Dove sono le registe? Venezia 83 riapre il dibattito sulle donne dietro la macchina da presa

L’83esima Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia si è aperta portando con sé, oltre ai film e alle star sul red carpet, una domanda che il cinema si pone ormai da anni senza essere ancora riuscito a trovare una risposta soddisfacente: dove sono le donne dietro la macchina da presa?
A riportare la questione al centro del dibattito è stata Maggie Gyllenhaal, presidente della giuria internazionale di Venezia 83. Durante la conferenza stampa inaugurale, alla domanda sulla scarsa presenza di registe nella competizione principale, l’attrice e cineasta americana ha risposto inizialmente con una provocazione: “Credo che sia finalmente diventato chiaro che gli uomini fanno film migliori delle donne”. Poi, abbandonata l’ironia, ha definito la situazione un “problema sistemico”. I numeri della Mostra sembrano rendere inevitabile la domanda. Dei 21 film in concorso per il Leone d’Oro, soltanto due sono diretti o co-diretti da donne: “Woman Unknown” della danese May el-Toukhy e “NAZA”, firmato da Yuval Abraham insieme a Rachel Szor. Lo scorso anno le registe in gara erano sei.
Il direttore artistico della Mostra Alberto Barbera ha respinto l’ipotesi di un pregiudizio nella selezione, sottolineando che l’unico criterio adottato è quello della qualità. Gyllenhaal ha però spostato il problema ancora più indietro: prima che un film possa essere selezionato a Venezia deve avere la possibilità di esistere.
Il problema comincia prima dei festival
“Penso sia molto più difficile per le donne rispetto agli uomini ottenere finanziamenti per i loro film”, ha spiegato Gyllenhaal. Una considerazione che porta il dibattito fuori dal Lido e dentro l’industria cinematografica.
I dati europei confermano che la distanza è ancora ampia. Secondo l’Osservatorio europeo dell’audiovisivo, tra il 2020 e il 2024 le donne hanno rappresentato appena il 27% dei professionisti attivi nella regia dei lungometraggi europei. La crescita, inoltre, procede lentamente: considerando complessivamente le principali professioni cinematografiche dietro la macchina da presa, nell’ultimo decennio la presenza femminile è aumentata mediamente di meno di un punto percentuale all’anno. In Italia il divario appare ancora più evidente. Secondo i dati sul cinema e sull’audiovisivo relativi al 2025, pubblicati il 3 settembre dalla Direzione generale Cinema e audiovisivo del Ministero della Cultura, soltanto il 18% dei registi di film di finzione e documentari è donna. Un dato persino inferiore al 20% registrato nel 2024.
Anche Venezia racconta però una situazione più complessa di quella restituita dal semplice numero di film in concorso. Un’analisi di Women in Film, Television & Media Italia mostra che nel 2026 il 25,8% dei lungometraggi iscritti alla Mostra era diretto da donne, una percentuale sostanzialmente in linea con gli anni precedenti. Nella selezione complessiva, invece, la quota delle opere a regia femminile è passata dal 36,7% del 2025 al 26,9% di quest’anno.
Non si tratta quindi soltanto di chiedersi quante donne vengano premiate. Prima del red carpet ci sono finanziamenti da ottenere, produzioni da convincere e carriere da costruire. E soprattutto c’è la possibilità di sbagliare: perché la vera parità passa anche dal diritto di realizzare un film mediocre senza che quell’insuccesso diventi una conferma dei limiti delle registe in quanto donne.
Chi racconta le storie costruisce l’immaginario
La questione assume un peso ancora maggiore se si considera il ruolo culturale del cinema. Per oltre un secolo i film non si sono limitati a intrattenere: hanno contribuito a costruire modelli di amore, famiglia, successo, bellezza, maternità, sessualità e potere. Hanno raccontato alle generazioni come guardare il mondo e, inevitabilmente, anche come guardare le donne.
Per questo la presenza femminile dietro la macchina da presa non può essere ridotta a una semplice questione numerica. Non significa sostenere che esista uno “sguardo femminile” unico, né che una donna debba necessariamente raccontare personaggi femminili meglio di un uomo. Significa ampliare il numero e la varietà delle persone che hanno accesso agli strumenti attraverso cui viene costruito l’immaginario collettivo. È proprio su questo punto che Gyllenhaal ha posto forse la domanda più interessante della conferenza veneziana: è possibile che le storie raccontate dalle donne, proprio perché nate da esperienze differenti, non vengano sempre considerate “alta arte”? E soprattutto: chi decide cosa abbia valore?
Negli ultimi anni qualcosa è indubbiamente cambiato. Registe come Chloé Zhao, Jane Campion, Justine Triet, Julia Ducournau e Audrey Diwan hanno conquistato alcuni dei riconoscimenti più prestigiosi del cinema internazionale, e la stessa Mostra di Venezia ha contribuito a questo cambiamento premiando più volte opere firmate da donne. Ma il successo di alcune grandi autrici dimostra che una barriera può essere attraversata, non necessariamente che abbia smesso di esistere.
Per molto tempo il dibattito sulla presenza femminile nel cinema si è concentrato soprattutto su quante e quali donne comparissero davanti alla macchina da presa. Oggi quella domanda non basta più. Una cultura realmente plurale non può limitarsi a mostrare più donne: deve permettere a più donne di diventare autrici delle immagini attraverso cui quella cultura racconta se stessa.
L’argomento sollevato a Venezia 83 supera allora i confini della Mostra. Se il cinema contribuisce a decidere quali storie meritino di essere raccontate e quali esperienze entrino nell’immaginario collettivo, domandarsi chi abbia il potere di raccontarle non significa pretendere che un film venga scelto o premiato perché diretto da una donna: significa chiedersi se uomini e donne abbiano davvero avuto le stesse possibilità di arrivare fino a quella selezione.



