Bambino prelevato dalla Polizia: quale interesse per il minore?

È  difficile entrare nelle dinamiche che hanno portato il giudice a decidere l’allontanamento del bambino dalla madre. Sicuramente ci sono delle buone ragioni, valutate sulla base delle risultanze degli atti, a seguito di istanza del padre, che contrariamente a quanto succede ordinariamente nelle separazioni, è stato ascoltato ed ha avuto  ragione, dopo  una  lotta che dura da anni per ottenere l’affidamento esclusivo  del proprio figlio.

Ma il problema che si pone dal fatto di cronaca è la modalità di esecuzione del “giusto” provvedimento del giudice che sta investendo il povero ragazzino di dieci anni che, oltre ad essere vittima di un disagio famigliare,  ha dovuto subire l’impatto violento della legge.

L’ episodio di violenza è accaduto a Cittadella, nel Padovano, dove il bimbo è stato strappato con forza dalla Polizia e portato via con aggressività. Il tutto viene filmato dalla zia lì presente, che fa girare il video sul web alla velocità della luce, per chiedere giustizia. È la storia che fa riflettere gli italiani, oggi, che rimproverano la Legge del proprio Paese, una vicenda che, però, si è conclusa nel migliore dei modi.

Queste le parole del padre: «Ho salvato mio figlio. Ora sta bene, è sereno». Ma quale certezza abbiamo di questa serenità? Chi metterebbe la mano sul fuoco avendone l’assoluta certezza di non bruciarsela?

Che ci siano dubbi sulle modalità di esecuzione lo dimostra la decisione del capo della polizia Antonio Manganelli, il quale ha disposto l’apertura di un’inchiesta interna ed esprime «profondo rammarico» per quello che il video trasmette: un essere indifeso di dieci anni urlante tenuto come se fosse un sacco da due uomini, uno è lo stesso genitore, e portato via fino ad un’auto. A chiedere che sia fatta piena luce gli stessi presidenti della Camera e del Senato, Gianfranco Fini e Renato Schifani. In serata poi la mamma del piccolo commenta: «accetto le scuse ma non è modo questo di prelevare i bambini».

Il padre, accompagnato da alcuni agenti e dagli assistenti sociali, si presenta per riportare quanto disposto dai giudici: l’affido esclusivo sul figlio, con il collocamento in una comunità. La dirigente scolastica, Marina Zanon, dichiara: «Abbiamo fatto uscire dalla classe i compagni dell’alunno destinatario del provvedimento del giudice e solo dopo sono entrati gli assistenti sociali e i poliziotti». Sembrava andasse tutto normalmente, ma è fuori che si scatena la “guerra”. È li che ci sono il nonno materno ed una zia. Si alzano le grida, il ragazzo si divincola, gli adulti si strattonano. Si vede che il ragazzino è tenuto per le spalle e per le gambe e quasi trascinato, chiede aiuto con tono affannato.

Il questore di Padova, Vincenzo Montemagno, difende l’operato degli agenti e parla di «una spettacolarizzazione messa in atto dai familiari materni in una vicenda complessa». Ricorda che sono gli atti firmati dai giudici a disporre che «in mancanza di uno spontaneo accordo tra i genitori, sia il padre a occuparsi del figlio che potrà avvalersi dei servizi sociali e della forza pubblica. L’operato è stato quello giusto nell’ interesse del bambino. Tutti, tranne chi stava operando, hanno voluto esasperare questa situazione». Ma quale facoltà poteva avare la forza pubblica nel sospendere l’esecuzione per eseguirla  ad un momento più sereno.

I famigliari materni del ragazzino hanno dato battaglia per tutto il giorno, hanno spiegando le loro ragioni ai media, hanno chiesto la sua “liberazione”. Anche qui difficile non comprendere la reazione della zia che si è schierata dalla parte della madre, ma con quali conseguenze per il minore?

Sonia Carrera
11 ottobre 2012

 

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