallo che caratterizza il conflitto, i movimenti terroristici hanno fatto la loro comparsa nei territori yemeniti.

Al Qaeda, che tra l’altro è anche una presenza storica di questi territori, è entrato in possesso di grandi zone orientali dello Yemen. Il movimento fondato da Bin Laden ha approfittato di questa situazione, poiché dal 2000 era invece combattuto dall’allora presidente Saleh, il quale riceveva per questo motivo anche importanti finanziamenti da parte degli Stati Uniti.
Allo stesso modo, seppur senza fondare campi di addestramento o basi militari, si è infiltrato l’ISIS tra il 2016 ed il 2017 e con i vari attacchi ad Aden ha anche dimostrato di poter raggiungere centri nevralgici del paese.
La preoccupazione più grande riguarda infatti il futuro del paese, che può in questo modo rischiare di cadere ancora di più nel caso a causa delle infiltrazioni terroristiche.

La strage umanitaria e la situazione dei civili

Nel corso degli ultimi 5 anni ci sono stati diversi tentativi di avvicinamento tra le due coalizioni, come quello promosso da Saleh, che addirittura dichiarava in un’intervista, rivolgendosi ai suoi alleati, di abbandonare gli houthi ed avviare un tentativo di riappacificazione con l’Arabia Saudita e porre dunque fine al conflitto. Gli alleati dell’ex presidente non accolgono positivamente il suo annuncio, a tal punto che Saleh viene ucciso nel 2017 mentre tentava di scappare dal paese.

In questa situazione, però, chi paga la somma più alta della guerra nello Yemen sono i civili. Solamente fino al 2017 si contavano più di 20.000 morti, dei quali più della metà civili, per i quali addirittura non esiste un posto sicuro, come dichiarato da Shabia Mantoo delle Nazioni Unite. Ovviamente, la maggiore responsabilità delle morti dei civili è dell’Arabia Saudita, la quale peraltro non si è nemmeno mai presa la responsabilità di questa strage, mentre però continua a bombardare e colpire zone teoricamente escluse dal conflitto, come scuole oppure ospedali.

Le cause della morte non sono rappresentate solamente dai missili, però, perché sono riapparse anche vecchie malattie e pure la fame. Sull’orlo della povertà assoluta, per la quale non è possibile nemmeno reperire del cibo, ci sono ben 7,3 milioni di yemeniti, di cui più di 2 sono bambini. In tutto questo gli attacchi dell’Arabia Saudita non fanno altro che peggiorare la condizione già disastrosa della popolazione, commettendo costantemente delle violazioni dei i diritti umani. Ad esempio sono state colpite tutte le infrastrutture strategiche del paese, con cui la popolazione importa il 90% dei generi alimentari necessari, oppure le vie idriche, tra le quali un progetto coordinato dall’Unione Europea.

L’incoerenza dell’occidente

In tutto questo l’occidente si comporta in modo ambiguo, come già accaduto, dimostrando tutta la sua incoerenza verso l’Arabia Saudita. Innanzitutto con le già citate violazioni dei diritti umani, che continuano ad avvenire sotto il silenzio generale. Non a caso la coalizione Saudita è particolarmente amica degli Stati Uniti e di Israele, che politicamente si pone come una sorta di enclave occidentale nelle zone arabe.

Non è solamente questo, però, il problema dell’occidente, perché ovviamente alle spalle di questi comportamenti ambigui ci sono guadagni da capogiro per le aziende belliche, le uniche nel panorama mondiale che non conoscono mai crisi. Il primo fattore di incoerenza sta nel fatto che i governi italiani negano esplicitamente la presenza di una guerra, consentendo così il commercio di armi, che sarebbe altrimenti vietato, ma è chiaro e sotto gli occhi di tutti che il conflitto continua a mietere vittime quotidianamente. Inoltre Angela Merkel aveva dichiarato che l’export di armi si sarebbe fermato fino a quando non si sarebbe fatta luce sull’uccisione del giornalista Jamal Khashoggi, ma nel frattempo la Rvm, una delle più grandi aziende produttrici di armi nel mondo, continua i suoi export sfruttando le filiali che sono all’estero, tra cui una anche in Sud Africa.

Dall’altro lato, gli Stati Uniti richiedono ai paesi europei sostegno nell’embargo rivolto all’Iran, ma allo stesso tempo richiedono anche una maggiore produzione di armi da utilizzare proprio per bombardare lo Yemen. L’importante, dunque, è continuare a fabbricare bombe per devastare lo Yemen e trarre ovviamente profitto, ma commerciare con i paesi alleati degli houthi, come l’Iran, anche un solo pacco di pasta potrebbe innescare il meccanismo delle sanzioni USA. Nel frattempo, comunque, in Italia si continuano a fabbricare mezzi di morte e di distruzione, come dimostrano i €108.700.337 fatturati da Rvm Italia nel 2018, dei quali €42.139.824 provengono proprio dalla fornitura delle bombe aree fornite all’Arabia Saudita, le stesse che vengono utilizzate per compiere crimini di guerra come evidenziato dall’ONU.

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