Lettera da un feticista

Lettera da un feticista

Caro Vicesindaco Luca Bergamo, cara Consigliera Comunale Gemma Guerrini,

È un feticista che vi scrive.
Certo, questo appellativo mi va un po’ stretto, se non altro perché, al di là del suo significato letterale, nel gergo popolare è una parola che il più delle volte viene associata alla perversione, quasi intesa come una malattia.
Ve lo dico chiaramente, avrei preferito una descrizione un po’ più garbata per noi amanti e studiosi del cinema. Se non altro meno allarmante!
Per esempio, mi sarebbe tanto piaciuto sentirmi chiamare «mangiatore di film», come faceva Enzo Ungari nel suo bellissimo Schermo delle mie brame. Purtroppo però…

No perché, se il livello della discussione fosse rimasta sul piano culturale, la questione del Cinema America in Piazza San Cosimato  si sarebbe limitata ad uno scontro di carattere etico, civico, al massimo contenutistico.

Il Comune di Roma – mi sono detto –  probabilmente si preoccupa della salute psichica dei suoi cittadini. Forse è sincera la vostra voglia di capire perché tutta quella gente era disposta persino a stare seduta per terra, pur di vedere qualcosa che il più delle volte aveva già guardato.
Messa in quest’ottica allora, cari Luca Bergamo e Gemma Guerrini, sono contento della vostra angoscia. Ma lasciatevi tranquillizzare da uno che, tra l’altro, è arrivato ad uno stadio della malattia ormai terminale, un feticismo incurabile e senza speranze.
Ero uno di quelli che l’estate, al posto di starsene al mare, stava seduto per terra a guardare i film scelti dai Ragazzi del Cinema America. Ero uno di quelli che guidava anche un’ora nel traffico, per poi stare lì a rivedere qualcosa di già visto.
Il motivo? La risposta me l’ha data tempo fa proprio  il libro di Ungari, di cui vorrei proporvi un frammento:

«Essendo un romantico [il mangiatore di film] è addirittura intossicato di realtà e questo gli altri spettatori, coloro che vanno al cinema con spirito realistico, non potranno mai capirlo perché, come dice un romanzo, mentre il cosiddetto uomo realistico se ne sta impenetrabile su questo mondo come un muro di cinta in calcestruzzo, il romantico è invece un giardino aperto, in cui la verità entra e esce a piacimento».

Ecco, a pensarci bene persino qualcosa di simile a «romantici della celluloide» sarebbe stato meno indigesto di feticista! Se non altro perché, se si estendesse questa impostazione di pensiero anche alle arti diverse dal cinema, ci si potrebbe chiedere anche «Che cos’è riascoltare un album dei Pink Floyd per decine di volte, se non una forma di feticismo?». Oppure: « perché rileggere un libro di Moravia da capo, se non per feticismo?».
Ma allora anche andare a teatro per vedere due edizioni diverse del Mercante di Venezia può essere inteso come feticismo?
E quindi anche leggere un manuale di storia è sintomo di feticismo? Qual è il limite tra feticismo e memoria? Dove inizia invece la (ri)scoperta della tradizione?Che ruolo ha la conoscenza della storia, in un’Italia sempre più smemorata e minacciata da un passato pericoloso?

Il mio feticismo cinematografico ad esempio  è nato da bambino, quando vedevo quei film che erano ambientati a Roma. Mi piaceva scoprire, da una sequenza di Bellissima di Luchino Visconti, che di fronte a Cinecittà era tutta campagna. Oppure restavo affascinato dalla Tangenziale immortalata in Fantozzi, con automobili appartenute al passato ed il bigliettaio seduto fisso sull’autobus. Ma soprattutto, dei film che raccontavano Roma qualche decennio fa, rimpiangevo e rimpiango ancora quella romanità che oggi non esiste più.
Persino scrutando tra le macerie del Neorealismo si riesce a vedere una forza, un’amore per la Città che sembra essersi dissolto nel tempo.
C’era, negli occhi dell’Antonio Ricci di turno, una speranza che andava oltre la disperazione di aver subito il furto di una bicicletta; una speranza che in questi anni ho rivisto solo tra i vicoli di Trastevere, in estate, dopo le proiezioni a Piazza San Cosimato.

Credetemi, non è una questione politica. Non si tratta di propaganda elettorale, né di PD contro M5S. Strumentalizzare il cinema nelle piazze, a poche settimane dal voto, ha per il feticista un effetto che potremmo definire «DC DC, PCI PSI PLI PRI, DC DC DC DC». Senza però poter più contare né su Cazzaniga, né su Bearzot.
Penso invece che  la vostra decisione di indire un bando per l’assegnazione di piazza San Cosimato abbia fatto così tanto clamore perché, così facendo, non tenete minimamente conto della gente che quella piazza la vive quotidianamente. Feticisti e non.
Ridotta all’osso, resta una questione di romanticismo, evasione e tradizione.
E la tradizione a Trastevere significa soprattutto cinema.

Vi auguro buon lavoro!

                                                                                                                       Un feticista

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