Draghi e il futuro che l’Europa rischia di perdere: la sfida dell’AI come resa dei conti
Al Politecnico di Milano, davanti a studenti che rappresentano il futuro tecnologico europeo, Mario Draghi ha pronunciato uno dei suoi discorsi più netti sulla traiettoria del continente. Non ha usato mezzi termini: «Se non colmiamo questo divario e non adotteremo queste tecnologie su larga scala, l’Europa rischia un futuro di stagnazione, con tutte le sue conseguenze».
Il riferimento è all’intelligenza artificiale, ma la diagnosi è più profonda. Draghi ha messo a nudo un paradosso che l’Europa fatica ad ammettere: un continente che per due secoli ha guidato la rivoluzione industriale e tecnologica oggi si trova a rincorrere, impantanato in una rete di regolamentazioni che trasformano ogni innovazione in un percorso a ostacoli. E mentre l’ex premier parla agli studenti del Politecnico, i numeri raccontano una storia brutale: nel 2024 gli Stati Uniti hanno prodotto 40 grandi modelli fondamentali di AI, la Cina 15, l’Unione Europea appena 3.
Il ritardo che diventa abisso
«Negli ultimi vent’anni siamo passati dall’essere un continente che accoglieva le nuove tecnologie, riducendo il divario con gli Stati Uniti, a uno che ha progressivamente eretto barriere all’innovazione e alla sua adozione», ha spiegato Draghi. Il dato sulla produttività è implacabile: durante la prima fase della rivoluzione digitale, la crescita della produttività europea è scesa a circa la metà del ritmo statunitense, e «quasi tutta la divergenza è emersa dal settore tecnologico». Ora, con l’AI, lo schema si ripete.
Il divario non è solo nei modelli fondamentali. Tra il 2013 e il 2023, gli investimenti privati europei nell’intelligenza artificiale sono stati 20 miliardi di dollari, contro i 330 miliardi degli Stati Uniti e i 100 della Cina. L’Europa produce ricerca di qualità – le università europee «eguagliano il volume della ricerca statunitense in molti settori» – ma non riesce a trasformarla in valore economico. Il problema, ha sottolineato Draghi, è nella fase successiva: «Molte idee europee nascono nei laboratori, ma crescono altrove». Oggi quasi due terzi delle startup europee si espandono negli Stati Uniti già nella fase pre-avviamento, rispetto a circa un terzo di cinque anni fa.
Le aziende europee che provano a competere – Mistral AI, Aleph Alpha – faticano contro i giganti americani (Google, Meta, Microsoft, Amazon) e cinesi (Baidu, Alibaba, Tencent, Huawei), che hanno capacità finanziarie e tecnologiche schiaccianti. Negli ultimi dieci anni, i big tecnologici USA hanno registrato utili pari al PIL dell’Italia.
L’Europa inceppata: quando le regole diventano gabbie
«L’Europa si è inceppata», ha dichiarato Draghi senza giri di parole. Il problema è strutturale: «Una politica efficace in condizioni di incertezza richiede di rivedere le ipotesi e adeguare rapidamente le regole man mano che emergono evidenze concrete sui rischi e i benefici». Invece, «abbiamo trattato valutazioni iniziali e provvisorie come se fossero dottrina consolidata, inserendole in leggi estremamente difficili da modificare».
Il riferimento implicito è chiaro: il GDPR, l’AI Act, la frammentazione normativa tra i 27 stati membri. Zuckerberg e Daniel Ek (CEO di Spotify) hanno scritto sull’Economist che la regolamentazione europea «sta ostacolando l’innovazione e scoraggiando gli sviluppatori». Apple Intelligence non arriverà sugli iPhone europei proprio a causa delle complessità normative. Non a caso, Christine Lagarde – presidente della BCE – ha avvertito pochi giorni prima del discorso di Draghi che un ritardo nell’adozione dell’AI potrebbe «compromettere» il futuro del continente.
Draghi ha chiamato in causa «gli interessi costituiti che si oppongono» al cambiamento. Non ha fatto nomi, ma il messaggio è chiaro: l’Europa deve scegliere se proteggere le rendite di posizione o costruire il futuro. «Alcune delle regole che ci siamo dati ostacolano la fase che segue l’innovazione, soprattutto per le imprese giovani che non hanno risorse per navigare complessità giuridiche e mercati frammentati».
L’illusione della ricchezza senza crescita
L’ex premier ha smontato quella che ha definito un’«illusione seducente»: l’idea che la crescita economica sia meno essenziale una volta raggiunto un alto livello di sviluppo. «Questo non è vero in generale e in particolare per i Paesi che si trascinano un alto livello di debito». Per l’Italia – ma il discorso vale per mezza Europa – ciò che conta «è la dimensione complessiva dell’economia». Se l’economia smette di crescere mentre gli interessi continuano a maturare, «il rapporto tra debito e prodotto aumenterà fino a diventare insostenibile».
E qui Draghi ha tracciato lo scenario più drammatico: «A quel punto i governi saranno costretti a scelte dolorose tra le loro ambizioni fondamentali, tra pensioni e difesa, tra preservare il modello sociale e finanziare la transizione verde». È una prospettiva che l’Europa fatica a metabolizzare, abituata a decenni di welfare generoso sostenuto da una crescita che ora non c’è più.
I numeri demografici rendono tutto più urgente: «Le nostre popolazioni stanno invecchiando e gran parte delle infrastrutture fisiche risale a decenni fa. Come mostrò il premio Nobel Robert Solow, una volta raggiunto questo stadio di sviluppo la crescita dipende in misura schiacciante dalla produttività, che in pratica significa nuove tecnologie». Se l’Unione Europea mantenesse il tasso medio di crescita della produttività dell’ultimo decennio, «tra 25 anni l’economia avrebbe, di fatto, la stessa dimensione di oggi».
L’AI come opportunità (se l’Europa si muove)
Eppure Draghi non è apocalittico. L’intelligenza artificiale «può essere solo uno strumento, ma ciò che la rende eccezionale è la sua capacità di diffondersi nell’economia in tempi molto più rapidi rispetto alle precedenti rivoluzioni tecnologiche». Se l’Europa riuscisse ad adottarla su larga scala, le prospettive potrebbero cambiare radicalmente.
L’ex presidente della BCE ha citato dati concreti: se l’Europa seguisse lo sviluppo del digitale come negli Stati Uniti, «potrebbe esserci una spinta di poco meno dello 0,8% annuo». Se invece raggiungesse i livelli dell’elettrificazione degli anni Venti del secolo scorso, «la crescita potrebbe essere superiore dell’1% all’anno». Si tratterebbe dell’«accelerazione più significativa che l’Europa ha visto da decenni».
Draghi ha anche affrontato il tema delle disuguaglianze, spesso trascurato nel dibattito sull’AI. Citando studi statunitensi, ha spiegato che «strumenti di triage e gestione dei flussi» basati sull’AI «hanno ridotto i tempi di attesa in pronto soccorso di circa il 50%». Sul fronte dell’istruzione, «i sistemi di tutoraggio personalizzato possono adattarsi al ritmo e alle esigenze di ogni studente, offrendo in linea di principio a ogni bambino un accesso a un’istruzione di alta qualità».
Ma ha anche messo in guardia: «La velocità e l’ampiezza della sostituzione del lavoro non sono determinate solo dalla tecnologia, ma dalle politiche che vengono attuate dai governi». Dipenderà dalle scelte politiche «se la prosperità creata con l’uso dell’IA verrà condivisa con tutti i lavoratori oppure, come sta avvenendo attualmente, affluirà solo ad alcuni».
L’appello ai giovani: cambiare la politica con i fatti
Draghi ha chiuso con un appello diretto agli studenti del Politecnico: «Dovete pretendere di avere le stesse condizioni che permettono ai vostri coetanei di avere successo in altre parti del mondo». Non ha chiesto loro di restare necessariamente in Italia o in Europa – «la tecnologia è globale e il talento va dove ha le migliori opportunità» – ma di «combattere gli interessi costituiti che vi opprimono».
«I vostri successi cambieranno la politica più di qualunque discorso o rapporto e costringeranno regole e istituzioni a cambiare», ha affermato. È un ribaltamento della logica tradizionale: non aspettare che la politica crei le condizioni, ma creare i fatti compiuti che costringeranno la politica a seguire. «Siete già stati formati da una società che ha investito in voi – ha ricordato – questo è un debito di gratitudine che tutti portiamo con noi». Ripagarlo non significa restare, ma «rendere il vostro Paese e il vostro continente un luogo in cui l’innovazione possa prosperare di nuovo».
Il discorso di Draghi al Politecnico è molto più di un’analisi economica. È un atto d’accusa verso un’Europa che ha scambiato la precauzione per prudenza e la regolamentazione per protezione, finendo per costruire una fortezza che tiene fuori l’innovazione insieme ai rischi. La domanda che resta è se l’Europa sia ancora in tempo per cambiare rotta, o se la stagnazione che Draghi paventa sia già scritta nei numeri di oggi.




