Grazia Deledda, dalla Sardegna al Nobel: una voce ancora contemporanea

Quando Grazia Deledda cominciò a scrivere, difficilmente qualcuno avrebbe potuto immaginare dove sarebbero arrivate le sue storie. Era una ragazza cresciuta nella Nuoro di fine Ottocento, aveva frequentato la scuola soltanto fino alla quarta elementare e viveva in una realtà in cui per una donna immaginare una carriera letteraria era tutt’altro che scontato. Eppure, qualche decennio più tardi, quella stessa ragazza avrebbe portato la Sardegna fino a Stoccolma, diventando la seconda donna nella storia a ricevere il premio Nobel per la Letteratura e, ancora oggi, l’unica italiana.
A un secolo da quel riconoscimento, il 25 e 26 settembre l’Università di Cambridge dedica alla scrittrice il convegno internazionale “Grazia Deledda’s Waves: Networks, Memories and Legacies 100 Years After the Nobel Prize”: un’occasione per tornare non solo sul suo posto nella storia della letteratura, ma anche sulla sorprendente attualità delle sue opere.
Deledda nasce a Nuoro nel 1871 e, terminata la breve istruzione scolastica allora considerata sufficiente per una ragazza, prosegue la propria formazione privatamente. Legge, osserva, soprattutto ascolta. Nella casa paterna passano amici e conoscenti provenienti dai paesi circostanti: storie, caratteri e destini che la giovane grazia assorbe e che finiranno, trasformati dalla letteratura, nei suoi romanzi. I suoi primi racconti li pubblica quando era ancora un’adolescente.
La Sardegna diventa così molto più di un semplice sfondo per le due opere. È quasi un personaggio, una terra aspra e attraversata da regole sociali, religione, superstizioni, desideri repressi e legami familiari. Da “Elias Portolu” a “Cenere”, da “La madre” a “Canne al vento”, i suoi personaggi combattono continuamente contro qualcosa che sembra più forte di loro: il destino, la colpa, le convenzioni e la propria coscienza. È qui che l’esperienza personale incontra la letteratura. Deledda conosce quel mondo dall’interno, ma riesce a renderlo universale. Anche quando nel 1900 lascia la Sardegna, dopo il matrimonio con Palmiro Madesani, e si trasferisce a Roma, l’isola rimane viva nella sua scrittura. In “Cosima”, romanzo autobiografico pubblicato postumo, tornerà proprio agli anni della formazione e ala nascita della propria vocazione letteraria.
Nel 1926 arriva il riconoscimento più importante. L’Accademia svedese le assegna il Nobel per una scrittura capace di rappresentare con forza la vita della sua isola e, allo stesso tempo, di affrontare con profondità problemi umani universali. Che quel Nobel sia andato proprio a lei consegna ancora oggi un significato particolare, perché Deledda era una donna nata nella Sardegna ottocentesca, con un’istruzione scolastica limitata, riuscita ad affermarsi in un ambiente culturale quasi interamente maschile. Prima di lei, soltanto Selma Lagerlöf aveva ricevuto il Nobel per la Letteratura.
Ridurre Deledda a questo primato, però, significherebbe perdere la parte più interessante dela sua eredità. Le domande poste dai suoi romanzi non appartengono soltanto al mondo in cui furono scritte. Quanto siamo davvero liberi di scegliere? Quanto pesano il luogo in cui nasciamo, la famiglia, le aspettative degli altri? E quanto costa provare a sottrarsi al destino che sembra essere stato deciso per noi?
Le sue “canne al vento” sono esseri umani fragili, piegati da forze che spesso non possono controllare. Ma continuano, nonostante tutto, a resistere. Ed è proprio in questa fragilità così profondamente umana che, cento anni dopo il Nobel, la letteratura di Grazia Deledda continua a parlarci.



