Lo Sri Lanka che non ti aspetti
Colombo ha il traffico caotico delle grandi città asiatiche, una scena di gallerie d’arte contemporanea che dialoga con il Guggenheim di Abu Dhabi, residenze artistiche che portano in città pittori dal Bangladesh, dal Nepal, dal Pakistan. Ha avuto il suo momento di rottura generazionale, la sua estetica della protesta. Ha una storia coloniale stratificata: portoghesi, olandesi, britannici. Una storia che si sente ancora nell’architettura, nella cucina, nel modo in cui le identità si mescolano e si contraddicono. Sri Lanka non è solo l’isola che conosciamo.
La piazza che ha cambiato tutto
Nel 2022 lo Sri Lanka collassa. Le riserve valutarie sono esaurite, i negozi vuoti, le pompe di benzina sbarrate, la corrente va via per ore ogni giorno. La famiglia Rajapaksa governa il paese da decenni, stringendo in mano esercito, affari e istituzioni, e ha portato il paese alla bancarotta.
A un certo punto la gente scende in strada, ed accade qualcosa che non era mai successo prima tra le storiche divisioni etniche e religiose: singalesi, tamil, musulmani, giovani di città, contadini del sud, famiglie della classe media e artisti marciano insieme. In un paese dove per ventisette anni era durata una guerra civile brutale tra la maggioranza singalese e la minoranza tamil, una guerra finita nel 2009 con atrocità documentate da entrambe le parti, quella convergenza era difficile da concepire. Sul lungomare di Colombo, sul grande prato affacciato sull’Oceano Indiano chiamato “Galle Face Green”, nasce un accampamento permanente. Lo chiamano “GotaGoGama”, il villaggio di “Gota-vattene”, dove Gota è il presidente Gotabaya Rajapaksa. Per mesi diventa una città dentro la città, ci sono cucine comunitarie, una biblioteca improvvisata, workshop teatrali ispirati a Brecht, una galleria d’arte aperta a chiunque passi. Artisti e accademici fondano un’università del popolo dove si discute di costituzione, di sistemi giudiziari, di come si cambia davvero un paese.
Il pittore Sujith Rathnayake, originario del profondo sud rurale, cuore del nazionalismo buddhista e bacino elettorale dei Rajapaksa, allestisce le sue tele nel campo. Quando la polizia brucia le sue opere, lui le ridipinge usando le ceneri dei quadri distrutti e un gruppo di tecnici visivi proietta immagini di protesta sulle mura del Palazzo Presidenziale.
Marco Manamperi crea collage digitali pop e dadaisti che circolano sui social con una velocità che supera quella di qualsiasi comunicato ufficiale. Siamo nell’estate del 2022 quando una folla sterminata sfonda i cancelli della residenza presidenziale. Rajapaksa fugge alle Maldive a bordo di un aereo militare. La protesta, battezzata “Aragalaya” che in singalese significa lotta, ha vinto.
Una generazione che non si dimentica
Ranil Wickremesinghe, il successore, reprime il movimento e fa arrestare i manifestanti. GotaGoGama viene smantellata. Ma quelle settimane avevano mostrato qualcosa di difficile da richiudere: una generazione di artisti, intellettuali e attivisti aveva visto cosa succede quando singalesi, tamil e musulmani occupano lo stesso spazio. Alle elezioni del 2024 gli elettori scelgono Anura Kumara Dissanayake e la coalizione National People’s Power, spazzando via l’establishment politico che aveva governato ininterrottamente dalla fine del colonialismo britannico.
La scena artistica che aveva alimentato quelle settimane continua a lavorare. La Saskia Fernando Gallery ad esempio, attiva a Colombo dal 2009, costruisce da anni reti con istituzioni internazionali e sostiene artisti che affrontano temi scomodi: la guerra civile, la memoria del conflitto, le asimmetrie di potere. KALĀ, piattaforma nata nel 2024, porta a Colombo residenze con artisti da tutto il Sud Asia e porta gli artisti sri lankiani dentro conversazioni più ampie, fuori dall’isola.




