Premio Strega 2026: un’edizione all’insegna del romanzo
Il Premio Strega, trascorsi ormai ottant’anni dalla sua prima edizione, entra adesso nel vivo di questa annualità 2026, con la dozzina di finalisti ormai presentata da più di un mese.
L’immagine che questa edizione immortala risulta particolarmente vivida e luminosa e restituisce uno stato di salute della narrativa italiano particolarmente buono. Da notare un ritorno al romanzo, particolare attenzione alla memoria collettiva e meno spazio invece per l’autobiografia che ha caratterizzato le passate edizioni, basti pensare a L’avversario, libro di Alessandro Bajani, vincitore del ’25.

La dozzina finalista, selezionata dal comitato direttivo guidato da Melania G. Mazzucco ha unito nomi di autori emergenti e mostri sacri della narrativa nostrana, rendendo la competizione particolarmente interessante.
Tra i titoli più osservati c’è Donnaregina di Teresa Ciabatti, proposto da Roberto Saviano, romanzo che si muove nei territori liminali del potere criminale e dei rapporti familiari con uno stile particolarmenre inquieto che ha reso l’autrice una delle voci più riconoscibili della scena contemporanea. Accanto a lei si staglia gigante Michele Mari che con I convitati di pietra, pubblicato da Einaudi, risulta una presenza particolarmente ingombrante. Non vorremmo sbilanciarci troppo ma, di fronte alcuni nomi, fatichiamo a trattenere l’entusiasmo.
C’è poi il ritorno di Ermanno Cavazzoni, in gara con Storia di un’amicizia, e Bianca Pitzorno con La sonnambula, presenze rassicuranti che in qualche modo decorano senza troppo disturbare. Di sfondo, troviamo anche La rosa inversa di Maria Attanasio, opera di impianto storico con una scenario squisitamente mediterraneo.

Da attenzionare il pastiche tra filosofia, formazione e ricerca personale di Matteo Nucci e del suo Platone. Una storia d’amore, narrazione che intreccia pensiero filosofico ed eros. Non dimentichiam poi Christian Raimo con L’invenzione del colore che sulla scia della precedente produzione racconta una nostalgia Italia contemporanea. Multiculturale e apolide è invece Acqua sporca di Nadeesha Uyangoda che nel suo romanzo non fatica a descrivere le ipocrisie di un paese in l’aggettivo diverso fatica ad andare in disuso.
Particolarmente sorprendenti Vedove di Camus di Elena Rui e Lo sbilico di Alcide Pierantozzi che rappresentano forse le candidature originali, mentre Mauro Covacich con Lina e il sasso e Marco Vichi con Occhi di bambina riequilibrano la bilancia per un’edizione la cui presenza dei colossi editoriali continua a farla da padrone.
Più che una semplice lista di finalisti, la dozzina del 2026 sembra allora raccontare una fase di transizione della narrativa italiana: meno ossessionata dall’autobiografismo, più interessata a un ritorno al romanzo, all’artificio narrativo che è fuga e salvezza dai momenti bui. Ed è forse proprio questo il dato più interessante del nuovo Strega: il ritorno al verosimile perché il Vero è troppo doloroso.




