L’Eni trova l’oro nero (ma è gas) in Indonesia: 140 miliardi di metri cubi. E adesso?
Immaginate di aprire il rubinetto del gas e scoprire che sotto casa vostra c’è una riserva che potrebbe alimentare un continente. Ecco, più o meno, è quello che è successo in Indonesia, dove Eni, sì, l’Eni italiana, quella di cui avete le azioni magari nel fondo pensione, ha appena annunciato una scoperta che ha fatto rizzare le antenne a mezzo mondo energetico: un giacimento da 140 miliardi di metri cubi di gas naturale, nel blocco offshore di East Ganal, nel mare di Makassar, al largo del Borneo.
Centoquaranta miliardi. Per capirci: è una quantità sufficiente a coprire il fabbisogno annuo di gas dell’intera Italia per oltre quindici anni. Non è una notizia di settore. È una notizia geopolitica, economica, e, diciamocelo, anche un po’ patriottica.
Non è stata fortuna. È stata strategia. Eni opera in Indonesia da decenni e ha costruito nel tempo una presenza solida, una rete di relazioni istituzionali e una competenza tecnica che pochi al mondo possono vantare. Il pozzo esplorativo Geng North-1, perforato nel blocco East Ganal, ha confermato la presenza di gas in formazioni profonde, con caratteristiche di qualità eccellenti.
Questo è il tipo di risultato che si ottiene quando si investe nel lungo periodo, quando si crede nella ricerca e non si smonta tutto a ogni cambio di governo o di moda ideologica. L’industria degli idrocarburi ha i suoi difetti, lo sappiamo, ma ha anche questa virtù: premia chi lavora sul serio.
L’arcipelago indonesiano è da sempre un territorio di grande interesse energetico: è tra i primi produttori mondiali di carbone, ha una storia importante nel petrolio, e ora si candida a diventare uno degli hub del gas naturale liquefatto (GNL) per l’Asia. E l’Asia, in questo momento storico, ha fame di energia come non mai.
La Cina cresce, il Giappone cerca alternative al nucleare dopo Fukushima, la Corea del Sud vuole ridurre la dipendenza dal carbone. Il gas, che piaccia o no ai dogmatici della transizione verde, è oggi il vettore energetico più realistico per traghettare miliardi di persone verso un futuro meno inquinato senza spegnere le luci. L’Eni lo sa. E si è posizionata di conseguenza.
Per l’Italia cambia molto, almeno potenzialmente. Questa scoperta non è solo un asset di bilancio per Eni SpA: è un tassello nella strategia di diversificazione energetica che il governo italiano, e in particolare il Piano Mattei, sta cercando di costruire. L’Italia ha pagato carissima la dipendenza dal gas russo. Ha imparato la lezione nel modo peggiore, con bollette impazzite e famiglie in difficoltà.
Adesso, per la prima volta dopo anni, si intravede una logica di lungo respiro: costruire corridoi energetici alternativi, con partner affidabili, in aree geopoliticamente stabili. L’Indonesia non è la Russia. È una democrazia in crescita, membro del G20, con un governo che vuole attirare capitali e competenze occidentali.
C’è una parte del mondo, in buona fede, spesso, che vorrebbe chiudere i rubinetti del gas domani mattina e passare direttamente alle rinnovabili. Un’idea nobile. Ma, come si dice a Roma, tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare, in questo caso, letteralmente.
Le rinnovabili non sono ancora in grado di garantire la continuità di fornitura che serve alle industrie, agli ospedali, ai treni, alle città. Il gas naturale, nell’immediato, è meno inquinante del carbone e del petrolio. Usarlo come combustibile di transizione, mentre si costruisce la rete delle rinnovabili, è una scelta pragmatica, non ideologica.
Scoprire un giacimento come quello indonesiano non significa abbandonare la lotta al cambiamento climatico. Significa avere le carte in mano per negoziare da una posizione di forza, e non da quella di chi è in ginocchio davanti al primo fornitore che passa.
L’Eni ha fatto il suo mestiere. L’ha fatto bene, lontano dai riflettori, in un angolo di oceano che la maggior parte degli italiani non saprebbe indicare sulla mappa. Adesso tocca alla politica, e ai cittadini, capire come valorizzare questa risorsa nell’interesse nazionale.
Perché il gas è sotto il mare di Makassar. Ma il futuro energetico dell’Italia si decide qui, nelle scelte che facciamo adesso.



