Officina Pigneto a Roma: incontri culturali per “sognare forte” e creare comunità
Al via a Roma nel quartiere Pigneto Officina Pigneto, uno spazio innovativo di condivisione e cultura. Il programma è ideato e curato dallo scrittore Nicola Lagioia e dalla scrittrice Anna Voltaggio. L’evento è promosso dall’Assessorato alla Cultura del comune di Roma rappresentato dall’Assessore Massimiliano Smeriglio e supportato da Zetema Progetto Cultura.
A sostenere il progetto, innanzitutto, Biblioteche di Roma nella figura della direttrice Simona Cives, che ha permesso di avere le biblioteche come luoghi disponibili per gli incontri. Anche alcune librerie indipendenti sostengono l’iniziativa, come Libreria Tuba, un presidio storico del Pigneto, e Sinestetica.
«Noi tenevamo molto ad organizzare questo progetto in collaborazione con la rete delle biblioteche di Roma. Tra le biblioteche disponibili c’era la Biblioteca Goffredo Mameli, che è una realtà già molto attiva, impegnata nell’organizzazione di laboratori e circoli di lettura. Abbiamo quindi contattato Daniela Ukmar, responsabile della Biblioteca Goffredo Mameli, e Fabio Meloni, direttore del Cinema Aquila, un altro presidio culturale importante nel quartiere Pigneto. Abbiamo pensato che questo fosse lo snodo giusto da cui iniziare per creare una comunità, per dare un appuntamento alle persone per incontrarsi, conoscersi, confrontarsi» – ci racconta Nicola Lagioia.
Un appuntamento settimanale, ogni giovedì alle 18:30, ingresso gratuito. 36 appuntamenti previsti durante l’anno suddivisi in quattro trimestri. I primi undici appuntamenti si terranno ogni giovedì dal 2 aprile al 25 giugno. Il tema di questo primo trimestre è Sognare Forte, un invito per la cittadinanza a riappropriarsi degli spazi urbani, a tornare a percepire il senso di appartenenza alla città, al tessuto sociale e culturale di cui si compone, a entrare in relazione con le persone che la città la vivono.
«L’evento è rivolto alla cittadinanza – continua Lagioia –. Tutte le persone devono poter accedere alle arti e alla cultura. Abbiamo in mente di metter su degli incontri significativi aperti a chiunque sia interessato. Un elemento davvero importante è la presenza, vedersi dal vivo fa la differenza e non soltanto perché questo è di aiuto alla democrazia. Può capitare che ad un incontro si ritrovino persone che non si conoscono, che quelle stesse persone si conoscano così, si inizino a frequentare, diventino amici o forse no, può capitare anche che non vadano d’accordo. La presenza conta, anche perché è di aiuto all’emotività».
Il primo incontro, L’ombra del bene. Raccontare in tempo di guerra si è tenuto giovedì 2 aprile al Nuovo Cinema Aquila e ha visto come ospiti Francesca Mannocchi, giornalista e scrittrice, e Rodrigo D’Erasmo, compositore e polistrumentista. Mannocchi e D’Erasmo stanno portando in tour uno spettacolo di poesia e musica, tratto dal libro Crescere, la guerra, pubblicato da Mannocchi per Einaudi.
Crescere, la guerra. Alla domanda cosa significhi questo titolo: «È la virgola, è la sospensione della virgola», risponde Mannocchi. La poesia ha un linguaggio diverso da quello giornalistico, perché le parole della poesia chiedono esattezza: «La poesia è l’esattezza di qualcosa che dici in quel modo e non puoi dire in nessun altro modo», così spiega Mannocchi.
Mannocchi e D’Erasmo hanno offerto un estratto dello spettacolo che stanno portando in scena. Una lettura di tre poesie che fanno parte di Crescere, la guerra, in cui la giornalista e scrittrice si cimenta con il linguaggio in versi per raccontare quello che le vediamo spesso documentare con le parole e le immagini, ossia tutti i volti della guerra.
Mentre Mannocchi legge alcune poesie accompagnata dalla musica lieve di Rodrigo D’Erasmo, scorrono alle spalle prima le immagini dell’Afghanistan, abbandonato alle sue miserie e alla sua povertà dopo venti anni di occupazione americana. Le immagini ci portano nelle province più sperdute dell’Afghanistan, le stesse province dove prima le cliniche mobili e gli aiuti umanitari alla popolazione civile non potevano arrivare, perché quelle erano località inaccessibili occupate dai talebani. I mille volti della guerra fanno sì che adesso la situazione sia inversa, per cui aiuti e cliniche mobili riescono di nuovo ad arrivare, ora che l’intero paese è tornato in mano ai talebani. In un secondo video vediamo Gaza, o meglio quello che resta e non resta di Gaza. Le immagini, le parole, la musica formano un coro che si alza all’unisono, nel rinnovarsi di quell’imperativo a domandarci quale sia la nostra parte in tutto ciò.
Il primo incontro ha visto i racconti di guerra protagonisti del dibattito. Il programma di Officina Pigneto prevede altri incontri che incroceranno ancora il tema della guerra, a partire da giovedì 9 aprile con Rosella Postorino, La guerra proseguita. Un incontro con Ingeborg Bachmann, o più in generale il tema della violenza, come nel caso dell’ultimo incontro prima della pausa estiva, il 25 giugno, quando insieme a Domenico Procacci, Laura Paolucci e Annalisa Camilli si tornerà a parlare di Diaz. 25 anni dopo.
Il tema di questa prima serie di incontri è Sognare Forte. Come si tengono insieme l’attualità, il presente, spesso spietato, e il tema del sogno?
«Per rispondere a questa domanda, voglio raccontare questo episodio importante della vita di Lisetta Carmi, un’artista che amiamo molto. Lisetta Carmi è stata tante cose, è stata una pianista, un’artista a tutto tondo. È interessante, però, come e perché decise di abbandonare il pianoforte. Viveva a Genova all’epoca e in città era in programma il congresso del Movimento Sociale Italiano. Così decise anche lei di scendere in piazza a contestare. Il suo maestro di pianoforte le disse che non poteva andare a manifestare contro Almirante, perché se si fosse fatta male, se si fosse rotta un dito, non avrebbe potuto più suonare. Lei gli rispose: “Se suonare il pianoforte mi deve impedire di manifestare contro i fascisti, allora non suono più il pianoforte”. In Lisetta Carmi convivevano il grande sogno, il fatto di essere un’artista altissima, con la grande consapevolezza di vivere il proprio tempo. Ci sono cose che accantoniamo e crediamo non possano modificare la realtà. Invece l’arte, anche attraverso ciò che non si tocca, che è invisibile, ha il potere di modificare la realtà. Questa ‘officina’ è una piccola cosa che stiamo facendo, ma per noi ha questo tipo di preziosità» – così ci risponde Lagioia.
«L’aderenza alla realtà, il fatto di non essere lunari, ma di essere legati e coscienti del contesto e del momento storico che stiamo vivendo, non ci deve impedire di sognare forte. – aggiunge Voltaggio – Il tema che abbiamo proposto rivela la volontà di aprire questo progetto con uno slancio, per non reprimere visioni più luminose per il futuro. In qualche modo questa è una forma di resistenza, intendere l’arte e la cultura, in generale, come una forma di resistenza in un momento cupo, fosco come quello attuale».
Abbiamo chiesto che cosa Officina Pigneto possa essere o possa diventare nel contesto sociale, urbano e culturale romano.
«Ci auguriamo possa essere un modo per mettere in relazione persone diverse, figure diverse che si occupano di cultura, comunità diverse. Ci auguriamo che possa essere un tentativo di creare una trama di relazioni nuove e di scambio. È un posto dove si ritorna, si sta, si sosta. Rimettere in circolo le idee, ascoltare quelle degli altri è quello di cui c’è davvero bisogno. Continuare a frequentare comunità circoscritte ci fa ritrovare in un ambiente confortevole che ci rassicura, in cui parliamo sempre con le stesse persone. Ecco, questa è forse la cosa da mettere in discussione, da scuotere» – questo è l’augurio della scrittrice Anna Voltaggio.
Alla domanda se questo progetto possa diventare uno stimolo per un rinnovato impegno civico, risponde così Lagioia:
«Sì, ma non è qualcosa a cui dobbiamo pensare, non è qualcosa che dobbiamo in alcun modo dirigere. Sarà qualcosa che verrà, semmai, come un effetto secondario».





