Non c’è campo | Le tre G di giovane

Non c’è campo | Le tre G di giovane

Con il 2017 ormai invecchiato e a un passo dalle dimissioni in carta bollata, il panorama cinematografico italiano, fattispecie per la commedia, si presenta come un elettrocardiogramma, le cui onde sussultorie cadenzano titoli più o meno fortunati, taluni di cui ancora parleremo e altri che verranno allontanati dagli echi di una fragile memoria.

C’è sempre voglia di leggerezza, di commedie all’olio d’oliva che scorrono placide e accompagnano a casa lo spettatore con un retrogusto che sa di piacevolezza. Ma l’olio ha da esser buono e richiede ingegno e solerzia in ogni fase della lavorazione. Così è per il prodotto cinematografico, così è per la commedia e così è per Non c’è campo, la nuova opera targata Fabula, dei fratelli De Angelis.

Si sente la necessità di creare un film per una fascia di pubblico un po’ trascurata, messa da parte; quella degli adolescenti. E’ questo il pensiero che Nicola e Marco comunicano ad una platea solleticata dalla  massiccia presenza di giovani attori nel cast del film. Eppure verrebbe da dire che di film per questo genere di audience ce ne siano fin troppi, se ne parla, ci sono file chilometriche per assistere all’ultima tragica iniziativa (di fantozziana memoria) di qualche youtuber, o chicchessia.

Non è questo il concetto di base. La formula con cui questo film è nato è quello di non essere fine a se stesso, di voler trasmettere qualcosa: un dogma, un insegnamento, di voler innestare il dubbio nella mente dei ragazzi, quasi schiavi di una tecnologia impazzita che ne assoggetta spesso l’esistenza. Ecco perché questo è un film per i giovani, ma soprattutto con i giovani. Troppo comodo far fare la morale a qualche ampolloso docente, il cui ultimo baluardo di gioventù si è infranto con l’avvento del pentium.

Per poter parlare ai ragazzi c‘è bisogno di altri ragazzi; chi meglio di loro? Chi meglio di una classe di liceali, ognuno con le proprie piccole enormi turbe, capricci amorosi e segreti inconfessabili, tutto scandito dal suono di tasti e suonerie di smartphone che diventano un organismo simbiotico con le loro esistenze? Un oggetto senza il quale loro sentono di non potrebbero vivere. E cosa avviene quando questa classe di studenti viene portata in gita in un piccolo paese di campagna dove la totale assenza di campo rende quegli oggetti rumorosi delle inutili scatolette di plastica? Caos, disordine, incapacità di questi ragazzi nel gestire anche solo un’ora della propria vita senza ricorrere al cellulare. Da qui però avviene la più classica delle metamorfosi alla quale segue una pura e sincera epifania.

I ragazzi cominciano ad alzare lo sguardo, a risvegliare pensieri sopiti, a comunicare tra loro e riscoprire il piacere della vita manuale, lenta e soprattutto imperfetta. Federico Moccia, navigato lupo di mare quando si tratta di veleggiare tra le onde contorte dell’adolescenza, torna alla regia sul grande schermo dopo quattro anni, stavolta riscrivendo un soggetto già nato nel 2013, proiettandolo a Scorrano, piccolo paese della provincia leccese dove gli stessi protagonisti confessano come realmente lì non ci fosse campo. Non basta questo a motivare l’eccellente lavoro svolto da una squadra di ben 18 adolescenti reali e che non abbiano solo l’età scenica a sostenerne il ruolo.

Il black out tecnologico mostrato nel film ci spiega anche come non siano solo i ragazzi a subire la dipendenza dalla tecnologia; al contrario anche gli adulti, i quali celano i segreti delle proprie insoddisfazioni tra i file dei propri smartphone, all’interno dei quali si annidano prove di infedeltà e di derive matrimoniali. Sarà quindi giusto che questi segreti, una volta portati alla luce, vengano affrontati parlandosi a viso aperto e guardandosi negli occhi. In questo modo l’adulto in carriera si pone sullo stesso livello di un giovane in preda ai propri impulsi amorosi, entrambi costretti a confrontarsi con ciò che li circonda. La buona qualità registica di Moccia è tangibile grazie alla prestazione dei suoi ragazzi, i quali si lasciano guidare sul set con impegno e grande professionalità, coadiuvati da figure importanti come Vanessa Incontrada, Corrado Fortuna e Gianmarco Tognazzi (reduce dall’ultima impresa in terra ischitana firmata da Gabriele Muccino). E’ proprio Tognazzi a portare sullo schermo il personaggio adulto probabilmente più riuscito. Un uomo, un padre di famiglia, il quale ha smarrito la propria felicità ed è stretto tra un’amante ossessiva e la monotonia della propria vita matrimoniale. Il suo ruolo è saturo di carattere, di una psicologia intensa, appena accennata dalle esigenze di copione.

Ancora una volta i protagonisti sono i ragazzi, tutti, senza eccezioni. Un gruppo coeso, che sembra conoscersi da una vita, così come racconta la loro “prof” Vanessa Incontrada. L’alchimia tra di loro si respira profondamente, sono loro la macchina, il vero grande ingranaggio che fa vorticare le pale di questo mulino. Moccia non deve far altro che olearli ben bene e questi promettenti attori viaggiano da soli, come se avessero una telecamera puntata sul viso anche nella vita privata. Corrado Fortuna è il primo a parlare di artisti da tenere d’occhio e in questo il grande merito va dato certamente ai due fratelli De Angelis, coraggiosissimi nel portare sul set degli sconosciuti, o quasi e dare speranza a tutti quegli attori italiani relegati all’eterna panchina. Difficile creare una classifica, ma certamente mi permetto di concedere una menzione al merito, non solo a Mirko Trovato, reduce dal successo in Braccialetti Rossi, ma anche e soprattutto a Leonardo Pazzagli e Federico Cesari. I due ragazzi danno vita ad una coppia di migliori amici vera, perfettamente credibile; i loro volti e le loro espressioni lasciano trasparire una grande sincerità per ogni sentimento toccato e sono prova di grande maturità, a dispetto della giovane età, sia anagrafica che scenica. Un altro grande pregio per questi giovani è quello di essere stati in grado di interpretare in maniera spontanea e convinta una sceneggiatura che si crogiola spesso su dialoghi e situazioni non sempre originali, ma che di tanto in tanto portano all’esasperazione molti luoghi comuni sulle nuove generazioni e non solo. Un eccesso di superficialità, se vogliamo, che può addirittura portare lo spettatore ad anticipare con la mente alcune frasi o alcuni precisi momenti.

Buona la fotografia di Daniele Poli e assolutamente sopra gli scudi il lavoro di tutti gli artisti dietro il reparto musicale del film, anch’essi giovanissimi come Elodie che si esibisce nel film con Semplice, colonna sonora efficace e mirata a colpire il giovane pubblico e Margherita Principi.

Non c’è campo è una strada fatta di piacevoli rettilinei, di morbide curve dove la modernità si mescola con ciò che è ormai passato, in una mescolanza di profumi campestri, viottoli di campagna e caciotte pugliesi. Di tanto in tanto qualche strada sterrata rende questo viaggio leggermente turbolento, ma nulla che i giovani ragazzi ai quali il film è indirizzato possano resistere, cogliendo, si spera, l’insegnamento che questo prodotto vuole infondere: ossia che a volte tirar su la testa, aprire la bocca e parlare davvero, vale più di un’intera ora spesa su whatsapp.

VOTO: 6

DISTRIBUZIONE: Koch Media

USCITA: 1° Novembre 2017

DURATA: 90 minuti circa

GENERE: commedia, sentimentale

PAESE e ANNO: Italia, 2017

REGIA: Federico Moccia

SCENEGGIATURA: Federico Moccia.

FOTOGRAFIA: Daniele Poli

CON: Vanessa Incontrada, Gianmarco Tognazzi, Corrado Fortuna, Claudia Potenza, Mirko Trovato, Neva Leoni, Leonardo Pazzagli, Federico Cesari.

Di Salvatore Cuomo

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