La crisi di Realco e Coop racconta il tramonto di un modello storico
C’è un filo rosso che lega insieme la crisi di Realco e le difficoltà attraversate da Coop Centro Italia, e che non lascia rimanere questi episodi isolati tra loro, raccontando la possibile fine di un modello cooperativo che per decenni ha rappresentato una delle colonne della distribuzione italiana, soprattutto nelle regioni “rosse” del Centro-Nord.
Nel caso Realco, grande attore della GDO in difficoltà, almeno per ora un piccolo segnale positivo è arrivato con il pagamento degli stipendi agli operatori del magazzino centrale di Reggio Emilia, ma resta aperta la questione decisiva concernente il futuro della cooperativa e dei suoi lavoratori, mentre intanto centinaia di posti di lavoro rimangono appesi a una ristrutturazione che potrebbe cambiare radicalmente il volto della rete distributiva.
Il precedente più significativo in quest’ambito è quello di Coop Centro Italia, confluita insieme a Unicoop Tirreno in un processo di riorganizzazione che ha portato a esuberi e chiusure intrascurabili, soprattutto tra Umbria e Toscana, dove decine di punti vendita sono finiti sotto revisione, con un impatto pesante soprattutto nella prima delle due, dove il sistema cooperativo aveva storicamente una posizione dominante.
Sembra dunque il tramonto di un equilibrio storico, infatti per decenni il modello cooperativo ha funzionato grazie a un equilibrio particolare fatto di forte radicamento territoriale, struttura mutualistica e un mercato relativamente protetto, facendo sì che in molte aree del Centro Italia le Coop operassero quasi in condizioni di oligopolio, contendendosi il mercato principalmente con Conad, ma l’arrivo dei discount, l’espansione di nuove catene e il cambiamento delle abitudini di consumo hanno incrinato quell’equilibrio, e, unitamente con la concorrenza sui prezzi, l’aumento dei costi energetici e logistici e la trasformazione della grande distribuzione, è divenuto sensibilmente più difficile sostenere strutture cooperative spesso complesse e burocratizzate. In parallelo poi sono aumentate anche le critiche alla governance, con sindacati e parte dei lavoratori che contestano da tempo una classe dirigente percepita come distante dai territori e poco capace di adattarsi alla nuova fase del mercato.
Nel frattempo Realco sembra ormai orientata verso una soluzione esterna, per cui NewPrinces sarebbe pronta a rilevare circa cento punti vendita, integrandoli con la rete derivata dall’acquisizione delle attività italiane di Carrefour Italia. Si tratta di un passaggio che fotografa bene il momento, dove da un lato ci sono cooperative storiche in difficoltà, e dall’altro gruppi più dinamici che puntano alla concentrazione e alla razionalizzazione della rete commerciale.
Intanto in questo scenario molti guardano proprio a Conad come possibile modello alternativo, essendo la differenza principale nella struttura, che infatti, pur sviluppandosi anch’essa come una cooperativa, mantiene una forte presenza di imprenditori locali direttamente coinvolti nella gestione dei negozi e una rete meno centralizzata, dove il singolo socio conserva margini decisionali più ampi e un rapporto diretto con il territorio.
Di certo dire che il modello cooperativo sia finito sarebbe prematuro, ma è ormai evidente che la stagione storica della cooperazione di consumo italiana sta attraversando una crisi identitaria oltre che economica. La domanda di fondo a questo punto è se queste realtà riusciranno a riformarsi mantenendo la propria natura mutualistica oppure se il mercato le spingerà verso modelli sempre più simili alla distribuzione tradizionale, e la risposta, quale che sia, non riguarda solo supermercati e bilanci, ma un pezzo importante della storia economica e sociale italiana.



