ANDREA BONELLA, i premi e la carriera di un giovane attore

ANDREA BONELLA, i premi e la carriera di un giovane attore

Andrea Bonella è un attore romano di cinema, teatro e televisione.

Il 6 dicembre ha ricevuto il prestigioso premio ‘Vincenzo Crocitti’ 2017 – primo lustro – come attore in carriera. Premio fondato nel 2013 da Francesco Fiumarella ed alcuni suoi collaboratori, prende il nome da Vincenzo Crocitti, l’attore che, tra i vari film che spaziano tra il dramma e la commedia, vinse il David per “Un borghese Piccolo Piccolo” di Mario Monicelli, interpretando il figlio di Alberto Sordi.

Abbiamo così colto l’occasione per intervistarlo.

Ciao Andrea, che cosa significa per te vincere il premio “Vincenzo Crocitti”?

Vincenzo, che io ho conosciuto, è soprattutto un simbolo di umiltà, sia come persona che verso il proprio lavoro, e di simpatia. Spesso il nostro mondo non è fatto di questi principi, ed è un peccato. Avere ricevuto questo premio, sia per me che per gli altri vincitori, è un onore. Il mio testimonial e’ stato il direttore della fotografia Adolfo Bartoli, ed e’ stata una bellissima serata, una splendida situazione perché si respira collaborazione fra i premiati delle varie edizioni e tutti gli altri presenti. Auguro a questo progetto di andare avanti sempre.

In autunno e’ andato in onda il personaggio di Mike Bongiorno nella fiction “Il paradiso delle signore 2”. E’ una cosa un po’ insolita, soprattutto perche’ associandoti a Mike Bongiorno hanno fatto un bel salto di immaginazione. Ci vuoi dire quale è stato il tuo approccio all’interpretazione?

Ahahah mi hanno truccato… All’inizio anch’io credevo di non assomigliargli affatto. Anche questa e’ stata una gioia per me, perché ho una grande passione per i personaggi italiani del dopoguerra (Sordi, Gassman, Manfredi, “la Lollo” e altri), e anche Mike Bongiorno fa parte di quell’epoca. Ho una idea tutta mia del mondo dello spettacolo, e vorrei che non si perdesse il senso della memoria. Quegli anni li considero come una sorta di “età dell’oro” e averla studiata ha contribuito non poco a spingermi a fare questo mestiere. Il Mike rappresentato nella fiction di raiuno è quello degli esordi, metà anni 50, perché il personaggio interpretato da Marco Bonini va concorrente a “Lascia o raddoppia”. Quindi mi sono sganciato da tutti i luoghi comuni, a cominciare dal riconoscibilissimo incipit ALLEGRIAAAAA, che Mike ha inventato dopo “Rischatutto”, poco prima degli anni 80. Anche il modo di parlare e di muoversi negli anni 50 era diverso. Perciò, basandomi su vecchi filmati, sono partito dal fatto che il presentatore aveva circa trent’anni – la mia età scenica – , aveva un lievissimo accento piemontese misto ad americano, ma in realtà parlava in dizione, perche’ nella nascente Rai il tono era più formale, quindi i movimenti del corpo erano compiti e disinvolti nello stesso tempo. Fare l’imitazione del presentatore sarebbe stato sbagliato, ma forse era meglio accennare qualcosa. Il trucco e parrucco hanno fatto il resto.

Che aria si respirava sul set?

Il set con Riccardo Mosca (regista con Monica Vullo) e gli altri attori e’ stato molto stimolante. Abbiamo ricreato un importante momento di storia italiana, con le suggestive scenografie di Stefano Gianbanco; ho respirato grande disponibilita’ ed entusiasmo e ho imparato cose nuove. Ma devono essere gli spettatori a giudicare.

Ci vuoi dire come è nata la tua passione per la recitazione e come hai iniziato?

Sono un attore un po’ atipico, non c’è stato un vero e proprio inizio. Mentre ancora non ero un attore a tutti gli effetti, sin dal liceo mi sono confrontato con professionisti veri, fra laboratori e spettacoli. Poi alla facoltà di lettere a Roma 3 presi parte sia a lavori organizzati dal Dams che dal corso di lingue straniere. Quando sono stato ammesso alla scuola del Teatro Stabile di Genova frequentavo gia’ molto l’ambiente. Diciamo che solo quando mi sono diplomato lì ho iniziato ad avere una quotidianità, col teatro in particolare. Prima della prova di ammissione ero già molto affascinato da quella scuola, perche’ era caratterizzata da un linguaggio molto moderno. Senza sapere, ovviamente, che quando sarei uscito avrei dovuto viverla come un punto di partenza, e che il teatro di prosa in particolare di linguaggi ne ha tantissimi, creando non poche difficoltà, che se vogliamo sono quelle che ti costringono a crescere. Ma sono i grandi attori italiani del passato che mi hanno fatto amare di più l’idea di questo mestiere e la voglia di renderlo realtà.

Quali attori del passato ami di piu’?

Ti direi l’istrionismo di un Sordi o la semplicità di un Manfredi, ma rischio di essere banale. Sicuramente, amando molto l’Italia, per molto tempo ho messo da parte aspetti più recenti e soprattutto internazionali. Per questo motivo ho poi scoperto una grande passione per i film di Jean Paul Belmondo, che sono divertenti, mentre una diva di cui amo la femminilità è Ava Gardner, dimenticata. Parlando di adesso non posso fare a meno di invidiare, come tutti, l’America, per esempio trovo fantastici Ryan Gosling e Bradley Cooper, il film ‘”Come un tuono” fra tutti.

Fra uno spettacolo e l’altro hai fatto anche esperienze come attore radiofonico. La radio, dato che parli di linguaggi, richiede un approccio particolare.

Eh già. In questo periodo sto recitando in lettura le favole di Hans Christian Andersen su Radio Kids, il comparto Radio Rai per i bambini, per la regia di Veronica Salvi. E’ una vera e propria scommessa, anche perché Andersen non e’ proprio di facilissima comprensione per i bambini dai 4 ai 9 anni. In passato ho fatto animazione con i bambini e qualche spettacolo per ragazzi è stato di aiuto, ma non basta. La radio sembra facile, ma non sei aiutato dal viso e dal corpo, la parola deve essere scandita al massimo e le immagini narrate devono essere restituite in modo ottimale, perché il microfono non perdona. Precedentemente, avevo preso parte agli ultimi sceneggiati radiofonici prima che Rai International fosse assorbita. Esperienze che mi fecero crescere moltissimo. Peccato che in Italia i drammi radio non siano molto praticati.

Perché secondo te?

Perché siamo nell’era dell’immagine. Ma forse qualcosa si sta muovendo

E proprio rispetto alle immagini, vuoi raccontarci del cortometraggio “L’amore incompreso” di Riccardo Di Gerlando?

Non lo citi a caso. E’ tutto fatto di immagini e musiche, l’interpretazione è muta. Sono molto legato a questo lavoro, sia perché tratta il tema dell’amore dal punto di vista della sindrome di down (e per questo è un lavoro considerato controverso), sia perché mi ha permesso di recitare senza la parola e senza alcun pregiudizio, ossia il processo inverso rispetto a quello radiofonico. Oggi posso dire che è stato terapeutico. Il corto ha vinto molti premi.

Anche uno come attore piu’ votato dal pubblico

Sì, al festival “Cineuphoria” di Lisbona. Non posso nascondere che è stato il regalo piu’ bello. Devo molto a Riccardo di Gerlando, che considero bravissimo e che è cresciuto da autodidatta. Senza contare che grazie al suo gruppo ho potuto girare in luoghi magici della Liguria, come villa Hanbury. E’ stata una esperienza fortissima, la porto ancora nel cuore.

Sono state altrettanto significative le altre esperienze di set che hai avuto?

Posso dire che ogni piccola esperienza è per me importantissima, anche per il sudore con cui ho cercato di ottenerle. In “Distretto di Polizia 9” recitavo nel mio dialetto, il romano, per questo poi mi ha fatto un effetto strano essere associato a mike bongiorno. Ma piu’ passa il tempo piu’ mi rendo conto che il set, come habitat, mi diverte piu’ del palcoscenico. Ma forse e’ un momento. Comunque le esperienze, anche quelle piccole, vanno custodite gelosamente. Anche il fenomeno delle serie web, per quanto e’ gia’ superato il suo periodo culminante, rappresenta una bella palestra: alla serie ‘abdullywood’, per esempio, mi sento affezionato perche’ il personaggio che facevo aveva dell’istrionico, e non mi capita spesso.

Quale e’ stato l’ultimo spettacolo a cui hai preso parte?

“Bad Jazz” di Robert Farquhar al teatro Belli, nell’ambito della rassegna trend, per la regia di Guglielmo Guidi. E’ un testo dai temi forti e dai ritmi serrati.

Tu pensi che sia totalizzante questo mestiere?

In un modo o nell’altro sì. Ma ogni tanto bisogna aprire la finestra e fare altro. A me diverte molto la mondanità, anche come festa fine a se stessa, per quanto a volte possa essere legata a questo mestiere. Vado in palestra, amo leggere, cenare con gli amici, possibilmente anche con persone che fanno altri lavori. Poi sono molto interessato al vintage in vinile, ma quella e’ una vecchia storia. Recentemente ho scoperto una vera passione per il poker sportivo.

Che consiglio ti sentiresti di dare a chi vuole intraprendere questa strada?

A mio modesto parere, prima di tutto, di essere consapevoli e di fare più esperienze possibili, anche extrarecitative, dallo sport ai lavori di casa, perché alcune cose distraggono, altre aiutano la determinazione. Anche i viaggi stimolano la curiosità. Poi forse non c’è una scuola precisa. Ognuno trova la sua, fermo restando che ci vuole applicazione. Per molti è meglio che intraprendano una accademia fra quelle riconosciute, ma non è detto che non ci debba essere, secondo me, chi inizia per caso poi appassionandosi, o facendo corsi privati, o infine iniziando dalla tv. Non dovrebbe essere aperto solo chi deve iniziare, ma anche chi guarda, io sono per la trasversalità.

Come ti piacerebbe approcciarti nei prossimi lavori?

Facendo quello che ho sempre desiderato, rappresentare la realtà che ci circonda. La varietà delle persone che incontriamo nella vita è talmente grande che recitare diventa un piacere. Ed io di parenti e amici particolari ne ho tanti. Non sempre riesco a raggiungere lo scopo, perché non sempre scelgo io i personaggi da fare. Ma resta un desiderio che mi fa andare avanti.

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