After life 2. L’arte di continuare a vivere secondo Ricky Gervais

After life 2. L’arte di continuare a vivere secondo Ricky Gervais
After Life 2 (Fonte: Het Parool)

Ricky Gervais ha da sempre abituato il suo pubblico ad un tipico, tutto britannico, umorismo caustico, irresistibilmente pungente ma mai volgare, sconsiderato o becero. Lo ha dimostrato nelle sue emissioni e serie più note, come Comedy Lab, The Office, An Idiot Abroad, o nelle esilaranti incursioni in Curb Your Enthusiasm di Larry David, altro protagonista della stand-up comedy. Lo ha confermato anche nel suo percorso radiofonico con il Ricky Gervais podcast, al fianco di Stephen Merchant e Karl Pilkington, con i quali ha collaborato parallelamente in alcune delle serie citate. Lo ha di nuovo provato nella conduzione dell’edizione 2020 dei Golden Globes, un autentico spettacolo nello spettacolo. 

Da Derek a Afterlife 

Se una prima virata in senso drammatico, ma sempre connotata dal black humour che contraddistingue il suo inconfondibile stile, era stata sferzata dal regista e produttore nella serie Derek, commovente storia di un giovane affetto da autismo e impiegato in una casa di riposo per anziani, con After Life, comparsa su Netflix tre anni fa, Gervais affina la sua vena tragicomica, raggiungendo un’intensità vigorosa soprattutto nella prima stagione. 

La trama è semplice, ma assolutamente chiara ed efficace: Tony, personaggio scritto, interpretato e diretto dallo stesso Gervais, come del resto la maggior parte della sue serie, è un giovane vedovo che cerca di superare la morte della moglie, interpretata da una delle sue spalle femminili principali, Kerry Godliman (già incontrata in Derek). Prova con i barbiturici, l’alcol, la compagnia del cane che ha regalato alla sua amata, con il lavoro di giornalista di provincia, dividendo le sue giornate tra la casa di riposo dove soggiorna il padre, nel pieno delirio di una demenza senile, e il cimitero, godendo della compagnia di una vedova che lo supporta e condivide con lui il percorso di elaborazione del lutto. 

La prima stagione è un vero e proprio capolavoro di narrazione: gli episodi, seppur brevi, restituiscono perfettamente il senso di impotenza, devastazione e inesorabile desolazione nei confronti del senso complessivo della morte e sulla necessità di continuare a vivere quando l’esistenza stessa sembra non avere più senso e viene messa quotidianamente in discussione. La mancanza di risposte spinge il protagonista a non porsi più alcuna domanda e a comportarsi in maniera assolutamente audace, avendo come ancora di salvataggio il suicidio. La prima stagione, nella quale si intravedeva un fugace cambio di prospettiva di Tony, sembrava tuttavia efficacemente conclusa e  emancipata dal “pericolo” di un sequel

Ma ecco invece, puntuale e ormai quasi irrinunciabile, l’arrivo della seconda stagione, assolutamente speculare nel numero di puntate (sei) e nella loro durata complessiva (circa una mezz’ora). 

 

After Life 2 (Fonte: radiotimes)

After Life 2: una necessità assoluta?

Molto ci sarebbe da scrivere sul prosieguo, in molti casi assolutamente fallimentare, di serie che di per sé potrebbero concludersi con un numero di episodi ben calibrato e strutturato. Ma il successo, spesso, costringe ad una iper-produzione che depriva i contenuti della loro efficacia e forza. 

Fortunatamente, e solo parzialmente, è il caso della seconda serie di After Life, in cui la stanca ripetizione dello schema narrativo diventa un’occasione di ulteriore indagine, riflessione, approfondimento, con il mantenimento di uno standard qualitativo alto nei dialoghi. 

In questi sei episodi il protagonista, sempre innamoratissimo della moglie defunta, subisce una trasformazione, lenta ma inesorabile, che lo conduce a ripensare al senso della propria esistenza, questa volta meno incentrata e concentrata verso se stesso e il suo insanabile dolore, ma più attenta e vigile alle vite e alle esigenze degli altri. Per questo motivo nella vita turbolenta di Tony-Ricky acquistano uno spazio preponderante i personaggi secondari (cane compreso), che nella prima stagione sembravano avere un ruolo sfocato e il cui approfondimento permette di dare nuova linfa vitale alla seconda. 

Nonostante alcune immancabili pecche nella ripetitività delle scene, universalmente ascrivibili alla problematica intrinseca del sequel, anche in questa occasione Ricky Gervais fornisce al pubblico la prova tangibile della sua bravura e intelligenza artistica.

 

 

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