Silicon Box, al via l’accordo per il progetto che avrà 1,3 mld di aiuti
A Novara il polo per i semiconduttori: l’intervento prevede un investimento complessivo pari a 3,2 miliardi con 1.600 addetti diretti.
Alla fine la firma è arrivata, e con essa la certezza che a Novara nascerà uno dei progetti industriali più ambiziosi degli ultimi vent’anni in Italia. L’accordo tra il governo italiano e Silicon Box, la società singaporiana specializzata nell’assemblaggio avanzato di semiconduttori, è stato siglato nelle scorse ore al ministero delle Imprese e del Made in Italy. Sul piatto ci sono 1,3 miliardi di euro di aiuti pubblici, a fronte di un investimento complessivo dell’azienda che sfiora i 3,2 miliardi. Una cifra che, per dare un’idea, vale quasi quanto l’intera manovra annuale destinata a un ministero di medio peso.
Il sito scelto è quello di Agognate, alla periferia ovest del capoluogo piemontese, in un’area di circa 87 ettari che da anni attendeva una destinazione produttiva all’altezza delle sue dimensioni. L’impianto si occuperà di advanced packaging, la fase finale e ormai decisiva nella produzione dei chip: quella in cui i singoli componenti vengono integrati, impilati e collegati tra loro per dare vita ai processori che alimentano smartphone, automobili elettriche, server per l’intelligenza artificiale. Un anello della filiera che oggi è quasi totalmente concentrato in Asia, e che l’Europa sta cercando di riportare entro i propri confini con il Chips Act.
I numeri del progetto raccontano da soli la portata dell’operazione. Si parla di 1.600 addetti diretti, ai quali si stima si aggiungerà un indotto compreso tra i 4.000 e i 5.000 posti di lavoro tra fornitori, manutenzione, logistica e servizi. Per il Piemonte significa una boccata d’ossigeno notevole, in un territorio che negli ultimi anni ha visto più chiusure che aperture. Non a caso il presidente della Regione ha parlato di “giornata storica”, mentre il sindaco di Novara ha ammesso, con una certa franchezza, che “fino a sei mesi fa nessuno avrebbe scommesso un euro su un esito così rapido”.
Il pacchetto da 1,3 miliardi di sostegno pubblico arriva tramite il fondo per i microchip istituito nell’ambito del Chips Act europeo, lo strumento che Bruxelles ha messo in piedi per raddoppiare la quota europea sul mercato mondiale dei semiconduttori entro il 2030. Roma, dal canto suo, ha messo a disposizione una corsia preferenziale per le autorizzazioni, una scelta che dovrebbe consentire di avviare i lavori già nei primi mesi del 2027. L’apertura della fabbrica, secondo il cronoprogramma fornito da Silicon Box, è prevista per il 2028, con il pieno regime produttivo atteso per il 2030.
Non sono mancate, come prevedibile, alcune voci critiche. Diversi comitati locali hanno sollevato dubbi sull’impatto idrico ed energetico dello stabilimento – gli impianti di questo tipo consumano enormi quantità di acqua ultrapura e di elettricità – e qualche economista ha messo in guardia sul classico rischio degli aiuti di Stato a colossi internazionali: che cosa succede se, tra dieci anni, l’azienda decidesse di spostare altrove la produzione? Il ministero ha risposto inserendo nel contratto clausole di permanenza minima e penali in caso di delocalizzazione, ma il dibattito sul tema, nelle prossime settimane, è destinato a non spegnersi.
Sul fronte industriale, l’arrivo di Silicon Box rappresenta una svolta anche perché completa un disegno che il governo insegue da tempo. Con STMicroelectronics che produce wafer in Sicilia, Silicon Box che farà packaging in Piemonte e una serie di centri di ricerca distribuiti tra Lombardia ed Emilia, l’Italia si avvicina al traguardo di avere una filiera dei semiconduttori sostanzialmente integrata sul proprio territorio. Una prospettiva impensabile fino a tre o quattro anni fa, quando il dibattito pubblico sui chip si limitava perlopiù ai problemi di approvvigionamento delle case automobilistiche.
Resta da capire come Novara, città di poco più di centomila abitanti, riuscirà ad assorbire un impatto demografico di queste proporzioni. Si stima che, tra dipendenti diretti e famiglie, possano arrivare nell’area fino a 5.000 nuovi residenti nell’arco di cinque anni. Il Comune ha già avviato un tavolo con Regione e governo per affrontare i nodi delle abitazioni, dei trasporti pubblici e delle scuole. Perché un investimento di questa portata, come ricordava ieri un funzionario del Mimit, “non è solo una fabbrica: è una piccola rivoluzione urbana”.
E in fondo è proprio questo, al di là delle cifre, il senso dell’accordo firmato in queste ore. Per la prima volta da molto tempo, una pianura piemontese tornerà a essere percepita non come periferia di un’Italia industriale in declino, ma come uno dei nodi di quella nuova mappa europea dei chip che a Bruxelles, fino a poco fa, sembrava un sogno.



