THE SHINING | “And you always fear, but never understand”

THE SHINING | “And you always fear, but never understand”

Le pellicole cinematografiche dedicate al genere Horror hanno seguito, nel corso degli anni, delle regole ben precise, create secondo uno schema che si discosta da quello della letteratura, costruendo di fatto un’identità propria, basata su questo bivio narrativo.

Le grandi saghe su schermo hanno abituato lo spettatore a grotteschi assassini e temibili mostri, apparentemente inarrestabili ed invincibili, ma che con il proseguire della storia diventano quasi sempre delle risibili caricature di sé stessi, in particolare, quando gli sventurati protagonisti capiscono quale sia la chiave di volta per batterli, strappando dalla storia il velo di terrore e trasformando la nemesi in una caricatura. C’è sempre il momento in cui viene spiegato per filo e per segno cosa sta accadendo e come spezzare la catena di tragici eventi, ma non in Shining.

Nonostante vi siano numerosi indizi sparsi per tutto l’arco narrativo, la vera natura della presenza malvagia non può mai essere compresa del tutto, o spigata nel dettaglio. Il costante alone di mistero non abbandona mai i personaggi e lo spettatore, elevando questo adattamento cinematografico del romanzo di Stephen King al di sopra delle altre opere del terrore, garantendogli il podio per la storia più misteriosa e angosciante che il cinema abbia mai proiettato.

La trama, a grandi linee, vede uno scrittore (Jack Nicholson) e la sua famiglia (Shelley Duval, Danny Lloyd) trasferirsi in un remoto hotel di lusso sulle montagne per custodirlo durante il periodo di chiusura nella stagione invernale, ma il mix di solitudine e fisico isolamento dal mondo rende pazzo lo scrittore, portandolo a voler uccidere la sua famiglia.

Su carta sembra tutto molto semplice, una storia classica e poco ispirata, ma anche approcciandosi alla narrazione in questa maniera ci sono moltissimi elementi “fuori posto” che di fatto stonano con questa interpretazione e trascinano l’attenzione dello spettatore, che rimane già dai primi minuti scosso e intrappolato nel gioco delle domande senza risposta appositamente costruito per lui: perché fare riferimenti al cimitero indiano? Quando effettivamente lo scrittore impazzisce? Perché non c’è traccia del romanzo a cui sta lavorando? Portare la famiglia lì era il suo piano fin da subito? E i poteri mentali del figlio?

La narrativa intreccia così bene i suoi misteri, senza mai farli cozzare, fino a farli diventare la vera base su cui poggiare tutto il resto delle tematiche.

Ma la parte più terrificante di tutta l’opera è la violenta relazione coniugale dei protagonisti, che lentamente, in silenzio, si costruisce intorno allo spettatore, senza che questi se ne accorga, costringendolo nella claustrofobica sensazione di oppressione. Ci si ritrova intrappolati insieme alla moglie e al piccolo Danny nell’hotel sommerso dalla neve, cosi come molti uomini e donne sono tenuti in ostaggio da queste relazioni fatte di abusi e solitudine.

E proprio come non è semplice uscirne nella vita reale, anche nel film fuggire dall’hotel sulle montagne (che altri non è che un’immensa parafrasi per i rapporti di coppia) non è facile.

A livello tecnico il film è più interessato a evidenziare le tematiche e i concetti, che a spaventare il pubblico con Jump-scares e atrocità. La scenografia è fondamentale, in molte scene la telecamera segue passo per passo i personaggi, dando una chiara immagine della labirintica planimetria dell’Overlook Hotel, con il chiaro intento di imprimere nello spettatore una mappa mentale, contribuendo alla totale immersione a cui manca ormai solamente la dimensione fisica.

E proprio sulla planimetria dell’Overlook c’è un dibattito che va avanti dalla prima proiezione del film, alimentato dalla spettrale disposizione della stanza, con finestre che dovrebbero dare sui muri, corridoi che svaniscono, sale che trasformano di scena in scena la percezione creata nella mente del pubblico, sempre più spaesato e succube di questo luogo quasi onirico, che da sogno si trasforma via via in incubo.

L’interpretazione di Jack Nicholson è perfetta per questo ruolo. Da solo riesce a raccontare attraverso il suo volto la psicologia e la spirale discendente di follia in cui il suo personaggio sta inevitabilmente cadendo, guidato dalla malvagia presenza invisibile, che corrode la sua mente e mai si rivela agli occhi dello spettatore, se non attraverso l’opprimente colonna sonora, fatta da un organo elettronico che già dai titoli di testa suggerisce l’esistenza di qualcosa di inquietante.

La presenza seduce lo scrittore, accompagnandolo dolcemente con visioni di feste e musica jazz, mentre trasforma la sua percezione della famiglia, opprimente realtà che tenta di frenarlo, fino al climax finale, alla celebre scena dell’ascia e della fuga.

Tutto poi finisce con un ultimo schiaffo allo spettatore, con la telecamera che percorre un’ultima volta la Gold Room, che tante volte abbiamo visto nel corso della pellicola, zoomando lentamente verso una parete, su una fotografia in bianco e nero di un’altra epoca, ritraente una folla di persone e Jack, lo scrittore, al centro con le braccia aperte, che ci invita a prendere parte alla festa… con data 4 luglio 1921.

La riposta più grande all’indovinello, nascosta in piena vista.

 

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