Nuova Caledonia e geopolitica dei metalli critici

Minerale critico e fondamentale nella transizione ecologica e digitale, il prezzo del nichel attraversa una forte instabilità. Mentre la Nuova Caledonia vive un momento di alta tensione politica, l’arcipelago rappresenta il 5,6% della produzione mondiale di nichel, 20% del suo PIL e 90% delle esportazioni. Questo può giustificare l’attuale depressione del mercato? Cerchiamo di capire quale sia, in generale, stato attuale della geopolitica del nichel.
Gli osservatori si chiedono se i recenti disordini in Nuova Caledonia siano collegati alla congiuntura osservata per il mercato del nichel. La filiera mondiale del nichel è oggi paradossalmente fragile. Il nichel viene considerato, così come il litio e il rame, uno dei metalli principi della transizione ecologica. Se oggi viene principalmente utilizzato nelle leghe e nell’acciaio inossidabile, il settore delle tecnologie a basso indice di carbonio e soprattutto quello delle batterie acquisiscono sempre più importanza nell’utilizzo di questo metallo.
Il nickel rappresenta la N delle batterie a ioni di litio o NMC (nichel, magnesio, cobalto). Per il 2040 si stima che il fabbisogno possa aumentare del 75% passando da 3,6 milioni di tonnellate a 6,6, rappresentando le tecnologie a basso carbonio più del 50% degli usi per quell’epoca. Con queste proiezioni i prezzi dovrebbero tendere al rialzo e al consolidamento, ma la volatilità dei corsi del nichel non si smentisce. Al London Metal Exchange (LME), una delle principali borse mondiali per il nichel, i corsi avevano guadagnato il 40% nel 2021 e 2022, prima di perdere 17% nel 2023 come media annua. L’anno peggiore è per ora il 2023, passando da 28.000 dollari per tonnellata nel gennaio 2023 a 16.100 dollari nel gennaio 2024, ossia un calo del 43%. Da febbraio le quotazioni sono leggermente risalite per via delle sanzioni imposte da Stati Uniti e Inghilterra sui metalli provenienti dalla Russia, che rappresentano il 5,5% della produzione mondiale. Ma siamo ancora molto lontani dai picchi toccati in passato da questo importante metallo, essenziale alla transizione ecologica. Nel maggio del 2007, alla vigilia della crisi finanziaria mondiale, il prezzo del nichel aveva raggiunto i 52.000 dollari per tonnellata in media mensile, ossia tre volte il valore attuale.
Gli esperti pensano che questa crisi dei corsi arrivi dalla congiuntura osservata presso i produttori mondiali. Nel 2023 sono usciti dalle principali miniere locali 3,6 milioni di tonnellate di minerali di nichel, ossia il 10% in più rispetto all’anno precedente. La produzione del primo produttore mondiale è aumentata del 14% rispetto allo scorso anno, cosa che ha accelerato la caduta dei prezzi. L’Indonesia rappresenta oggi quasi il 50% della produzione mineraria mondiale, contro il 30% nel 2019. Seguono le Filippine (11%), la Nuova Caledonia (5,6%), la Russia (5,5%) e il Canada (5%). E l’Agenzia Mondiale per l’Energia (AIE) stima che per il 2030 il gruppo formato da Indonesia, Filippine e Nuova Caledonia potrebbe rappresentare il 75% della produzione mineraria internazionale. In questo contesto, la filiera nichel in Nuova Caledonia deve far fronte a una forte concorrenza. Nonostante 5,6% delle riserve mondiali è una produzione che è aumentata negli ultimi anni, la Nuova Caledonia subisce in pieno le politiche osservate presso i primi produttori mondiali (aumento della produzione, risalita della filiera), ma anche l’aumento dei prezzi dell’energia registrati nel 2022. Inoltre, la maggior parte dei gruppi presenti sul suo territorio sono pesantemente indebitati e, in questo ultimo importante periodo, non hanno investito sufficiente. Il gruppo francese Eramet e la sua filiale Societé le Nickel (SLN) hanno registrato un calo di produzione e di vendite. È il primo datore di lavoro locale. Gli altri stabilimenti dell’arcipelago conoscono difficoltà ancora maggiori: la Koniambo Nickel SAS (KNS) è ferma in seguito alla partenza della società Giencore e malgrado l’appoggio importante dello Stato francese, anche lo stabilimento di Prony è sull’orlo del fallimento.
Il nichel è però un vero e proprio eldorado per l’arcipelago. La filiera rappresenta tra il 20 e 25% dei posti di lavoro privati e contribuisce sostanzialmente al PIL dell’economia locale sia in modo diretto che indiretto (il 20% circa). La crisi del nichel in Nuova Caledonia è il sintomo di una sorta di maledizione sulle risorse del Paese e soprattutto della mancanza di diversificazione delle attività dell’arcipelago. La dipendenza dal nichel che assicura il 90% delle esportazioni dell’arcipelago è una benedizione quando il valore dei corsi è ai massimi, ma una era dannazione quando questo precipita.
Il possesso di una risorsa naturale è stato considerato, nel passato, come una ricchezza, vettore di potenza, per le economie. Le materie prime hanno spianato la strada al dominio dell’Inghilterra nel XIX secolo e degli Stati Uniti nel XIX e i vari conflitti osservati attraverso il globo hanno definitivamente presentato il loro natura strategica. Oggi, il posizionamento della Cina sul segmento della raffinazione dei metalli importanti nella transizione ecologica va nella stessa direzione. Tuttavia, per alcuni Paesi produttori la cui posizione si trova piuttosto a monte nella filiera mineraria (miniera) in quanto a importanza, possedere una materia prima non è per forza sinonimo di sviluppo. Il concetto di malattia olandese (Dutch Desease) è comparso nel 1977 in un articolo di The Economist alludendo all’economia olandese, in seguito alla scoperta del 1959 giacimenti di gas e del loro sfruttamento dieci anni dopo. La malattia olandese può essere considerata come una delle componenti economiche di un concetto molto più ampio di “maledizione delle risorse” sviluppato all’inizio degli anni ’90. Con le esigenze nate dalla transizione ecologica si pone la questione di una maledizione sulle risorse necessarie a questa transizione. In effetti siamo in un decennio fatto di incertezze: incertezza sulla velocità dello sviluppo delle tecnologie a basso impatto di carbonio, incertezza geopolitica per tutti i conflitti in atto, importante incertezza economica con il rischio di frammentazione degli spazi economici. In questo contesto, la comprensione degli investimenti è difficile e stimare il fabbisogno rimane un azzardo. I Paesi produttori hanno oggi la tentazione di raggrupparsi in cartelli per tentare di controllare i prezzi. I BRICS (Brasile, Russia, India, Cina e Africa del Sud) sono così diventati lo scorso gennaio BRICS+, con l’entrata dell’Arabia Saudita, dell’Iran, degli Emirati Arabi Uniti, dell’Egitto e dell’Etiopia. Occupano oggi una posizione di rilievo sia nella produzione che nelle riserve mondiali di alcuni metalli critici come i platinoidi, le terre rare e il rame. Oltre alle loro riserve, la posizione dominante del gruppo si afferma per la loro politica comune sulla restrizione delle esportazioni per i metalli strategici.
I mercati delle materie prime, ciclici per natura, amplificano così i disordini mondiali, perché sono alla base dell’omonima mondiale e delle principali dinamiche nella transizione (ecologica e digitale) attuale.





