L’Europa ha spalancato le porte: e adesso la Tunisia produrrà più olio d’oliva dell’Italia?

L’olio di oliva per noi italiani indubbiamenteassume un valore speciale. È memoria, è famiglia, è la nonna che versa “un filo d’olio buono” sulla bruschetta ancora calda. È paesaggio: ulivi secolari che disegnano le colline pugliesi, toscane, umbre. Per questo l’idea che la Tunisia possa produrre più olio dell’Italia non è soltanto un dato economico. È quasi uno shock identitario.
Eppure i numeri raccontano una storia che non si può ignorare.
Negli ultimi anni l’Unione europea ha ampliato le quote di importazione di olio d’oliva tunisino a dazio zero. Una scelta con forti motivazioni politiche ed economiche: sostenere un Paese strategico per la stabilità del Nord Africa, rafforzarne l’economia e creare opportunità di sviluppo. Una decisione cheha avuto , ovviamente, effetti concreti sul mercato.
La Tunisia non è un piccolo produttore emergente. È da sempre una grande terra di ulivi. Oltre 80 milioni di alberi coprono il suo territorio, molti dei quali coltivati in grandi estensioni. Negli anni di raccolto favorevole, la produzione tunisina ha superato le 300 mila tonnellate, arrivando in alcune stagioni a sfiorare o oltrepassare quella italiana. E mentre Tunisi cresce, l’Italia fatica.
Le difficoltà italiane hanno nomi e volti. Si chiamano Xylella, siccità, gelate improvvise. In Puglia, intere distese di ulivi secolari sono state divorate dal batterio che ha cambiato per sempre il paesaggio. Chi vive in quelle zone non parla solo di perdita economica, ma di ferita culturale. Gli alberi abbattuti non erano semplici piante: erano simboli, erano storia.
A questo si aggiungono i cambiamenti climatici, sempre più aggressivi, e un sistema produttivo frammentato. L’Italia è fatta di migliaia di piccoli produttori, spesso a conduzione familiare. È una ricchezza straordinaria in termini di qualità e biodiversità, ma diventa una fragilità quando si tratta di competere sui volumi e sui costi. I costi del lavoro sono più alti, gli impianti spesso meno moderni rispetto a quelli superintensivi che si stanno diffondendo altrove.
La Tunisia, invece, ha investito. Ha modernizzato frantoi, migliorato tecniche di raccolta, puntato sulla qualità oltre che sulla quantità. Il costo del lavoro più basso e le grandi superfici coltivate consentono una produzione competitiva. E non si tratta più solo di olio sfuso venduto all’estero: negli ultimi anni il prodotto tunisino ha ottenuto premi internazionali, conquistando credibilità nei mercati più esigenti.
Naturalmente, il confronto non è così semplice. L’Italia resta un gigante nella trasformazione e nel confezionamento. Molto olio prodotto in altri Paesi viene imbottigliato e commercializzato da aziende italiane, che mantengono una forte presenza globale. Il marchio “italiano” continua ad avere un fascino e un valore straordinari. Ma il dato simbolico resta: produrre meno di un Paese che per decenni è stato considerato “secondario” nel racconto mediatico europeo colpisce l’opinione pubblica.
La questione, però, non dovrebbe essere letta come una gara tra bandiere. Il Mediterraneo è da sempre una rete di scambi, non un campo di battaglia. Se la Tunisia cresce, cresce anche grazie a una domanda europea che ha bisogno di prodotto. E se l’Italia produce meno, non è per colpa di qualcuno che “ruba spazio”, ma per problemi strutturali.
Forse la vera domanda non è: “Come fermiamo la Tunisia?”. Ma piuttosto: “Come rilanciamo l’Italia?”.
Investire in nuovi impianti, sostenere la ricerca su varietà resistenti, favorire l’aggregazione tra produttori, semplificare la burocrazia. Non è semplice, ma è necessario. L’Italia potrà continuare ad essere un punto di riferimento mondiale se saprà unire tradizione e innovazione. Perché il futuro dell’olio italiano non può basarsi solo sul passato glorioso.
Dall’altra parte, anche la Tunisia dovrà affrontare le sue sfide: la dipendenza dal clima, le oscillazioni dei mercati, la necessità di costruire una reputazione stabile nel tempo. Superare l’Italia nei volumi è un traguardo importante, ma non garantisce automaticamente prestigio o leadership commerciale.




