Mobile money: l’Africa guida la rivoluzione finanziaria globale
Esiste l’Africa delle crisi umanitarie, dei golpe, della siccità, quella dei safari e del turismo ma ne esiste anche una che fa meno notizia. C’è un’Africa che ha saltato la fase dello sportello bancario, del conto corrente, della filiale sotto casa, e si è ritrovata direttamente nell’era del pagamento mobile. Un salto generazionale che in Occidente non riusciamo nemmeno a immaginare, perché noi quella fase l’abbiamo vissuta per decenni, mattone dopo mattone e con una lentezza degna di nota.
Eppure i numeri parlano chiaro, e sarebbe disonesto ignorarli. Nel 2025, secondo la GSMA, l’associazione mondiale dell’industria delle telecomunicazioni, il settore mobile ha contribuito per 240 miliardi di dollari all’economia africana, pari al 7,8% del PIL dell’intero continente. Ha sostenuto 13 milioni di posti di lavoro. Ha generato 45 miliardi di entrate pubbliche ed entro la fine del 2030, quella cifra potrebbe arrivare a 290 miliardi. Sono dati che dovrebbero far riflettere chiunque continui a parlare di Africa come se fosse ancora il “Terzo mondo” degli anni Settanta.
Il fenomeno più clamoroso è il mobile money. Il portafoglio digitale sul telefonino, senza banca, senza filiale, senza carta di credito. Nel 2025, gli account di mobile money nel mondo hanno raggiunto 2,3 miliardi, con transazioni per oltre 2 trilioni di dollari. E l’Africa sub sahariana, quella che in alcuni libri di scuola ci viene ancora descritta come marginale rappresenta ormai il 60% di tutti i nuovi account attivi a livello globale. Non è una curiosità statistica da manuale, è lo spostamento del baricentro finanziario globale.
In Africa subsahariana, la quota di adulti che risparmia in modo formale è salita al 35% (World Bank Global Findex Database 2025), rispetto al 23% di pochi anni fa. Dietro quella percentuale ci sono milioni di persone che prima tenevano i soldi sotto il materasso, li affidavano a un parente, li perdevano mentre oggi inviano denaro, ricevono pagamenti, accumulano un gruzzolo. Tutto questo avviene tramite un telefono. Quello che l’Occidente ha costruito in un secolo di infrastrutture bancarie, l’Africa lo sta costruendo in dieci anni di connettività mobile.
Tra il 2020 e il 2025, l’uso dei portafogli digitali è cresciuto del 166% in America Latina, del 147% in Africa e Medio Oriente, del 65% in Europa occidentale, del 50% in Nord America. L’Africa cresce più in fretta ma cresce su una base più fragile, con infrastrutture più esposte, con una regolazione spesso ancora incompiuta. In Europa e in Nord America la crescita è lenta perché il sistema bancario tradizionale c’era già. In Africa il mobile money non aggiunge uno strato, spesso è l’unico strato.
Quando una parte crescente della vita economica di un paese passa attraverso un singolo canale, il telefono, la rete, la piattaforma, quel canale diventa un punto di vulnerabilità sistemica. Un blackout di rete, un cyberattacco, una decisione aziendale presa a Londra o a San Francisco possono paralizzare l’economia quotidiana di interi villaggi. La dipendenza tecnologica, se non è governata rischia di diventare la nuova forma di dipendenza coloniale: cambia il padrone, non la struttura.
La GSMA stessa ha creato un Mobile Money Regulatory Index, uno strumento che misura quanto i quadri normativi nazionali favoriscano o ostacolino lo sviluppo del settore: licenze, tutela degli utenti, interoperabilità tra sistemi, apertura del mercato. I dati mostrano una correlazione netta: dove la regolazione è chiara e favorevole, il mobile money si diffonde più in fretta e in modo più sicuro. Dove le regole sono frammentate o assenti, la crescita c’è ugualmente, ma è caotica, esposta alle frodi, esclusiva verso le fasce più deboli.
Il divario città-campagna rimane grande, con costi di accesso che restano effettivamente proibitivi per molti. Le competenze digitali di base mancano, soprattutto tra le donne e nelle generazioni più anziane. L’innovazione, senza politiche pubbliche serie, rischia di amplificare le disuguaglianze invece di ridurle, un possibile problema del quale l’Africa non ha assolutamente bisogno.




