Un tesoro sotto i nostri piedi: quanto gas e petrolio ha davvero l’Italia
C’è una domanda che ognuno di noi dovrebbe farsi ogni volta che apre la bolletta del gas e gli viene il mal di pancia: ma davvero l’Italia non ha nulla da tirare fuori da casa propria? Davvero siamo condannati in eterno a comprare metano dagli algerini, dagli azeri e dai qatarini? La risposta, se uno si prende la briga di sfogliare i bollettini della Direzione Generale per la Sicurezza degli Approvvigionamenti, è no. Anzi, è un no piuttosto sonoro.
I numeri li pubblica ogni anno il Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica. Riserve di gas naturale certe e probabili: intorno ai 90 miliardi di metri cubi. Se ci si aggiungono le risorse possibili, in particolare quelle che dormono nei fondali dell’Alto Adriatico e nei giacimenti più profondi del Sud, si supera abbondantemente quota 350 miliardi. Visto che noi italiani consumiamo all’incirca 70 miliardi di metri cubi all’anno, sotto i piedi abbiamo diversi anni di autonomia. Anni. E intanto paghiamo, paghiamo, paghiamo.
Sul petrolio è la stessa storia. La Basilicata, terra che molti italiani conoscono soltanto per i Sassi di Matera, ospita i più grossi giacimenti onshore dell’Europa continentale. Val d’Agri, gestita da Eni, e Tempa Rossa, in mano a Total Energies: in mezzo a quei boschi della Lucania ci sono qualcosa come seicento milioni di barili stimati. Una ricchezza concreta, palpabile, che nelle casse dello Stato e nelle tasche dei lucani entra col contagocce. Estraiamo settantamila barili al giorno, quando ne consumiamo oltre un milione.
Qualcuno a questo punto si chiederà come abbiamo fatto ad arrivare qui. La risposta non è economica, non è tecnica, non è geologica. È ideologica, e basta. Per più di vent’anni il combinato disposto di un certo ambientalismo da salotto, dei grillini delle origini e di una sinistra perennemente impaurita di perdere voti più a sinistra ha trasformato ogni trivella in un mostro da inseguire col forcone. Il referendum del 2016, quello voluto dalle Regioni rosse contro le concessioni offshore, fortunatamente naufragato per mancato quorum, fu solo l’episodio più plateale. Poi il colpo di grazia: il PiTESAI, il Piano per la Transizione Energetica Sostenibile delle Aree Idonee, partorito dal governo Draghi nel 2022. Tradotto dal burocratese: niente trivelle quasi da nessuna parte, neanche dove si scava da quarant’anni senza che mai un pesce sia morto o una falda sia stata avvelenata.
Mentre noi facevamo gli ambientalisti col gas degli altri, la Norvegia continuava a estrarre senza farsi troppi problemi, alimentando quel fondo sovrano da oltre 1.700 miliardi di dollari che oggi le permette di pagarsi le pensioni fino ai nipoti. Gli americani con lo shale gas si sono trasformati nel primo esportatore mondiale. Persino i tedeschi, dopo lo schiaffone di Putin, sono tornati a scavare il carbone. Noi invece, appena Mosca ha chiuso il rubinetto, ci siamo precipitati a firmare contratti con regimi spesso peggiori del Cremlino. Pur di non riaprire una piattaforma a venti miglia da Pesaro.
Va detto, e onestamente: il governo Meloni qualcosa lo sta facendo. La revisione del PiTESAI, le nuove concessioni in Adriatico, il Piano Mattei per l’Africa, gli accordi col governo di Tripoli. Passi nella direzione giusta, finalmente. Però ogni volta che esce la notizia di una trivella in più partono puntuali i cortei, i ricorsi al Tar e gli editoriali indignati dei soliti quotidiani progressisti. Quelli che predicano la sobrietà energetica dalla scrivania climatizzata, magari dopo essere arrivati in redazione in Suv.
Detto fuori dai denti: il gas naturale resta la fonte fossile meno sporca che abbiamo e l’unico ponte serio verso un futuro davvero rinnovabile. Tenerlo sigillato sotto terra per poi comprarlo all’estero, dove lo cavano con regole ambientali al confronto delle nostre ridicole, non è ecologia. È ipocrisia camuffata da virtù. E la paghiamo noi, sempre noi, in bolletta.
Sfruttare quei giacimenti vorrebbe dire lavoro vero al Sud, royalties che finiscono allo Stato e non a uno sceicco, bollette più leggere, meno ricatti geopolitici. Vorrebbe dire, in una parola, sovranità. Quella roba che senza l’energia diventa soltanto uno slogan da bandiera tricolore agitata in piazza.
Il tesoro c’è. Le competenze pure, Eni la ammirano persino in Texas. Manca solo il fegato politico di dire basta ai veti ideologici e di tornare a pensare prima agli italiani. Perché un Paese che si vergogna delle proprie risorse non è un Paese virtuoso. È un Paese che ha smesso di credere in sé stesso.



