In Turchia la libertà è condannata all’ergastolo: la storia di Ahmet Altan

In Turchia la libertà è condannata all’ergastolo: la storia di Ahmet Altan

In Turchia è avvenuto l’ennesimo arresto che ci ricorda come ormai la libertà, nel paese che fa da ponte tra oriente ed occidente, sia solamente un lontano ricordo. Ahmet Altan, ex direttore del quotidiano Taraf, già in prigione, è stato condannato all’ergastolo per aver, secondo l’accusa, partecipato al golpe del 2016, insieme ad altre 5 persone, anch’esse condannate.

Dal 2016, dopo il golpe turco che Erdogan sostiene sia stato organizzato e voluto da Fetullah Gulen, gli arresti ed i condannati non si contano neanche più. Il presidente turco ha sfruttato il tentato colpo di stato per aumentare i propri poteri personali e parallelamente fare una vera e propria epurazione staliniana per liberarsi di qualsiasi possibile opposizione. I primi, ma anche i secondi, i terzi e così via a farne le spese sono state ovviamente tutti i rappresentati della classe intellettuale turca, di cui il maggior numero sono giornalisti, accademici e magistrati.

Sulla reale entità del golpe ci sono tuttora moltissimi dubbi e non sono pochi quelli che, Gulen incluso, sostengono che in realtà sia stata solamente una falsa operazione militare ideata dallo stesso Erdogan per aumentare i propri poteri. Solamente alla fine della tentata azione militare si contavano, almeno secondo le cifre fornite dal governo, 2893. Una volta tornato in patria “al sicuro”, dopo una notte in fuga per sicurezza, Erdogan accusò Fetullah Gulen di essere stato l’organizzatore ed il maggior responsabile del golpe. L’imam, però, si trovava e si trova ad oggi negli Stati Uniti, questo non ha fatto che peggiorare le relazioni tra i due paesi: Erdogan aveva più volte chiesto l’estradizione del proprio connazionale, mentre il suo ministro del lavoro, Suleyman Soylu, aveva addirittura accusato gli USA di aver organizzato il colpo di stato.

Non solo con gli Stati Uniti sono peggiorati i rapporti. Anche quelli con l’intera Unione Europea, già non molto stabili, si sono ulteriormente inaspriti. Dal 2005 la Turchia aveva chiesto ed ottenuto l’avvio delle procedure per il suo ingresso nell’UE. Da quel momento le fasi che si sono susseguite sono state molteplici, tra alti e bassi, dopo 11 anni non avevano ancora ricevuto una risposta positiva. Quanto accaduto dopo il 2016 non ha fatto che peggiorare le cose: il Parlamento Europeo ha infatti sospeso il procedimento per l’ingresso adducendo tra i motivi il fatto che nel paese, dopo l’ambiguo golpe, fossero venute meno la libertà di stampa, la condizione di stato di diritto ed il rispetto dei diritti civili. Tuttavia almeno “ambiguo” risulta essere anche il rapporto tra l’UE e la Turchia. Se da un lato infatti si accusa Erdogan di essere praticamente un dittatore, dall’altro lo si finanzia copiosamente per bloccare l’arrivo dei migranti dal medio oriente e far sì che in Europa ce se ne possa tranquillamente lavare le mani. Proprio nel 2016 l’UE ha consegnato alla Turchia un pacchetto da 3 miliardi di euro per bloccare la rotta balcanica ed il pagamento di un’altra tranche è stato deciso e sbloccato proprio nel marzo 2018, costituito dalla stessa somma. Poco importa, però, se i rifugiati siano stipati in campi profughi senza alcun diritto, se gli viene negata la possibilità di richiedere asilo in territorio turco e se, conseguentemente, sono costretti a pagare immense somme di denaro e rivolgersi ai trafficanti. Poco importa se molti minorenni siriani vengono presi a lavorare irregolarmente dalle fabbriche situate in territorio turco e spesso subiscono anche abusi sessuali. Non importa neanche il fatto che la Turchia fa di tutto per evitare che si ficchi il naso tra i migranti per denunciarne le condizioni, come dimostra il caso di Barbara Spinelli, avvocato per la difesa dei diritti umani, a cui è stato negato l’accesso in Turchia.

Campo profughi di Nizip in Turchia/ ©Espresso

Nel 2017, inoltre, Erdogan ha vinto il referendum che gli ha consentito di trasformare il precedente sistema parlamentare in uno di tipo presidenziale, con la sua figura, ovviamente sul primo gradino della scala. Il referendum è stato vinto con un’esile maggioranza del 51,41%. Tuttavia sono state molte le organizzazioni internazionali, tra cui l’OSCE ed il Consiglio d’Europa, a denunciare come le votazioni siano state irregolari secondo diversi parametri, tra cui anche la manipolazione diretta delle schede.

Nel frattempo sono più di 150 i soli giornalisti ad essere stati arrestati in Turchia. I giornali e le testate che sopravvivono sono ovviamente quelle che rimangono fedeli ai palazzi del potere, mentre per tutti gli altri basta anche un solo tweet per finire in galera e probabilmente rischiare di non uscirne mai più. Sì, se l’immagine che vi viene in mente è quella di un sistema staliniano non state sbagliando. Tra le varie storie, la più recente è proprio quella di Ahmet Altan, ulteriore dimostrazione di come Erdogan abbia carta bianca in ogni settore del paese che comanda. Il giornalista ha infatti dichiarato: «A parte qualche mio articolo e un’unica apparizione in tv, l’imputazione di golpismo nei nostri riguardi si basa sulla seguente asserzione: si ritiene che noi conoscessimo gli uomini accusati di conoscere gli uomini accusati di essere a capo del colpo di stato.» Altan, nonostante tutto, dimostra di avere, ad oggi, una forza straordinaria, un esempio meraviglioso di come quel barlume di libertà che nessuno può togliere, quella di pensiero, riesca ad essere il motivo per cui andare avanti giorno dopo giorno, anche quando sai che non uscirai mai più di prigione per aver semplicemente scelto di pensarla in un modo diverso da chi è al potere: «Sono uno scrittore. Ovunque voi mi chiuderete, io viaggerò per il mondo sulle ali dei miei pensieri».

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