La carne , il luogo in cui si abita
La carne è il luogo dove abita l’uomo, ed è per questo che da sempre la teologia, la letteratura e la filosofia ne parlano con rispetto e con paura insieme, perché la carne è fragile e insieme è sacra. La parola stessa del Vangelo dice che il Verbo si è fatto carne ed è venuto ad abitare in mezzo a noi, e questo significa che Dio ha scelto di avere un corpo umano, di soffrire la fame, il freddo, la stanchezza e anche il dolore più grande della croce. Il martirio di Gesù e la Passione di Cristo raccontano proprio questo: un corpo che viene ferito, che viene schernito, che viene inchiodato, ma che non perde la sua dignità, perché anche nella sofferenza la carne di Cristo diventa segno. Da quel sacrificio nasce l’Eucarestia, dove ogni volta il pane e il vino diventano il corpo e il sangue di Cristo, e si tocca con la bocca e con le mani quella carne che si è fatta dono.
E se si pensa a Santa Caterina da Siena, si trova un altro modo di parlare della carne: lei ha fatto digiuni lunghissimi, fino a prosciugare il suo corpo, non per odiarlo, ma per mostrarlo come strumento di preghiera e di unione con Dio, perché anche quando la carne si fa debole, anche quando dimagrisce e soffre, essa parla e dice la forza dello spirito che la abita. Allora si capisce che la carne non è solo materia, ma è storia, è memoria, è preghiera.
Passando alla letteratura e al cinema, si trovano autori che hanno raccontato la carne in modo duro e diretto, come David Cronenberg nel film Il pasto nudo, dove il corpo viene mostrato nella sua fragilità, nella sua trasformazione, nella sua capacità di soffrire e di cambiare. Cronenberg mette davanti immagini che fanno paura, ma che servono a ricordare che il corpo non è invincibile e che va trattato con cura, perché ogni ferita sulla carne è una ferita sulla persona intera.
E qui entra anche la bioetica, che oggi si chiede qual è la differenza tra la carne umana e la carne animale. La carne animale viene usata, viene mangiata, viene trasformata in cibo e in oggetti, e questo fa parte della vita dell’uomo; ma la carne umana è diversa, perché porta un nome, porta un volto, porta una storia e dei sentimenti, e non può essere ridotta a merce o a oggetto da guardare e commentare.
Proprio su questo si basa il romanzo Noi bei pezzi di carne di Brown, pubblicato da Sellerio, che racconta un piccolo paese del sud dove fa caldo, le strade sono strette, le case sono basse e tutti si conoscono. In quel paese le ragazze crescono imparando che il loro corpo viene chiamato carne e viene giudicato e commentato da tutti, come se non fosse loro ma di tutti. Le protagoniste, all’inizio, subiscono in silenzio; poi iniziano a parlarsi e scoprono l’amicizia, e capiscono che insieme possono dire no e possono chiedere rispetto.
Nel libro c’è una frase che dice che noi pensiamo che la nostra carne sia invincibile, e invece tutti noi speriamo di trovare qualcuno che la sfiori senza ferirci. E questa frase è un elogio alla carne, perché dice che la carne vuole contatto, vuole affetto, vuole mani che non fanno male, vuole sguardi che non giudicano, e vuole amore. E quindi fare un elogio alla carne significa dire che il corpo non è da nascondere, e neanche da esporre come una cosa, ma è da rispettare, perché è il posto dove viviamo, è il posto dove ridiamo, dove piangiamo, dove combattiamo.
E la differenza con la carne animale è proprio questa: che la carne umana non si mangia, non si usa, non si consuma, ma si incontra, si ascolta, si protegge. La teologia lo insegna con Cristo, la letteratura lo racconta con Brown, il cinema lo mostra con Cronenberg, e le sante lo testimoniano con il loro digiuno.
E alla fine si capisce una cosa sola: che il corpo non deve tornare indietro pulito e senza segni, perché tornare indietro uguale a come si è arrivati è uno spreco, e le cicatrici non sono da nascondere: sono la prova che si è vissuto, che si è lottato, che si è amato. E anche se tutti speriamo che chi ci tocca non ci graffi, dobbiamo avere il coraggio di lasciare la terra con la nostra carne segnata, perché solo così si può dire di aver vissuto davvero.
Per Pasolini il problema non era il sesso, il problema era il consumismo. Negli anni del boom vedeva l’Italia trasformarsi, e con lei anche i corpi: da luoghi di relazione a merce da consumare. Il corpo perde la sacralità. Prima apparteneva ad amore, famiglia, rito, dolore; con la logica del consumo viene svuotato e ridotto a materia: carne da macello, pezzi intercambiabili da prendere quando servono e da scartare dopo l’uso.
Pasolini odiava l’omologazione, e diceva che il sesso svuotato d’amore rende tutti uguali: niente storia, niente nome, niente sguardo, resta solo la funzione. E una funzione non ama, una funzione si usa. Parlava di una vera “mutazione antropologica”: l’uomo nuovo del benessere ha desideri, ma non ha più profondità; ha corpi che devono piacere, ma non devono pensare.
Per questo, dopo un incontro senza incontro, si resta più soli: si dà il corpo, ma si nasconde la persona. Questo è il senso di tanti suoi scritti e film: nel sesso senza sentimento il corpo smette di essere luogo di incontro e diventa carne — carne nel senso più crudo, materia che serve a un piacere immediato e poi si scarta. Non c’è dono, non c’è riconoscimento, c’è solo uso. E quando ci si riduce a carne, si finisce a sentire carne dentro: vuoto.




