Tra arte e geopolitica: Buttafuoco risponde alle polemiche sul padiglione russo con un progetto sul dissenso
La polemica sulla riapertura del padiglione russo alla Biennale di Venezia non accenna a placarsi. Dopo quattro anni di chiusura seguiti all’invasione dell’Ucraina, la decisione della Fondazione di consentire nuovamente la partecipazione della Russia alla 61esima Esposizione Internazionale d’Arte ha acceso un duro confronto politico e diplomatico. Nel pieno delle critiche internazionali e delle tensioni con il governo italiano, il presidente della Biennale Pietrangelo Buttafuoco prova ora a spostare il terreno del dibattito: due nuove iniziative dedicate ai dissidenti contemporanei e alla memoria della storica Biennale del Dissenso del 1977, pensate per riaffermare il ruolo della manifestazione veneziana come spazio di libertà culturale.
La scelta della Fondazione Biennale di Venezia è stata interpretata da molti osservatori come un segnale politicamente controverso nel pieno del conflitto. Buttafuoco ha difeso la decisione con fermezza, rivendicando l’autonomia dell’istituzione e il principio di apertura culturale. In un intervento pubblicato su Il Foglio, il presidente ha annunciato due iniziative dedicate al tema del dissenso contemporaneo, presentandole come parte di un progetto già in preparazione. L’obiettivo appare chiaro: trasformare una polemica geopolitica in una riflessione più ampia sulla libertà artistica.
La prima iniziativa riguarda il cinquantesimo anniversario della Biennale del Dissenso del 1977, promossa all’epoca da Carlo Ripa di Meana per dare visibilità agli intellettuali perseguitati nei Paesi del blocco sovietico. In occasione dell’anniversario saranno invitati cinque protagonisti contemporanei considerati sgraditi ai rispettivi governi, provenienti da Stati Uniti, Israele, Cina, Russia e persino Unione Europea. I nomi non sono ancora stati resi pubblici, ma il progetto mira a riaffermare la tradizione della Biennale come spazio di confronto tra cultura e potere.
Il secondo progetto annunciato dal presidente è un ciclo di incontri intitolato “La colonna e il fondamento di verità”, dedicato alla figura del filosofo e teologo russo Pavel Florenskij. Arrestato e ucciso dal regime sovietico nel 1937, Florenskij è oggi considerato una delle figure simbolo del dissenso spirituale e intellettuale nella storia russa. L’iniziativa prevede cinque serate di incontri con filosofi, teologi e studiosi, pensate come momento di riflessione sulla libertà di pensiero.
l contesto politico, tuttavia, resta estremamente teso. Il ministro della Cultura Alessandro Giuli ha criticato la decisione della Biennale e ha chiesto le dimissioni della consigliera Tamara Gregoretti, accusata di non aver informato il ministero sulla possibile partecipazione russa. Gregoretti ha respinto la richiesta, ricordando che i membri del consiglio della Biennale operano in autonomia e non rappresentano direttamente le istituzioni che li hanno nominati.
La questione ha rapidamente assunto una dimensione politica. Alcuni esponenti della maggioranza, come il presidente della commissione Cultura della Camera Federico Mollicone, hanno ipotizzato la possibilità di bloccare il padiglione russo facendo leva sul regime di sanzioni internazionali contro Mosca. Altri hanno invece difeso la linea dell’apertura culturale, sostenendo che la Biennale debba restare uno spazio universale di dialogo.
Alle tensioni interne si aggiungono quelle diplomatiche. L’Ucraina ha criticato duramente la decisione, mentre migliaia di intellettuali hanno firmato una lettera aperta contro la partecipazione russa alla manifestazione veneziana. Forte preoccupazione è stata espressa anche dalla Commissione europea, che ha ricordato come la cultura debba promuovere valori democratici e non possa diventare uno strumento di propaganda politica.
La Commissione ha inoltre lasciato intendere la possibilità di riconsiderare i finanziamenti destinati alla Biennale nel caso dell’effettiva partecipazione russa all’edizione del 2026. Attualmente la Fondazione riceve circa due milioni di euro nell’ambito del programma europeo Creative Europe Media, destinati a sostenere attività legate alla produzione cinematografica e alla formazione nel settore audiovisivo.
La questione di fondo resta aperta: fino a che punto un evento culturale globale può restare separato dalle tensioni geopolitiche del presente? La polemica sul padiglione russo dimostra come la Biennale di Venezia continui a essere non solo uno dei principali appuntamenti dell’arte contemporanea, ma anche un luogo in cui si riflettono le contraddizioni politiche e diplomatiche del mondo contemporaneo.




