JUDY | La recensione del biopic su Judy Garland con Renée Zellweger

JUDY | La recensione del biopic su Judy Garland con Renée Zellweger

La recensione di Judy

Judy di Rupert Goold inizia in una maniera sublime. La giovanissima Garland, a cui è dedicato l’intero film, è sul set di Il mago di Oz e deve fare i conti con il cinismo dello star system e l’ombra dei riccioli d’oro di Shirley Temple.
Poi un’ellissi temporale catapulta lo spettatore nella Los Angeles degli anni ’60 e a dare volto all’ormai ex bambina prodigio è una Renée Zellweger ormai avanti con l’età, vittima delle dipendenze e di un’infanzia finita troppo presto.
Il lavoro di mimesi intrapreso dall’attrice premio Oscar è formidabile, almeno tanto quanto la sua capacità di portare in scena un personaggio difficile (il film è stato aspramente criticato da Liza Minelli, figlia della Garland), sfuggevole, infantile. La Zellweger sa alternare i momenti oscuri del personaggio a quelli più vividi, gioca prima con le ombre del camerino, poi con i riflettori sparati dello stage.
Ma a parte questa graziosa interpretazione, arricchita da una sceneggiatura che, tramite i continui flash-back, trasmette una notevole profondità della sua protagonista, in Judy resta poco altro.
I faretti sono puntati sulla Garland-Zellweger ed è giusto così, ma non appena il film tenta di allargare il campo sul contorno, sui personaggi e le rispettive sottotrame, la solidità del plot inizia progressivamente a sgretolarsi.

Judy
Così, un film che nasceva soprattutto per criticare la Hollywood del «the show must go one», della sceneggiatura di ferro da portare a casa ad ogni costo, si conclude tradendo completamente le sue prerogative iniziali. Ed anzi diviene – forse inconsapevolmente – una caricatura ancor più pronunciata di quello stile produttivo che caratterizzava proprio le major americane della golden age.
Peccato, perché la prima parte di Judy era davvero ben scritta, condensava in maniera equilibrata dramma, biografia e musical. Ma soprattuto è un peccato perché le case produttrici del film – Pathe e BBC, assieme alla Fox – probabilmente non hanno mai potuto garantire una libertà espressiva tale da rendere il lavoro più politico, più ragionato, più critico.
Allora, dal suo midpointJudy diventa un lungometraggio concepito semplicemente per intrattenere. Di certo ben confezionato, ma che non lascia nello spettatore un benché minimo briciolo di sdegno nei confronti di un sistema che, in fin dei conti, è stato la tomba in cui seppellire la diva che si è provato a celebrare.

Voto: 5.5/10

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